Medio Oriente: Israele inizia lo scambio di prigionieri palestinesi per la liberazione di Gilad Shalit. I rilasci sono iniziati alle prime ore di questa mattina: una portavoce dell’Autorità carceraria israeliana, citata dalla Cnn, ha riferito che 477 prigionieri palestinesi si sono già messi in viaggio verso i punti di incontro con la Croce Rossa. Una seconda parte di prigionieri sarà rimessa in libertà entro la fine dell’anno.
La liberazione del caporale Gilad Shalit costerà a Israele la scarcerazione di 1.027 prigionieri palestinesi che scontavano pene detentive (in alcuni casi anche all’ergastolo) per attacchi contro lo stato ebraico.
Hamas esulta e, per bocca dei suoi portavoce parla di “grande giorno per il popolo palestinese”.
In realtà, il grande giorno è solo per il movimento fondamentalista. Hamas ha vinto su tutta la linea contro Israele e contro gli acerrimi rivali dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen. Ha dimostrato che la linea dura contro Israele paga e ora, ne possiamo essere certi, non mancherà di presentarsi come l’unico, vero e autorevole difensore del popolo palestinese.
Le capriole e le mosse diplomatiche dell’Anp all’Onu ne escono ridicolizzate. Hamas ha dimostrato che a suon di ricatti e uso spregiudicato della forza può ottenere risultati non ottenibili per mezzo di negoziati.
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“Vittorio non è stato colpito perché occidentale, ma perché libero. E questo, in guerra, ti rende pericoloso per chiunque.”
E’ l’opinione di Francesca Borri, giornalista freelance e profonda conoscitrice della realtà dei Territori palestinesi, che abbiamo già avuto modo di intervistare su queste pagine. Dopo tre anni trascorsi a Ramallah, in cui ha avuto modo di lavorare a fianco di Mustafa Barghouthi, oggi vive tra Damasco e Beirut pubblicando i suoi articoli su Peacereporter.
Francesca, tu sei vicina a Mustafa Barghouthi e Marwan Barghouti. Avete tentato una trattativa, per liberare Vittorio Arrigoni?
Non credo, onestamente, possa davvero definirsi una trattativa. E non è stata solo questione di tempo. La Cisgiordania e la Striscia di Gaza non sono mai state così estranee e impermeabili l’una all’altra come nelle ultime ore. Esercitare pressione, convincere, costringere è possibile solo se ci si percepisce parte non dico di una strategia unitaria, ma almeno di una battaglia comune: senza una minima interdipendenza, una trattativa non può neppure cominciare - è come discutere, non so, con dei sequestratori in Darfur: perché mai dovrebbero ascoltarci?
Medio Oriente, Gaza: ombre e dubbi sulla morte di Vittorio Arrigoni. Sembra tutto assurdo. Eppure è andata a finire così. Come scrive oggi Peacereporter, “senza neanche l’accenno di un negoziato”. Un rapimento che si conclude con la morte del rapito prima della scadenza dell’ultimatum. Sembra assurdo, fuori da ogni logica. Eppure è andata a finire così.
Una tragica, breve storia con tante ombre e tanti dubbi. Le uniche notizie ufficiali, al momento, sono quelle rilasciate dalle autorità di Hamas e si possono leggere sulle edizioni online di tutte le agenzie e dei quotidiani italiani e internazionali. Poche righe in cui si dichiara che la polizia di Hamas avrebbe fatto irruzione in un appartamento della Striscia di proprietà di un membro del gruppo salafita (Al-Tawhid Wal-Jihad , sembrerebbe) responsabile del rapimento di Arrigoni. Lì è stato rinvenuto il corpo di Vittorio. Da quanto emerge, sarebbe stato strangolato alcune ore prima dell’irruzione.
Secondo i corrispondenti di Al Jazeera non è nemmeno chiaro quale sia il gruppo islamista dietro il rapimento del pacifista italiano. Al momento i principali gruppi salafiti presenti nella Striscia starebbero negando la loro responsabilità. C’è confusione sui responsabili del rapimento e anche sul ruolo di Hamas, che sembra sempre meno in grado di controllare la Striscia di Gaza di fronte alla crescita di gruppi ancora più fondamentalisti e legati ad Al Qaeda.
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Medio Oriente: Palestina, il Governo dell’Anp pronto alle dimissioni. Era difficile credere che non sarebbe accaduto. La credibilità dell’Anp tra i palestinesi ha raggiunto i suoi minimi storici dopo la divulgazione dei Palestine Papers. Le dimissioni previste per oggi sembrano la logica conseguenza di un declino iniziato da tempo.
Dopo le dimissioni dei ministri spetterà al premier palestinese Salam Fayaad scegliere i componenti del nuovo gabinetto. Secondo una fonte anonima citata da Al Jazeera sono previsti massicci cambiamenti nella composizione del governo, in carica dal 1993 dopo la firma degli accordi di Oslo con Israele.
L’agonia dell’Anp, del resto, è stata lenta e inesorabile nel corso degli ultimi anni. Priva di un reale potere di controllo del territorio, l’Autorità palestinese si trova piuttosto ad amministrare un arcipelago di piccole enclave scollegate tra loro e circondate da aree controllate direttamente o indirettamente da Israele.
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Ieri accennavamo al discorso di Obama al Cairo, a come le sue parole siano un segno della volontà di cambiare certi equilibri internazionali, e soprattutto certe semplificazioni orribili spinte dai neocon del governo Bush.
Neanche a dirlo e arriva una lettera di Hamas a Obama, una sorta di risposta positiva al “voltiamo pagina” del presidente afroamericano, senza risparmiargli anche delle critiche, la più evidente la mancata visita a Gaza.
È essenziale per Lei visitare Gaza. Abbiamo recentemente subito un brutale attacco israeliano della durata di 22 giorni. Secondo quanto osservato da Amnesty International, la morte e la distruzione che Gaza ha sofferto durante l’invasione non si sarebbero potute verificare senza le armi fornite dagli USA, e senza il denaro dei contribuenti USA. Non dovrebbe Lei forse osservare da vicino in che modo Israele ha utilizzato le vostre armi e speso il vostro denaro?
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Sono passati pochi giorni dallo storico discorso di Obama in Egitto, e ancora ne risuonano le parole, soprattutto nel mondo arabo. Mentre in Israele un video abbastanza agghiacciante mostra come tanti ragazzi israeliani definiscano Obama “sporco negro e terrorista”, rivelando la realtà assolutamente ‘altra’ vissuta dagli abitanti di un paese che obbliga i suoi cittadini ad un’educazione militare e militarista.
Per capire dove vuole arrivare Obama è interessante analizzare le parole usate per pronunciare il “discorso egiziano”: non ricorre mai per esempio, nel testo la parola terrorismo. E neanche terroristi.
Neanche quando si parla dell’11 settembre. Neanche quando si parla dei ‘violenti estremismi’. E’ un caso? Oppure è perché sulla definizione di terrorismo si è avuto uno degli scontri più pesanti tra Occidente e mondo arabo?

Barack Obama è arrivato ieri in Medio Oriente, accolto dal folkloristico “benvenuto” del fantomatico Bin Laden, ma soprattutto dall’intero mondo arabo con delle fondate speranze, in particolare per quanto riguarda la Palestina. Oggi il presidente afroamericano è al Cairo, tappa principale del suo viaggio oltreoceano che lo porterà, successivamente, alle celebrazioni per il D-day in Europa.
Quella di Obama in Egitto è una visita lampo di sette ore, ma altamente simbolica. Dopo aver proclamato in Turchia che gli Stati Uniti «non sono e non saranno mai in guerra contro l’Islam», Obama ha scelto l’Egitto, dove vive un arabo su quattro, per questo discorso all’indirizzo di 1,5 miliardi di musulmani.

Hamas si sarebbe resa responsabile di azioni criminali, come uccisioni, incarcerazioni illegittime, torture e mutilazioni, ai danni di collaborazionisti e avversari politici approfittando dell’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza. Lo dice un rapporto di Human Rights Watch.
Il rapporto, condotto dal 21 gennaio al 4 febbraio scorsi nella Striscia, è stato pubblicato lunedì 20 aprile e cerca di gettare luce su uno dei lati più oscuri del conflitto in Israele e Palestina: la guerra sotterranea e senza esclusione di colpi che i due principali partiti palestinesi, Hamas e Fatah, combattono dal giugno 2007.
Continua a leggere: Human Rights Watch sulla Palestina: la guerra senza fine tra Hamas e Fatah
Le elezioni in Israele hanno emesso il loro verdetto definitivo, anche se al conteggio mancano ancora i 175.000 voti dei militari. L’ex-Ministro Tzipi Livni che tanto ha fatto parlare di sè durante la campagna di Gaza ha trascinato Kadima, il partito fondato dal carismatico Sharon, alla vittoria pur se per un solo seggio nei confronti del favorito Netanyahu, che a sua volta ha ottenuto un buon successo.
Il problema è che la frammentazione l’ha fatta da padrona, e i 55 seggi conquistati dalle due forze principali (sui 120 complessivi) non saranno sufficienti per realizzare un governo di coalizione, fatto che può aprire diversi scenari. Vediamoli.
Innanzitutto, come molti temevano, il leader di estrema destra Lieberman, ex-immigrato russo che ha fatto incetta dei voti della consistente comunità russo-ebraica, farà da ago della bilancia con i 15 seggi del suo Israel Beitenu. Poi non si può escludere il ripescaggio del grande sconfitto di queste elezioni, il leader laburista Barak, che pur essendo uscito con le ossa rotte e 13 miseri rappresentanti, potrebbe teoricamente garantire la maggioranza assoluta se si alleasse a Livni e Netanyahu.

Abbiamo già detto dell’uso sproporzionato della forza e dell’utilizzo di armi non convenzionali da parte dell’esercito di Israele durante la guerra nella Striscia di Gaza. Ora sembrano emergere anche altre “stranezze” di questo conflitto, che questa volta riguardano Hamas e che è doveroso riportare in attesa di approfondimenti e sviluppi.
Secondo Lorenzo Cremonesi, del Corriere, i dati sui morti tra civili e guerriglieri non tornano e ci sarebbe stato una stima volutamente gonfiata delle vittime per poter imputare ad Israele di aver compiuto un massacro. Gli oltre 1200 morti sarebbero più realisticamente “solo” 6/700 e tra questi ci sarebbero molti ragazzini che Hamas avrebbe mandato al macello contro l’esercito più potente di tutta l’area.
Inoltre i combattenti palestinesi, male armati e pronti al sacrificio, si sarebbero volutamente piazzati nei pressi di case e palazzi proprio per suscitare la reazione di elicotteri e carri israeliani e consentire ad Hamas di denunciare la morte di civili inermi.
Un altro punto di vista sul conflitto nella Striscia: vedremo se nei prossimi giorni queste testimonianze verranno confermate e vi terremo aggiornati…