
A più di un mese dall’ennesima strage della popolazione uigura, avvenuta durante più giorni di scontri che non permisero al Premier cinese Hu Jintao di partecipare al G8, la stampa internazionale si occupa ancora della minoranza musulmana.
L’agenzia di stampa cinese avrebbe infatti censurato il discorso fatto dalla leader della popolazione Rebiya Kadeer al Festival del Cinema di Melbourne, dove è stato proiettato il primo documentario sulla sua vita.
Rebiya Kadeer non sarebbe stata censurata solo per quanto detto. La Cina non avrebbe gradito neanche l’implicito appoggio dato alla donna dall’Australia, con la quale il Governo di Hu Jintao ha sempre più problemi diplomatici.
Le autorità di Pechino avrebbero, negli ultimi mesi, aumentato gli avvertimenti ai propri studenti che studiano nel paese. In Australia infatti diversi ragazzi indiani sono stati vittime di attacchi xenofobi.
Questo tipo di propaganda non sarebbe stata gradita dal Governo locale il cui profitto economico derivante da questi studenti costituisce il 15% del fatturato totale prodotto dall’istruzione australiana per gli stranieri.
Certo è che questo scontro diplomatico potrebbe essere utile per capire chi comanda veramente l’est del mondo. Alla Cina, ad esempio, le amministrazioni occidentali darebbero la stessa importanza se non riuscisse ad attuare una valida politica estera con l’Australia?
Foto | smh.com.au

Più passano le ore più la cronaca del massacro dello Xinjiang potrebbe essere dimenticato dai i più importanti mass media. Per capire come questo possa essere possibile vi riporto di seguito la ricostruzione dei fatti.
Domenica 5 luglio, in vista del G8 che si sarebbe tenuto nei prossimi giorni a l’Aquila arriva in Italia il Presidente cinese Hu Jintao. Il paese che rappresenta si presenta all’importante appuntamento ipotizzando degli accordi strategici con il Governo Berlusconi. La Cina solo in altre poche occasioni era sembrata così vicina all’Occidente.
Lunedì 6 luglio, le agenzie di stampa cinesi danno la notizia di un massacro in una regione indipendente. Lo Xinjiang. Lo scontro tra gli abitanti locali, stando a quanto riportato da globalvoices.com, sarebbe stato innestato da uno stupro attuato da due uiguri (così sono definiti i cinesi di una particolare etniaturco fona a maggioranza islamica) ai danni di una giovane ragazza. Scoppia il linciaggio verso i due criminali che con il passare delle ore si ingigantisce a causa dei dissapori storici tra gli uguri e la minoranza cattolica della regione.
Continua a leggere: Il massacro dello Xinjiang non fa più notizia
Di questi tempi il SuperCav ama frequentare con amorevole dedizione leader e presidenti non esattamente in sintonia con i principi basilari della democrazia. Di Putin e Gheddafi abbiamo detto. Adesso, però, è toccato pure a Hu Jintao, che poi ha dovuto abbandonare il G8 per le note vicende del suo Paese. Di sicuro tutti i comunisti di cui parla solitamente il premier sono per lo più amici suoi. Carnefi-Cina
Salvini e gli insulti ‘alcolici’. Salvini e la birra sguaiata. Salvini e il coretto da stadio. La Lega fa finta di niente. Qualcuno del Pdl, invece, si è lamentato. E Berlusconi che farà? Vabbè, il premier non può mica perdere tempo a occuparsi di queste cose. Beviamoci su per dimenticare…magari una birretta! Il peronista e la Peroni
Colf e badanti fanno litigare i ministri. In un Paese ‘geriatrico’ come l’Italia, la giovane e virile Lega se la prende con i clandestini, anche quelli che lavorano in casa. La Russa reagisce in modo morbido: “Troveremo un compromesso“. Ma il superpoliziotto Maroni continua a fare la faccia da duro. Bobocop
Alla fine è andato tutto bene, ma pare che la Merkel, durante la visita a Onna, fosse particolarmente preoccupata dei cucù di Berlusconi tra le macerie. Il cialis sopra Berlino

Reduci da una lunghissima maratona durata più di quattro ore, possiamo dire di aver assistito allo zenit dell’autocelebrazione cinese. La cerimonia inaugurale di Pechino ha infatti aperto i Giochi della XXIX Olimpiade sforzandosi di evidenziare il lato migliore del paese, in un’atmosfera da Spartachiadi formato gigante, e a tratti vi è anche riuscita seppur tra inenarrabili lentezze in puro stile orientale.
Due i momenti davvero emozionanti: il countdown iniziale e il fastoso finale con il grande ginnasta Li Ming (vincitore di tre medaglie d’oro a Los Angeles nel 1984) che ha percorso l’intero anello dello stadio “in volo”, finendo per accendere il braciere olimpico in un tripudio di applausi. Per il resto un po’ di spettacolo e tanta noia, fino al momento del giuramento olimpico, quando il capo del governo cinese Hu Jintao ha dichiarato aperti i giochi più blindati della storia. Non nascondo che la parola Olimpiadi in bocca al capo di un governo assassino e sanguinario ha fatto un certo effetto.
Aveva ragione il grande timoniere Mao che “il lupo cambia il pelo ma non il vizio”. E la tragedia tibatena di queste ore sta a dimostrarlo. Sotto gli occhi dell’occidente indignato ma di fatto impotente di fronte agli artigli del regime comunista di Pechino. Un occidente dalla memoria corta: non solo rispetto all’invasione militare cinese del Tibet del 1950, all’imposizione dell’ateismo di Stato del 1966, ai vergognosi e terribili “processi di piazza” ai fedeli ( e non solo a loro) inscenati dalla Rivoluzione culturale negli anni 70, alla decimazione di massa con oltre 1 milione di tibetani assassinati: un quinto dell’intera popolazione! Ma un occidente fin troppo ossequioso di fronte a Hu Jintao, oggi “aperto” presidente della Repubblica cinese ma ieri, nel 1989, plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa, per domare con la forza e il terrore (legge marziale e esercito contro la popolazione civile) la più grande rivolta popolare in Tibet.
La cronaca di queste ore è la diretta conseguenza di una oppressione che dura da 60 anni e che periodicamente si trasforma in tragedia. E’ un film già visto, non solo in Cina ma in tutti i regimi dittatoriali, quello di incolpare sempre gli “altri” (i provocatori, i destabilizzatori) quali attentatori dello Stato, delle leggi, cioè del potere costituito. In queste ore insanguinate, dove è persino ovvio che nella rivolta popolare e dei monaci buddisti si infila ogni tipo di provocazione e di fanatismo, la “fiammata” non è frutto di un incidente ma lo sbocco di una situazione politica e sociale drammatica e insostenibile, dove la democrazia, la libertà e il diritto (con il suo carico di violazione, arresti, deportazioni, torture, assassini) sono calpestati.
Chi ha subito e subisce di più sono stati e sono i religiosi fedeli al Dalai Lama. Ma i monaci sono la punta di diamante di una protesta e di una ribellione che cova in un intero popolo e che solo una spietata dittatura tenta di tener nascosta e soffocare. Il terrore di queste ore a Lhasa contrasta con la preparazione dei Giochi olimpici di Pechino: la più grande parata della Cina, che tenta di accreditarsi nel mondo, con una nuova immagine di grande nazione, potente e civile. Il Dalai Lama chiede una ragionevole autonomia e dimostra, anche in queste ore drammatiche, realismo e moderazione. Da Pechino invece sono partiti ultimatum di estrema gravità. L’auspicio è che il presidente Hu Jintao rifiuti di avallare una carneficina annunciata che imprimerebbe un terribile marchio al suo governo e al suo paese.
L’Occidente ha il diritto dovere, nel rispetto dell’autonomia e della autodeterminazione delle nazioni e dei popoli, di esercitare pressioni politiche, diplomatiche, economiche su Pechino affinchè l’incendio non si estenda e anzi si plachi e si consenta al Tibet (un terzo della Cina ma con i suoi sei milioni di abitanti i tibetani sono solo 0,5% dei cinesi) una forma di autogoverno che salvi l’imprinting culturale, religioso e sociale, pur lasciando al governo cinese le competenze sulla politica estera e sulla difesa. Al di fuori di questa impostazione volta al dialogo e al realismo, c’è solo il protrarsi della protesta: c’è solo il caos. Un’ombra minacciosa per il mondo intero. Che impone da subito una scelta, quella di stare, senza esitazioni e infingimenti, da una sola parte della barricata. A favore di chi è appresso e contro chi opprime.