Open data, open source, cloud computing e smart cities. I quattro punti cardinali dell’agenda digitale del governo Monti presentata nel decreto legge sulle semplificazioni dovrebbero iniziare a vedere la luce da giovedì, quando si terrà il primo incontro della cabina di regia formata dal ministro dell’Istruzione Profumo, della Funzione pubblica Patroni Griffi e della Funzione pubblica Passera. Inizia quindi a prendere forma il progetto pensato dall’Unione Europea nel 2010 e i cui obiettivi dovrebbero essere raggiunti nel 2020, con l’eccezione della banda larga, per cui si prevede che già nel 2013 tutti i cittadini europei siano raggiunti dalla banda larga. Ma una banda larga “in piccolo”, niente 100 mega al secondo, ci si dovrà accontentare di averne 2.
Il primo punto riguarda l’accesso libero ai dati pubblici: per fornire tramite un sito dedicato del governo in modo trasparente le informazioni ai cittadini, dando anche la possibilità di creare applicazioni basate sugli open data. “Mettere un documento in Rete è utile solo se i dati sono scaricabili e riutilizzabili da tutti. Così i dati generano altri dati e può nascere un’economia di applicazioni civiche. Quante applicazioni per telefonino c’erano un anno fa? E oggi? E’ una cosa che sai dove inizia ma non dove finisce”, spiega il ministro Profumo a Repubblica.
Un progetto che diventa funzionante se contemporaneamente, come è nel progetto dell’agenda digitale, si utilizzano software aperti e si archiviano tutti i dati attraverso il cloud compunting, per condividere i dati tra le pubbliche amministrazioni e riuscire a fare un passo avanti verso la sburocratizzazione. Per cui, per esempio, a partire da maggio 2012 i pagamenti all’Inps potranno essere fatti solo via internet, come già si può fare oggi per l’iscrizione alle scuole e università. Ma il traguardo finale, e più ambizioso, sono le smart cities, città collegate digitalmente per quel che riguarda mobilità, risparmio energetico, sistema educativo, sicurezza, sanità, servizi sociali e cultura: “Sarà lo strumento per trasformare le tante esperienze, positive ma isolate fatte in giro per l’Italia, in prototipi per un progetto Paese - spiega Profumo - A partire dalla scuola dove il rapporto docente-discente si rovescerà e tutti potranno uscire dal microcosmo della classe per incontrare il mondo attraverso la Rete”.

Gianni Alemanno tuona contro la Protezione civile: «Ci avevano detto 35 mm di neve». E il sindaco di una Roma innevata chiede una commissione d’inchiesta.
Ma qualcosa non torna. Sia chiaro: se c’è da rilevare le responsabilità del Dipartimento, qui non ci si tira di certo indietro. Ma è possibile, ci chiediamo, che sia stato commesso un errore così marchiano?
Purtroppo per Alemanno, pare proprio di no. Anzi, l’errore arriva, se mai, dal suo staff. Ecco quel che scrive la Protezione civile:
«aspettando il lavoro della Commissione d’inchiesta auspicata dal sindaco Alemanno, date le informazioni scorrette che stanno circolando, [il Dipartimento] ritiene necessario puntualizzare alcuni aspetti. I 35 mm di cui parla il sindaco sono contenuti nelle previsioni giornaliere che il Centro Funzionale Centrale del Dipartimento ha inviato nei giorni scorsi al Centro Funzionale della Regione Lazio, dove, crediamo, lavorino tecnici ed esperti capaci di leggere tali dati»
Infatti, quando in meteorologia si comunicano i dati delle precipitazioni (per scoprirlo è sufficiente leggere la voce pluviometro su Wikipedia, anche se si presuppone che i tecnici specializzati lo sappiano senza nemmeno bisogno di un solo click online), si comunicano in equivalente d’acqua. E l’equivalente d’acqua è, esattamente, un decimo della densità nevosa. Quindi, continua il comunicato del Dipartimento di Protezione Civile:
«I 15-35 mm sono riferiti a cumulate di precipitazione di acqua equivalente: i tecnici, che leggono le previsioni e le traducono in informazioni intelligibili per tutti, sanno bene che 1 mm di acqua corrisponde a circa 1 cm di neve. Quindi, i 15-35 mm, se riferiti a neve, si trasformano in centimetri».
Alemanno tuona, ma su di lui, a quanto pare, piove una grossa figuraccia.
Foto | © TM News
C’è una certa fretta dalle parti della Margherita di chiudere la brutta vicenda di Luigi Lusi, il tesoriere che ha confessato di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro tra il 2008 e il 2011. Una fretta che si traduce nel tentativo di arrivare al patteggiamento tra le due parti: un anno e due mesi di condanna a Lusi, una pena che gli consentirebbe di evitare il carcere, e la restituzione del maltolto. Probabilmente la pena patteggiata salirà a due anni, ma anche sulla cifra non c’è accordo: i cinque milioni che Lusi dice di volere (e potere) restituire sono giudicati una cifra non congrua dalla procura di Roma. Non solo, la procura non vede di buon occhio un accordo tra le parti che chiuderebbe qui la faccenda e non permetterebbe di proseguire le indagini.
Rimangono infatti alcuni lati oscuri nella vicenda che vanno chiariti: c’è il sospetto che i 90 bonifici da 144mila euro che Lusi ha fatto confluire in sue società in Italia e in Canada possano nascondere un giro di fatture per coprire versamenti a terzi e ci sono anche dubbi sul fatto che Lusi abbia fatto tutto da solo, come conferma anche il fratello dell’ex tesoriere Antonino, sindaco di un paesino in provincia dell’Aquila: “L’ho cercato perché sono suo fratello ma non sono riuscito a parlarci. C’è molto da chiarire, non è che ci sia un onnipotente che gestisce il tutto senza un gruppo dirigente che quantomeno decida, dia delle direttive. Mi sembra un po’ inverosimile”.
E consultando le spese nel 2010 di un partito che non esiste più, si capisce come ci sia decisamente qualcosa che non quadra, come riporta Carlo Bonini su Repubblica.
Il Forum di Davos si è chiuso da qualche giorno. Oggi Lucia Annunziata ci torna sopra con un lungo commento su La Stampa - ve lo consiglio, dateci un’occhiata - e dice
Il dubbio è proprio se queste élite che si riuniscono a Davos siano davvero tali, se cioè siano oggi in grado di esercitare davvero la loro funzione di «avanguardia» del pensiero. Intanto, possiamo sostenere con certezza che è improbabile che le decine di teste coronate presenti in Svizzera siano capaci di rappresentare i propri sudditi – che dire dell’Arabia Saudita, ad esempio? Ma altrettanto si può dubitare dei leader economici, che siano George Soros o i manager di Facebook e Google. Per non parlare di leader politici attuali ed ex arrivati in massa. Come dimenticare che sono loro che hanno guidato o guidano la nave delle economie in crisi oggi? Possono essere i conducenti falliti coloro che si inventano nuovi modelli?
Questo ci offre il gancio per proporvi il nostro piccolo riepilogo. Che cosa è successo quest’anno a Davos? “Nessuno è immune dal contagio”. Questa, per bocca del direttore del FMI Christine Lagarde, la poco consolatoria sintesi del World Economic Forum. La cinque giorni di meeting, cui hanno partecipato 2500 tra capi di governo, ministri, economisti e banchieri non ha quindi portato nessuna reale proposta per uscire dalla crisi, solo una constatazione della gravità della situazione.
E nonostante nei giorni del Forum l’Italia abbia subito il declassamento da parte di Fitch, le notizie non sono del tutto cattive: il giudizio generale sul nostro paese è buono, soprattutto per quanto riguarda la credibilità, e in questi mesi abbiamo capito che la credibilità è più importante che avere dei conti in ordine.
Continua a leggere: Ma alla fine che cosa è successo a Davos?
È morto nella notte Oscar Luigi Scalfaro, Presidente emerito della Repubblica in carica dal 1992 al 1999. Nato a Novara il 9 settembre 1918, Scalfaro viene ricordato dai più giovani, diciamo chi aveva già l’età della ragione in epoca Tangentopoli, per quel celebre “non ci sto” pronunciato durante un discorso che osò interrompere gli ultimi minuti di una liturgia italica: la partita di calcio Cagliari - Trabzonspor il 3 novembre 1993.
Che poi pochi ricordino il motivo di quella frase, a cosa si riferisse, poco importa - a una vicenda torbida poi archiviata definitivamente nel 2001 di fondi neri del Sisde. Scalfaro di lì in poi, negli anni di alba del berlusconismo - la prima metà dei novanta - divenne per molti italiani un oppositore fermo al nuovo che avanza(va), al trionfo della politica spettacolo. Non riuscì ad arginare nulla, ma mise tutti in guardia: aveva ragione.
Ma quindi era meglio morire democristiani? Forse sì, forse Scalfaro e quella rigida destra democristiana di cui per decenni era stato portabandiera, erano meglio. Ma siamo proprio sicuri? Io non ho una risposta. Una volta terminata la presidenza, Scalfaro si trasformò in testimonial della Costituzione, girò l’Italia, le scuole, a far conoscere il testo sacro della nazione che lui stesso aveva contribuito a vergare - fu eletto nell’Assemblea Costituente, era il 1946.

Nel bel mezzo di uno dei periodi più neri per l’Eurozona (e per l’economia mondiale) e a pochi giorni dal Consiglio UE del 30 gennaio, si è aperto a Davos, in Svizzera, il tradizionale incontro annuale del World Economic Forum, riunione informale di capi di Stato e di governo, imprenditori, e leader economici. Già dal titolo (“La Grande Trasformazione: immaginare nuovi modelli”, un modo decisamente troppo limitato di definire quello che sta avvenendo), gli esperti prevedono che da questa edizione del Forum Economico non ci si debba aspettare soluzioni alla crisi, e neppure la proverbiale iniezione di ottimismo che dia ossigeno ai mercati.
Anzi, gli spettri che aleggiano sul meeting sono due: quello di un crack dell’Euro, e quello di “una grave rottura geopolitica nei prossimi 12 mesi” (come la definisce il Sole 24 Ore) che andrebbe a sommarsi alle crisi economiche già in atto. Ed è proprio l’Europa, suo malgrado, a conquistare il centro del palcoscenico, mentre gli Usa si defilano e la Cina – tradizionalmente protagonista di questo meeting – sembra per la prima volta più preoccupata del fronte interno che dell’economia mondiale.
Il summit è stato aperto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, il cui intervento si è concentrato sulla necessità di coniugare rigore e crescita. Niente di nuovo, insomma: la Germania non ha intenzione di pagare per gli sprechi altrui. Nessuna novità neppure dall’intervento del premier britannico Cameron, che parlato ancora della Tobin Tax, la tassa sulle transazioni finanziarie che Sarkozy (e più timidamente la Merkel) vorrebbe introdurre nell’Eurozona: per Cameron la Tobin Tax in un momento come questo è “pura follia”.
E, parlando di Europa, osservate speciali sono Italia e Spagna, i due paesi “sull’orlo del precipizio”. Una tavola rotonda sarà intitolata proprio “The Future of Italy”, e tra i partecipanti al forum si segnalano il ministro Corrado Passera, Emma Marcegaglia e il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Il finanziere americano George Soros ha proposto da Davos un’idea (in verità lanciata diversi anni fa da Tommaso Padoa Schioppa) in base alla quale Spagna e Italia potrebbero rifinanziare il loro debito con l’emissione di titoli di Stato a un tasso d’interesse dell’1% circa. Un’operazione complicata, che non sarebbe ben vista né a livello comunitario né a livello nazionale.
D’altronde non si può certo dire che Soros ami farsi amare: a Davos ne ha avuto per tutti, per i governanti europei (“Hanno sbagliato tutto”) e in particolare per la Merkel (“La Germania sta imponendo la disciplina fiscale generando tensioni che potrebbero distruggere l’Unione europea”). Per segure il forum di Davos potete dare un’occhiata agli streaming sul sito,, e tenere d’occhio anche Twitter, con l’account del Financial Times di Davos 2012, e quello del WEF 2012.
Dopo il salto, uno Storify che riassume i giorni di Davos e quanto accaduto nelle ultime ore.
Continua a leggere: Forum economico mondiale: cosa si dice a Davos

Il 26 febbraio si votano a Palermo le primarie del Partito Democratico per indicare il candidato sindaco del centro-sinistra. Quelle che dovevano essere primarie di coalizione aperte a Sel e Idv si sono di fatto trasformate in elezioni che riguardano solo i Democratici: l’Italia dei Valori, che doveva candidare l’ex sindaco Leoluca Orlando, si è ritirata dalla competizione e a meno di ripensamenti andrà direttamente al primo turno, mentre il partito di Vendola appoggia la candidata della segreteria nazionale del Pd Rita Borsellino, contraria ad un’alleanza con il Terzo Polo.
Candidatura ritirata anche per il consigliere comunale Antonella Monastra, mentre è notizia recente l’ingresso nell’arena delle primarie di Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale Idv vicino alla rottura col suo partito, visto come il candidato del Pd regionale per intralciare la marcia della Borsellino con un giovane che apre decisamente all’alleanza col Terzo Polo.
Tra polemiche incrociate, ritiri di candidatura e new entry adesso le primarie vedono in corsa quattro candidati: Rita Borsellino, Davide Faraone, Ninni Terminelli, Fabrizio Ferrandelli.
La candidatura forte è quella di Rita Borsellino.
«Ho deciso di candidarmi per dare dignità alla mia città, per costruire un progetto che parta dalle palermitane e dai palermitani. Ribadisco il mio no agli accordi di partito con il Terzo Polo. Il mio è un patto con gli elettori. La mia storia è sempre stata libera da etichettature, all’interno di un progetto politico che mira all’unità del centrosinistra attraverso le primarie e un programma partecipato. Il mio programma sarà costruito attraverso i cantieri. Ovviamente, il primo passo sarà scoprire il reale dissesto delle casse del Comune, sul quale sto già lavorando. Fatto questo, si dovrà operare in una duplice direzione, tagliando gli sprechi e rilanciando lo sviluppo, anche attraverso le riforme a costo zero, cui daremo un peso centrale nell’elaborazione del programma».
Continua a leggere: Primarie del Pd a Palermo, candidati e programmi

Usa 2012: è Newt Gingrich a vincere le primarie in South Carolina. Se non fosse che lo si era definito favorito dopo l’ultimo dibattito, il risultato sarebbe quasi una sorpresa. Invece non lo è, se non nei numeri. Perché se prendiamo in considerazione i numeri, la vittoria di Gingrich diventa addirittura schiacciante: ottiene 23 delegati con 243.153 voti (pari al 40,4% del totale). Mitt Romney si deve accontentare del 27,8% (167.279 voti). Terza piazza per Rick Santorum (102.055 per il 17%), quarta per Ron Paul (77.993, 13%).
La situazione delle primarie Repubblicane è dunque estremamente fluida: tre vittorie per i primi tre Stati al voto, segno che gli elettori repubblicani non sono affatto convinti a proposito del nome che dovrà fronteggiare Obama alle Presidenziali. In Iowa, dopo il riconteggio, la vittoria è stata assegnata a Rick Santorum e dopo la sconfitta in South Carolina, quello che doveva essere il favorito nazionale si trova solamente ad aver ottenuto un risultato utile su tre, quello in New Hampshire.
Romney ha cercato di minimizzare: «Ho sempre detto che vincere in South Carolina sarebbe stata un’impresa, per un ragazzo del Massachussets». E non poteva fare altrimenti: d’altro canto, anche nella scorsa tornata il South Carolina gli fu estremamente ostile: si piazzò appena quarto, nel 2008. La cosa paradossale è che il mormone del Massachussets perde consensi negli stati più conservatori perché passa per moderato e, verosimilmente, anche per la confessione religiosa. Ma non solo. A fronte di una campagna meglio organizzata e più ricca (la più ricca in assoluto fra i repubblicani), che gli consente di essere in corsa con buone speranze in tutti gli stati, Romney ha mostrato il fianco nel corso dei dibattiti, esibendosi in performance poco convincenti. Dall’altro lato, invece, Gingrich, che ha un’organizzazione meno sistematica alle spalle, ha ribaltato, proprio nei dibattiti, gli scandali che riguardavano il suo secondo matrimonio, utilizzandoli per attaccare la stampa. Ed ha convinto alla grande gli elettori di uno degli stati più conservatori dell’unione.
Santorum e Paul stanno a guardare. Ma prima o poi, verosimilmente, lasceranno. E la cosa potrebbe non essere una buona notizia per Romney, che potrebbe trovarsi a fronteggiare, anche negli stati in cui è favorito, un avversario che gode del favore di tutti gli ultra-conservatori, una volta che Santorum sarà più in corsa.
Ora si vola in Florida: è il prossimo appuntamento, l’ultimo del mese, il 31 gennaio. Secondo i sondaggi di USA Today (ultima rilevazione il 18 gennaio) Romney è ampiamente in testa. Ma lo era anche in South Carolina.

[Lo speciale USA 2012 di Polisblog]
Foto | © TM News
Risultati dal NYTimes
Ore 19.57 - Si conclude la conferenza stampa.
Ore 19.56 - Poggi di Ballarò chiede a Monti: teme il calo di consensi? “Mi dicono che non c’è molto calo, ma non sono molto abituato a interpretare questi dati, preferisco, parlo per me, i miei colleghi credo abbiano una sensibilità simile alla mia, io preferisco che abbiamo un calo di consensi facendo cose qualche volta un po’ difficili da assorbire ma utili, piuttosto che lavorare per tenere alti i consensi che non ci servono, perché non ci presenteremo alle elezioni.” Un giornalista di SkyTg24 chiede se “la partita sia ancora aperta” a modifiche e in parlamento, e chiede anche qualcosa sullo spread. Monti risponde “Sul secondo punto esito a dire, perché quando ci siamo visti il 4 dicembre poi per un paio di giorni lo spread che era sceso, poi era intervenuto il consiglio europeo giudicato non tutto soddisfacente… oggi abbiamo visto un declino piacevole, confido che continuerà ma preferisco non fare previsioni, e preferisco che il nostro collettivo e determinatissimo impegno faccia quello che deve fare. Per quanto riguarda la seconda domanda, il Parlamento è sovrano e ci sarà comunque grande spazio per illustrazione e spiegazione da parte nostra, e poi vedremo, l’esperienza di conversione del nostro primo dl è stata incoraggiante e ci siamo attenuti allo stesso criterio, la materia è diversa, ma il criterio è lo stesso. (…) credo che nessuno possa dire che ce la siamo presa con i piccoli i poteri deboli e abbiamo lasciato tranquilli i poteri forti, abbiamo lavorato pensando alla categoria meno rappresentata, quella dei giovani e quella dei non ancora nati.”
Ore 19.51 - Prima domanda, Conti del Messaggero chiede del secondo pacchetto, dei farmaci di fascia C liberalizzati, e dei taxi. Sul primo punto Monti gli risponde sornione “Lo saprà (…) La prossima settimana è dedicata alla semplificazione. Sulle farmacie adesso risponde Balduzzi, sui taxi mi è parso di notare stando nel mio ufficio che il tema fosse all’ordine del giorno e il ministro Catricalà può dire cosa abbiamo deciso”. Parla Balduzzi “La possibilità di dispensare non in farmacie farmaci di fascia C prevista inizialmente ha avuto una modificazione. Noi tra le ipotesi che avevamo studiato, c’era anche l’ipotesi di considerare per default l’introduzione di questa possibilità.” E i taxi? Dietrofront, spiega Catricalà: “Per quanto riguarda i taxi, c’è la scelta di affidare l’analisi dei fabbisogni a un’autorità, che è l’autorità dei trasporti, che svolgerà un’attenta istruttoria città per città sentiti i sindaci, per capire se è necessario aumentare le licenze, e nel caso ritenga ci sia necessità di aumento, questo aumento sarà con compensazioni tangibili per i tassisti che hanno già una licenza, per quel che riguarda la mobilità, l’autorità detterà delle regole con l’accordo dei sindaci, e che lo stesso tassista potrà essere titolare di una licenza part time che gli consenta poi di fare lavorare un altro tassista che è titolare di un’altra licenza part time”. Insomma, calende greche.
Continua a leggere: La conferenza stampa del Consiglio dei Ministri
Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano continua il pressing perché la riforma elettorale venga fatta, dopo la bocciatura del referendum sul porcellum da parte della Corte Costituzionale. Il Presidente si sta spendendo in prima persona sulla questione incontrando tutti i principali partiti, consapevole, come scrive Il Foglio, di come l’argomento sia troppo politico per il “tecnico” Mario Monti e di come sia difficile per i partiti trovare un accordo sull’argomento senza che vengano messi alle strette.
Un primo apprezzamento per lo sforzo del Presidente è venuto ieri dall’Italia dei Valori, partito che più si è impegnato per il referendum e che aveva aspramente criticato Napolitano dopo la bocciatura: “Apprezziamo l’impegno del Capo dello Stato, che sta sollecitando il Parlamento a prendere una decisione in materia elettorale - ha detto ieri in conferenza stampa Di Pietro - Bisogna dare una risposta al milione e duecentomila cittadini che hanno firmato per il referendum”. Il leader Idv non si sbilancia però sulla formula da adottare, auspicando solo che “venga mantenuto l’assetto bipolare”.
Più nel dettaglio, si legge su Europa, scende invece il Pd, che sostiene una riforma che porti al doppio turno prevalentemente maggioritario, per permettere ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e, anche, per mettere in difficoltà i partiti più piccoli. A partire da quel M5S che tante grane ha dato ai democratici. Ma se la riforma non dovesse passare, il Pd ha pronto il piano B. “Se rimane il Porcellum noi faremo le primarie per le liste elettorali”, ha confermato il vicesegretario Letta, un modo per fare ulteriori pressioni su chi, in fondo, non vuole cambiare la legge.