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Attentato a Brindisi: tutte le piste investigative

pubblicato da Guido

Attentato Brindisi

La pista mafiosa. È stata la prima ipotesi a caldo dopo l’attentato, alimentata soprattutto dalla stampa: il nome della scuola, l’arrivo a Brindisi della carovana antimafia e il vicino ventennale delle stragi del ‘92. Ma l’obiettivo e le modalità dell’attentato non rientrano nel modus operandi della mafia e gli inquirenti, dopo i primi accertamenti, si sono concentrati altrove. Ormai a parlare di questa pista rimangono quasi solo i giornalisti e i politici.

La pista della criminalità organizzata locale. Senza arrivare a parlare di mafia, si potrebbe trattare di un crudele atto delle Sacra Corona Unita. Perché proprio la scuola femminile Morvillo? Due delle ragazze ferite sono figlie di un imprenditore che ha collaborato con Don Ciotti e l’associazione antimafia Libera. Resta comunque il fatto che le modalità non sembrano rientrare in quelle di un’associazione criminale che cerca consenso nel territorio.

La pista politico-mafiosa. Il Fatto quotidiano ha parlato di una “trattativa bis” tra Stato e mafia, alla base dell’attentato. Gli indizi sarebbero il tentato suicidio di Provenzano in carcere e le parole del figlio del boss, Angelo, “violenza genera violenza” che suonano come una minaccia alle istituzioni. Da qui l’ipotesi che la mafia stia cercando di aprire a suon di bombe una nuova trattativa con lo Stato. Al momento non è una pista seguita con attenzione dagli inquirenti.

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Cinque cose da sapere sul ddl anticorruzione che rischia di far saltare il governo

pubblicato da Guido

Ddl anticorruzione

Da dove viene e cosa prevede? La prima stesura di un disegno di legge contro la corruzione risale al governo Berlusconi e porta la firma di ben cinque ministri: Alfano, Bossi, Maroni, Brunetta e Calderoli. L’idea alla base era inasprire le pene per i pubblici ufficiali che chiedono o accettano mazzette, ma il ddl non è mai arrivato in porto: è stato discusso in Commissione al Senato e poi approvato in aula, ma poi si è arenato alla Camera, a causa di rinvii e della caduta del governo Berlusconi.

Cosa ha fatto il governo Monti? Il premier, sin dal suo insediamento, ha dichiarato che la lotta alla corruzione è una priorità, anche per l’incidenza sui costi della macchina statale. A dicembre il ministro Patroni Griffi ha promosso una commissione di studio, ma la discussione del ddl, calendarizzata per la fine di febbraio, è stata fatta slittare dal ministro Severino per approfondire i passaggi in Commissione.

Cosa è successo ieri? Il passaggio in Commissione si è rivelato più spinoso del previsto, con il Pdl che è salito sulle barricate con una tattica di ostruzionismo, finora inedita nei rapporti con il nuovo governo. Lo scopo era ritardare la votazione sugli emendamenti. Dopo una sospensione per cercare invano un accordo, è passato un emendamento Pd, con i voti di Idv e Fli e l’astensione di Udc e Lega, che raddoppia le pene per la corruzione per atti contrari a dovere d’ufficio. Apriti cielo, Alfano ha parlato di atto che mette a rischio il governo.

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Danni da calamità naturale? Lo Stato non paga più

pubblicato da Guido

Danni da calamità naturale

La riforma della Protezione Civile porta con sé una brutta sorpresa per gli italiani e le loro tasche: da oggi lo Stato non pagherà più i danni dovuti a terremoti, alluvioni o qualsiasi altra calamità naturale. È scritto chiaramente nel decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale, come riportato dal Corriere.

Lo conferma anche il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, secondo il quale i cittadini de L’Aquila saranno gli ultimi a ricevere assistenza dallo Stato per la ricostruzione. D’ora in poi tutti i danni a immobili o altri beni dovuti a catastrofi naturali saranno totalmente a carico del cittadino che, se previdente, dovrà stipulare un’assicurazione ad hoc. Questo perché, come ammette lo stesso Gabrielli, lo Stato non è più in grado di sostenere i costi della ricostruzione. In questo modo, si sostiene, i cittadini potranno intervenire in prima persona e sarà rispettato il principio di uguaglianza.

Ma è davvero così? Non proprio, visto che il decreto non prevede l’obbligatorietà dell‘assicurazione sulle calamità (per cui è solo prevista da alcuni anni una detrazione sulle tasse), né tantomeno un costo unitario. È evidente che, stando così le cose, chi vive nelle zone a rischio da un lato sarà più portato a stipulare una polizza, ma dall’altro dovrà sostenere costi più alti dettati dalle compagnie.

Nel decreto si prevede che entro 90 giorni venga varato un decreto attuativo, in cui forse verrà resa obbligatoria l’assicurazione contro le calamità a un prezzo fisso per tutti, forse un centinaio di euro all’anno. Un nuovo balzello per i proprietari di immobili, dopo l’Imu. Inoltre la riforma della Protezione Civile introduce la cosiddetta “tassa sulle disgrazie”, le Regioni potranno alzare le accise sulla benzina fino a 5 centesimi per fronteggiare spese dovute a calamità naturali. C’è stato comunque un passo avanti: in una prima versione l’aumento scattava automaticamente.

Foto | © TM News

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Il Pdl si prepara a salvare Lusi

pubblicato da Andrea Signorelli


Dopo le accuse a Matteo Renzi, Enzo Bianco e Francesco Rutelli di essersi intascati i soldi che lui distribuiva a piene mani, è ancora l’affaire legato a Luigi Lusi a tenere banco. E l’indiscrezione che circola, riportata da Francesco Lo Sardo su Europa, è di quelle dal potenziale esplosivo: il Pdl si prepara a salvare Lusi dalla richiesta di arresto e a garantirgli un posto al Senato.

Quel che si sta già concretizzando è «un’opinione» che si trasformerà presto in convinta decisione del Pdl a votare no alla richiesta di misure cautelari in giunta per le immunità del senato. In secondo luogo, il Pdl opererà per far sì che nel successivo passaggio parlamentare l’aula di palazzo Madama, nel segreto del voto, dica no alla richiesta di arresti per Luigi Lusi.

Visto il pelo sullo stomaco che i deputati del Pdl hanno dimostrato in mille occasioni (salvando Cosentino o sul caso Ruby-nipote-di-Mubarak) c’è poco da stupirsi. Per chi crede alla buona fede di certi individui ci si può comunque fare scudo con il garantismo, il fumus persecutionis e compagnia bella. Ma la cosa non finisce qui, il partito del Cavaliere (che “sa e lascia fare”) starebbe lavorando anche a una ricandidatura dell’ex tesoriere della Margherita, possibilmente al Senato e in un seggio sicuro.

Si vocifera tra le malelingue di palazzo Madama di un impegno a garantire una bella ricandidatura, cioè un seggio quanto più possibile sicuro, meglio se senatoriale, all’ex tesoriere della Margherita nella legislatura che verrà. Promettere candidature, del resto, non è un reato. Né è reato tirare un bidone – all’ultimo momento – al destinatario della promessa: Berlusconi, in materia, è un maestro che non teme rivali. Che la storia vada a finire o meno così, a tutt’oggi, nessuno può giurarlo. Ma sulla circostanza che le cose stiano trotterellando in quella direzione non ci sono più molti dubbi

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L'idea della Lega: evadere solo la prima rata dell'Imu

pubblicato da Guido

Evadere l'Imu

Dopo aver invitato a evadere l’Imu per non dare soldi a “Roma ladrona”, ed essere stata accusata di fomentare l’illegalità, la Lega ora trova un escamotage apparentemente legale per far rimanere al Nord i soldi pagati dai contribuenti padani. L’idea è venuta al senatore Paolo franco, all’assessore veneto Roberto Ciambetti e al “triumviro” Manuela Del Lago.

L’idea è quella di un “patto” tra i contribuenti e i sindaci, con i primi che evaderebbero la prima rata della tassa sulla casa, e i secondi che si impegnerebbero a non comminare more e sanzioni ma riscuotendo l’intero importo al momento di incassare la seconda rata. In questo modo, sfruttando un buco normativo che avrebbe del clamoroso, gli enti locali potrebbero trattenere l’intera somma senza mandare neppure un euro al governo centrale.

Si tratterebbe quindi una disobbedienza fiscale legalizzata: i contribuenti dovranno comunque pagare la tassa sulla casa, ma avranno almeno la consolazione che quei soldi rimarranno nelle casse del loro Comune di appartenenza. Il tutto sarebbe dovuto a un’inconguenza presente nel decreto Salva Italia: l’articolo 13, comma 11 (definito dai leghisti “un clamoroso autogol dei professori”) recita: “le attività di accertamento e di riscossione dell’imposta erariale sono svolte dal Comune al quale spettano le maggiori somme derivanti dallo svolgimento delle suddette attività a titolo di imposta, interessi e sanzioni”.

Quindi, invitando a evadere solo la prima rata, i Comuni tratterrebbero l’intera somma recuperata evitando sia i tagli di Tremonti, sia quelli del nuovo governo, a discapito dell’erario centrale. E d’altronde, vista l’incertezza che ancora circonda l’Imu (suddivisione in rate, importi, scadenze), l’invito a rimandarne il pagamento rischia di trovare una calda accoglienza, non solo al Nord.

Foto | © TM News

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Berlusconi più Montezemolo: ecco il "nuovo" centro-destra

pubblicato da Andrea Signorelli


Se ne era già parlato alcune settimane fa: il piano di Berlusconi per stoppare l’avanzata di Casini è quello di soffiare all’ex alleato uno dei suoi obiettivi più prestigiosi, Luca Cordero di Montezemolo. A quanto pare i contatti tra i due, con l’intermediazione del sempre indispensabile Gianni Letta, sono costanti e la trattativa per mettere in piedi il “nuovo” centro-destra dovrebbe decollare appena dopo i ballottaggi delle amministrative. In modo da rispettare anche i tempi promessi da Alfano quando annunciò la sorpresona sua e del Cavaliere.

Attenzione però, non è che Montezemolo si appresti a entrare nello sconquassato Pdl: l’idea è quella di creare un contenitore, una federazione di centro-destra che attiri tutti i moderati e in cui il presidente della Ferrari sia la testa d’ariete per attirare la società civile (leggi, altri imprenditori). I primi movimenti in parlamento si registreranno subito dopo i ballottaggi, come spiega l’Unità.

Già la settimana prossima i primi movimenti: alla Camera e al Senato dovrebbero nascere due gruppi autonomi che, rispettivamente, porteranno alla ’scomposizione’ del Pdl e faciliteranno una riaggregazione dell’area dei moderati.

Ma l’obiettivo non è quello di contrapporsi frontalmente a Casini e al suo nascituro Polo della Nazione, al contrario: Berlusconi vede in Montezemolo l’uomo giusto per ricomporre la frattura con il leader dell’Udc e anche con Gianfranco Fini. C’è però un piccolo ostacolo, e cioè che proprio Casini & Fini sono molto interessati al progetto del Cavaliere e di Mr Ferrari, ma a condizione che il primo non ne faccia parte. Una conditio sine qua non che potrebbe inceppare il percorso del nuovo centro-destra, visto che l’ex premier è disposto a fare ulteriori passi indietro, ma non a tirarsi fuori.

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Fondi della Lega, di cosa sono accusati Bossi e figli?

pubblicato da Guido

Bossi indagato

L’indagine sui rimborsi elettorali della Lega si arricchisce di un nuovo capitolo: Umberto Bossi è formalmente indagato per truffa ai danni dello Stato, e la Procura di Milano ha inviato un’informazione di garanzia anche ai figli Renzo e Riccardo, al senatore Piergiorgio Stiffoni (espulso dalla Lega qualche settimane fa) e l’imprenditore Paolo Scala. Ma vediamo come si è arrivati a questo.

Il Senatùr: il fondatore della Lega, che proprio poche ore fa ha rinunciato a ricandidarsi alla segreteria, è sotto inchiesta per aver firmato un rendiconto sui rimborsi elettorali, datato 2011, che secondo i magistrati non è fedele. Bossi quindi non è accusato di essersi appropriato di denaro a scopi personali, ma solo di aver certificato il falso, in accordo con l’ex tesoriere Belsito.

I figli di Bossi: al contrario del padre, Renzo e Riccardo Bossi sono accusati di appropriazione indebita, di aver cioè stornato denaro dai rimborsi elettorali del partito a scopi personali e per attività diverse dalla politica. Consulenti nominati dal tribunale dovranno fare luce sull’entità delle cifre e sull’uso che ne è stato fatto (come l’ormai celebre laurea albanese del Trota).

Stiffoni e Scala: Piergiorgio Stiffoni è accusato di peculato, cioè di essersi appropriato del denaro che avrebbe invece dovuto utilizzare per il gruppo leghista in Senato. Stiffoni aveva infatti la firma sul conto corrente su cui circolavano i soldi del movimento. Scala è invece accusato di riciclaggio per i movimenti sospetti negli investimenti esteri (ad esempio in Tanzania) della Lega.

Dalla Lega ancora non arrivano molti commenti: Luca Zaia dice di avere fiducia nella magistratura, mentre Mario Borghezio grida al complotto centralista. E Maroni? Proprio poche ore prima della notizia, l’ex ministro aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un post in cui diceva “Per faccendieri, ladri e ciarlatani non c’è posto nella Lega del futuro”.

Foto | ©TMNews

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Il Pdl lombardo si sfoga: "La Minetti è come Cicciolina"

pubblicato da Andrea Signorelli


Sono tempi duri per chi è stato politicamente inventato da Silvio Berlusconi. L’ultima vittima è Nicole Minetti, consigliere regionale della Lombardia nominata direttamente dal Cavaliere per meriti (non del tutto) sconosciuti. Ma adesso l’aria sta cambiando, e i “veri politici” del Pdl - dopo essere stati zitti accettando ogni deleteria decisione arrivasse dall’alto - riscoprono il loro orgoglio e sparano contro la Croce Rossa.

Ad aprire le danze è il coordinatore del Pdl lombardo, Mario Mantovani, ai microfoni de La Zanzara: “L’Italia ha messo in parlamento anche Cicciolina. E Nicole Minetti può avere quel tipo di elettorato lì, che si riconosce in quello stile, nel suo modo di lavorare. Cicciolina si è presentata a Monza, nel futuro anche la Minetti dovrà prendersi i voti, se vorrà. Credo che i suoi elettori non siano il mio genere, ma il Pdl è un partito di ampie vedute”.

Incredibile. Almeno quanto è incredibile essersi accorti della presenza imbarazzante dell’ex soubrette solo alcuni anni dopo il suo arrivo in giunta regionale. Ma Mantovani non è solo in questa sua battaglia per restituire il prestigio perduto al Pdl lombardo, assieme a lui c’è anche Vittorio Pesato, collega alla Regione della Minetti: “La differenza sostanziale tra l’elezione della Minetti e di Cicciolina è la preferenza. La prima è stata nominata la seconda è stata candidata con l’approvazione del direttivo di un partito e successivamente votata con il meccanismo delle preferenze. Se fossi nei panni del consigliere Minetti valuterei l’opportunità di dimettermi per poi candidarmi a preferenza”.

Ma cos’è successo? A cosa è dovuto questo scatto d’orgoglio? Semplice: l’ex sottosegretario del Pdl Guido Crosetto, uno che ha almeno il merito di dire le cose chiare, si è esposto per primo e gli altri adesso lo seguono a ruota. Queste infatti le dichiarazioni di pochi giorni fa sempre a La Zanzara: “Sono disposto a dare parte del mio stipendio per fare a meno della Minetti. Perdiamo voti anche senza la Minetti, ma diciamo che lei aiuta. Paghiamola, facciamo una colletta per darle un vitalizio così ci toglie dall’imbarazzo”.

Foto | ©TMNews

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Come uscire dalla crisi? Ecco quattro scenari

pubblicato da Guido

uscire dalla crisi

Come reagire alla crisi economica evitando sia il rigore imposto dai tedeschi, sia le scelte politiche che ci hanno condotto fino a questo punto è il grande tema di questi mesi, e in particolare dopo la vittoria di Hollande in Francia e l’ingovernabilità emersa dalle urne in Grecia.

Secondo molti la ripresa non può prescindere dalla fuoriuscita dall’euro dei paesi più deboli (oggi la Grecia, domani chissà), per altri bisogna rafforzare la politica comune europea (gli Stati Uniti d’Europa), e per altri ancora bisogna programmare una decrescita spontanea (una battaglia sostenuta tra gli altri da Massimo Fini). Oggi il giornalista economico Oscar Giannino riporta quattro possibili scenari illustrati dall’economista Bracy Bersnak, da applicare all’Italia e all’Europa, indipendentemente dalla permanenza o meno nell’euro.

1) Austerità volontaria. È una versione “soft” della decrescita: nell’euro o fuori dall’euro, le finanze statali devono essere ridisegnate in modo da avere un fisco più leggero, a cui corrisponda una spesa pubblica più bassa ma efficiente. È quello che stanno facendo la Polonia e alcuni stati baltici, ma ci vuole una leadership forte che reagisca alle proteste.

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Tre nomi per il dopo Formigoni

pubblicato da Andrea Signorelli


Lui giura di voler restare in sella alla Regione Lombardia fino alla scadenza del mandato, nel 2015. Ma la poltrona di governatore “a vita” (così lo definì Berlusconi) non è più salda nelle mani di Roberto Formigoni, che rischia di finire travolto dagli scandali. E così si fanno subito avanti i pretendenti al trono. Che arrivano dal centro e dalla sinistra, visto che con l’aria che tira, dalle parti del Pdl nessuno ha la forza necessaria per farsi avanti. E lo stesso discorso vale per la Lega Nord. Lettera 43 ha individuato tre possibili sostituti.

Il nome più accreditato è quello di Bruno Tabacci, per la serie “l’usato sicuro”. Volto storico dell’Udc milanese, inspiegabilmente passato all’Api. Poco importa che il Terzo polo sia in crisi, l’assessore ex democristiano - che si è trovato in giunta con il sindaco arancione Pisapia - ha da sempre un alto gradimento personale a Milano e in Lombardia. In tempi normali la sua sarebbe una candidatura forte, visto il curriculum e il rispetto che tutti gli portano, ma in un momento in cui gli elettori chiedono a gran voce facce nuove, difficilmente uno che ha già governato la regione più di vent’anni fa e che rappresenta in pieno lo stile democristiano creerebbe attorno a sé quell’entusiasmo di cui oggi tutti sentono il bisogno.

Un po’ di entusiasmo in più potrebbe circondare il secondo della lista: Beppe Civati. Ex compagno di rottamazione di Matteo Renzi, il giovane consigliere della Regione Lombardia che studia anche da prossimo leader del Pd, si è detto “stufo di fare la parte di quello che non tira mai in porta”. Il suo è un dilemma: provare a giocarsi subito la carta nazionale o passare dal Pirellone? Molto dipenderà dai tempi, da se durerà di più Monti o Formigoni. Ma se per la segreteria la sfida è davvero dura, più facile che Civati riesca a raccogliere intorno a sé il consendo del Pd lombardo. Un partito democratico alle prese, a livello locale, con gli scandali di Penati, potrebbe trovare in Civati il nome nuovo che cerca. Sarebbe un po’ un rischio, ma di quelli che vale la pena correre.

Infine, e sempre dalle parti del Pd, “l’oggetto misterioso” della politica meneghina, Stefano Boeri. Ex candidato Pd alle primarie per il sindaco di Milano, ora assessore al Comune in rotta con Pisapia, potrebbe provare a rilanciare una carriera politica che sembra finita su un binario morto candidandosi come governatore. Il Pd ha dimostrato proprio con Penati di essere pronto a riproporre lo stesso “perdente di successo” in mille salse diverse, e vista la velocità nel comprendere le dinamiche politiche che si registra dalle parti dei democrats potrebbero anche ricascarci.

Foto | ©TMNews

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