
Il titolo è forse un po’ pretenzioso, visti i sacri doveri di sintesi imposti dal mezzo, ma ci sembrava interessante tracciare una breve storia della destra italiana dal ‘46 a oggi, prendendo spunto dal discorso di Fini di ieri, che segna di fatto lo scioglimento di AN nel Popolo delle Libertà.
Ma ciò che ci interessa non è una storia didascalica, per quello basta fare qualche lavoro di ricerca su Wikipedia & Co., bensì la percezione della rappresentatività della destra parlamentare da parte dell’elettore che suole definirsi (o autodefinirsi) tale. Per fare questo dobbiamo tracciare un immediato distinguo. In Italia il retaggio del fascismo ha fatto sì che la parola “destra” equivalesse a reazione e autoritarismo. In altre parole nessuno osava definirsi di destra per non essere scambiato per fascista, e anche i conservatori erano guardati con sospetto; parliamo dei conservatori dichiarati, ovviamente, perché la DC ne era piena, ma senza ammetterlo apertamente.
La ghettizzazione del pensiero liberale, la cui proclamazione portava all’immediata accusa di fascismo, ebbe il peculiare effetto di creare un vuoto assoluto in Parlamento, al punto che persino Zanone, storico segretario del PLI, si dichiarava di centrosinistra e guardava la “destra” minoritaria del partito (Costa) con grande sospetto. Gli elettori del Partito che non c’è si riconoscevano prevalentemente nella posizione del Giornale Nuovo, diretto da uno che politico non era, il grande Indro Montanelli, che pagò il suo coraggio con l’allontanamento dal Corriere della Sera e col vile attentato terrorista degli anni 70.
C’è chi cambia e chi no. C’è chi lancia e rilancia sempre gli stessi slogan e chi si evolve, modificando anche “radicalmente” la propria impostazione. Senza ripassare la storia, che tanto non serve, limitiamoci alla cronaca delle ultime ore.
Di fronte a un Bossi che torna a minacciare il ricorso ai fucili (anche se il grido sempre più rauco del Senatur somiglia a quello di Esopo nella favola “al lupo, al lupo!”) c’è un Pannella che non minaccia più niente: né scioperi della fame e della sete, né sit in, né occupazioni di piazze, palazzi, strade, né imbavagliamenti, né ortaggi. Né, tanto meno, ricorso a nuovi referendum. Insomma un Marco Pannella rivisto e riverniciato. Forse per l’annunciato gran debutto nello scranno di senatore a vita promessogli dal Partito democratico? Tant’è che sembra oramai chiaro che per Pannella, Veltroni val bene una messa. In un suo contorto ragionamento, il capo radicale, cerca di spiegare la decisione di confluire nel Pd con la presa d’atto di un oramai irrimediabile degrado della nostra democrazia.
Nonostante la Costituzione italiana resti di carattere rigorosamente parlamentare e assegni al Presidente della Repubblica il compito di designare il Capo del Governo, “nei fatti – spiega Pannella – noi adesso eleggiamo il Presidente del Consiglio, e anche se questo accade in modo scorretto, improprio, nemmeno spiegabile dal punto di vista della legalità, ogni politico responsabile deve prenderne atto”. Capito? Prenderne atto! Oggi Marco prende supinamente atto, senza muovere un dito, che è in vigore una nuova Costituzione materiale. E sostiene che di fronte a ciò l’unico comportamento coerente è votare Veltroni, il “minor male”.
Lungi da noi di discutere la legittimità (e l’opportunità?) del voto al leader del Pd. Ma come non rilevare che Pannella sembra l’erede dell’odiato (ricambiato a sua volta) Indro Montanelli quando invitava a votare Dc, pur turandosi il naso. Il meno peggio, appunto. La storia si ripete. Stavolta il “convertito” è Pannella. Cosa non si fa per una manciata di seggi parlamentari e per una fetta di finanziamento pubblico!