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Mentre alcuni esponenti della maggioranza sono impegnati a dimostrare la propria innocenza, un parte del Governo è in queste ore impegnata a gestire chi al momento in carcere già si trova. Il Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, avrebbe elaborato un piano carceri che secondo il collega Roberto Maroni, Ministro degli Interni, sarebbe persino peggio dell’indulto promosso dal 2006 da Clemente Mastella, allora Guardasigilli.
Il preoccupante aumento dei suicidi nelle strutture penitenziari (secondo i dati riportati dal Giornale una persona ogni sei giorni decide di suicidarsi prima di uscire dalla prigione) avrebbero allertato il Ministro Alfano secondo il quale lo spostamento di 12 mila detenuti agli arresti domiciliari potrebbe risolvere il problema tanto a cuore alla radicale Rita Bernardini che per la causa, sull’esempio di Marco Pannella, ha iniziato uno sciopero della fame.
Secondo quanto fatto intendere da Roberto Maroni a chi sull’argomento questa mattina l’ha intervistato il piano di Angelino Alfano potrebbe risultare fallimentare poiché buona parte dei carcerati spostati alla detenzione casalinga non ha un alloggio dove stare.
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La corruzione è uno dei reati che, grazie al processo breve che Silvio Berlusconi si è fatto cucire dai suoi dipendenti, rientrerà tra le fattispecie per le quali ci sarà una amnistia di fatto, per la gioia di corruttori e maneggioni in doppiopetto.
Suonerà quindi particolarmente incoraggiante, soprattutto per chi occupa i Palazzi romani quasi esclusivamente per necessità primarie ed esigenze personali, la classifica 2009 sulla corruzione percepita stilata da Trasparency international. Il Bel Paese scivola infatti dal 55° al 63° posto, perdendo 8 posizioni in un anno e passando alle spalle di paesi come Cuba o Turchia. L’organizzazione non governativa ha anche messo in guardia contro i piani di rilancio economico portati avanti dagli Stati che potrebbero aumentare il livello di corruzione in presenza di grandi opere pubbliche.
A parziale rimedio per la pessima figura che l’Italia guadagna come paese diversamente onesto, possiamo citare la collocazione di Afghanistan e Somalia, che troviamo al 179° e al 180° posto. Qui trovate la classifica completa della corruzione percepita nel mondo.
I commenti negativi e le condanne da parte degli esponenti dell’opposizione e della magistratura all’ultima porcata ad personam, scritta e pensata dai dipendenti di Silvio Berlusconi per porre il loro datore di lavoro al riparo dall’applicazione della giustizia, vengono facilmente catalogati come posizioni preconcette di persone che odiano il Caimano e che vorrebbero toglierlo da Palazzo Chigi.
Alcune valutazioni sul nuovo Processo Breve, davvero poco entusiasmanti, vengono però da soggetti che non sembrano mossi da ostilità preconcetta verso il Pdl. Oltre al nostro Landoni, destrorso illuminato che ha ben spiegato le conseguenze della Porcata breve, anche altri autorevoli osservatori si sono schierati contro il disegno di legge che porta anche le firme dei senatori Gasparri e Quagliarello.
Uno di questi è Antonio Baldassarre, che ha lo definito “imbarazzante e incostituzionale… stiamo parlando di leggi e non di regali”. Baldassarre si è detto “desolato come cittadino, in primo luogo perché (la legge) viola il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini e poi perché si applica a reati gravissimi quali la corruzione e la concussione “. Per la cronaca, Baldassarre è Presidente emerito della Corte Costituzionale ed è stato candidato sindaco del Pdl a Terni nel giugno 2009.

Non è nostra intenzione muovere processi ideologici, nè addentrarci nella solita polemica sulle operazioni salva-Berlusconi. Il mio caso personale, ovvero quello di un osservatore di destra che si sforza di mantenere la più rigorosa obiettività anche se la cosa non sempre viene riconosciuta, è quello di una persona che si chiede come mai le riforma della giustizia si propongano sempre quando il Cavaliere rischia una condanna e contemporaneamente come mai certi provvedimenti dei magistrati (vedi anche la tempistica del caso Cosentino) cadano sempre nei momenti più sospetti.
Si obietterà che in Italia si è sempre in campagna elettorale e quindi bene o male una richiesta di arresto rischia sempre di cadere a ridosso di tali appuntamenti. Vero. Ma qualcuno dovrebbe anche spiegare come mai ipotesi di reato che sono in piedi da 10-20 anni (come quella del caso Cosentino per l’appunto) divengano concrete solo ora. La risposta appare scontata: ognuno fa il suo interesse e se ne frega di ciò che è giusto o sbagliato. Per cui appare difficile trovare una voce da ascoltare in questo mare melmoso. “Il più pulito c’ha la rogna” ha esclamato ieri Di Pietro nel corso di Annozero. Proprio così. Peccato che risulti difficile escludere da quel novero anche chi parlava.
Ma torniamo a bomba. Il ddl sul processo breve si basa su un principio giusto, che è quello dell’equa durata dei processi. La norma prevede che ognuna delle tre fasi processuali non duri più di due anni, per un massimo complessivo di sei; pena il decadimento, con possibilità per il cittadino di chiedere anche un risarcimento. Sono esclusi da questo tetto i seguenti reati: terrorismo, mafia, grave allarme sociale, pedopornografia, delitti di incendio, furto, sequestro di persona, atti persecutori, circolazione stradale, immigrazione clandestina, traffico illecito di rifiuti e violazioni delle norme su prevenzione degli infortuni e igiene sul lavoro.
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Domani 150 esponenti politici, operanti sia sul territorio regionale che su quello nazionale, saranno presenti nelle carceri italiani. L’iniziativa è stata promossa da Rita Bernardini, deputata dei Radicali, secondo la quale è necessario riflettere sul collasso di queste strutture.
Un appello analogo è stato inviato anche al Presidente della Cei, Angelo Bagnasco, e ad altri esponenti religiosi di confessioni diverse. Ad oggi, però, il sacerdote spesso prestato alla politica non si è ancora pronunciato a riguardo. Probabilmente è andato in vacanza portando con sé il perdono che i prelati come lui dovrebbero condividere anche con il peggiore dei criminali.
Al di là dunque di tutto ciò che si deve scrivere sulle carceri italiane, dove dall’inizio dell’anno sono morte già cento persone, è necessario porre l’attenzione sul tabù culturale che si è sviluppato attorno all’argomento.
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La Procura di Venezia ha deciso, stabilendo che il gesto del dito medio di Umberto Bossi contro l’inno nazionale non può configurarsi come vilipendio, un reato punibile fino a tre anni di reclusione. La motivazione, espressa dal procuratore aggiunto della Repubblica di Venezia Carlo Mastelloni, è che non si tratti di espressioni collegabili all’esercizio delle funzioni ministeriali, come stabilito anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia.
Mastelloni ha dunque proposto l’archiviazione del procedimento al Tribunale dei ministri, congiuntamente con l’altro procuratore della Repubblica Vittorio Borraccetti, realizzando in certo qual modo la previsione dell’ex-Guardasigilli Roberto Castelli che fin dall’inizio aveva affermato che non si potesse ravvisare alcunché di penalmente rilevante in quella che si configurava come una semplice opinione personale. Va infatti sottolineato che il reato di opinione è stato abolito in via definitiva proprio dal governo in cui Castelli era Ministro della Giustizia.
Si delinea così la fine di un caso montato ad arte dall’opposizione, ma anche dallo stesso leader leghista, che da fine stratega è riuscito anche stavolta ad attirare l’interesse dei media sul proprio partito, secondo una tattica collaudata. Fin dalla nascita infatti, la Lega è riuscita a compensare il boicottaggio degli organi di informazioni con manifestazioni di pensiero roboanti e questo le è valsa grande popolarità e notorietà. Anche ora che la situazione è sensibilmente mutata il partito bossiano non rinuncia a perseverare in una linea che continua a pagare in termini elettorali.
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