
Quando sembra che il Partito Democratico abbia toccato i suoi minimi storici succede sempre qualcosa che ricorda a Pierluigi Bersani, e a noi, quanto il progetto politico che sta amministrando abbia fatto il suo tempo.
È da considerarsi obsoleto se persino la Lega Nord grazie all’intervento di Roberto Maroni, secondo il quale a Bologna si potrà andare al voto non prima del 2011, dimostra quella lungimiranza che dall’opposizione un elettore in media si aspetta. E spera.
Possibile che i dirigenti di partito non avessero considerato, negli stessi giorni in cui agevolavano le dimissioni di Flavio Delbono, l’eventualità che al voto non si andasse subito ma nei tempi già stabiliti?
Continua a leggere: Bologna: per dimenticare il Cinzia-gate ci vorrà un anno. Si vota nel 2011
Prima di tutto qui sopra c’è un video che definire psichedelico è fin poco, in cui viene - credo - preso in giro il presidente iraniano. Democraticamente eletto, ma non particolarmente simpatico all’occidente, vista una passionaccia per il nucleare - lui dice a scopi civili, gli Usa a scopo “Vaporizzare Israele” - e un certo disamore, diciamo, per quello stato fondato dopo un olocausto da David Ben Gurion.
L’imbarazzo per la visita di Mahmoud Ahmadinejad è diffuso:
L’ex sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti lo definisce «persona non gradita», la deputata Fiamma Nirenstein elogia il rifiuto del governo a incontrare il controverso presidente che nega l’Olocausto, ma teme che la vicenda sia occasione di «pubblicità». Certo è che l’ex pasdaran sarà ricevuto in Vaticano. Ma non è detto che Benedetto XVI gli conceda un colloquio privato, sarà probabilmente nell’ambito dell’udienza ai capi di Stati presenti al vertice Fao
Ma in fondo, come ci ricordano certe immagini di Rumsfeld e Saddam Hussein, pecunia non olet. E se la politica deve a volte fare un passo indietro e seguire logiche di consenso o strategiche, gli affari sono affari, business is business: tanto che Ahmadinejad incontrerà una delegazione delle imprese italiane presenti in Iran, tra cui figurano non esattamente piccoli imprenditori, ma giganti come Ansaldo e Finmeccanica. Si, perchè l’Italia è il paese europeo che investe più in Iran: chiaro che si possa chiudere un occhio, anche con qualcuno per cui l’olocausto non è mai accaduto.
Per quanto riguarda i ministeri principali rimangono da decidere solo Giustizia e Welfare. Tutto lascia pensare che il primo vada a un esponente di sponda Forza Italia (Vito o Scajola, con outsider Pera e Alfano) mentre il secondo se lo aggiudicherebbe AN, soprattutto dopo la levata di scudi di queste ore, con Ronchi o Mantovano. Fino a ieri Ronchi sembrava inattaccabile, ma poi è arrivata la sponsorizzazione forte di Mantovano da parte di Alemanno. Il candidato FI (Sacconi) sembra ormai fuorigioco.
Passando alle poltrone senza portafoglio, sembra ormai tutto deciso o quasi. L’unica incognita potrebbe venire da un eventuale ripensamento o scorporamento del Welfare (che ricordiamolo, accorpa i vecchi Sanità, Salute e Lavoro), per favorire la “spartizione” dei posti e trovarne uno per Sacconi. Allo stato le poltrone (otto) sono così assegnate: Bossi alle Riforme, Calderoli all’Attuazione del Programma, Carfagna alla Solidarietà Sociale, Fitto agli Affari Regionali, Bonaiuti (o Vito) ai Rapporti col Parlamento, Poli Bortone alle Politiche Comunitarie, Stanca all’Innovazione Tecnologica e il tecnico Fazio alla Salute.
In fondo nemmeno il Partito delle Libertà ci credeva fino in fondo, al punto da ipotizzare Gianni Alemanno come costante in uno dei principali dicasteri da attribuire nella compagine di governo. E ora che il Campidoglio è stato conquistato davvero dal centrodestra, urge un ripensamento sulle poltrone anche alla luce del ritrovato potere di AN, forte di un successo così importante e clamoroso.
Dando ormai per scontato il sottosegretariato di Gianni Letta, così come Esteri a Frattini, Economia a Tremonti e Interni a Maroni (anche se qualche voce dissonante parla di una messa in discussione di quest’ultimo), i crocevia principali divengono Welfare e Giustizia. Quest’ultima oscilla sempre tra AN e Forza Italia, e potrebbe risolversi in un duello Mantovano-Vito, mentre il nome della Bongiorno pare eclissarsi. La Russa e Matteoli dovrebbero mantenere Difesa e Infrastrutture, Scajola andrebbe alle Attività Produttive, Fazio alla Salute, Gelmini all’Istruzione, Zaia all’Agricoltura e Bondi, appena silurato dagli elettori a Massa provincia, ai Beni Culturali.
Rimane così aperto il nodo del Welfare, in cui la pole position di Sacconi potrebbe essere insidiata dallo stesso Mantovano o da Giorgia Meloni. E’ di queste ore anche la nuova levata di scudi dell’Alleanza Autonomista di Lombardo, che chiede un riconoscimento tangibile, ma sembra difficile che questo possa concretizzarsi in un dicastero; più probabile un vice-ministero, per esempio a Giovanni Pistorio (Economia).
Continua a leggere: Il toto-ministri all'alba della vittoria di Alemanno a Roma

Quella vecchia volpe di Bossi ancora una volta ha dimostrato fiuto. Annusata l’aria che tirava all’indomani del grande successo elettorale leghista ha subito alzato i toni e messo in chiaro che il Carroccio non si sarebbe accontentato delle briciole. E così tra veti incrociati e pretese elevatissime il Senatùr ha portato a casa l’obiettivo primario, vale a dire il Viminale. E quale miglior uomo per presiederlo di Bobo Maroni, già ministro degli Interni nel primo governo Berlusconi?
Si compone così il primo tassello del piano volto a costruire un asse forte soprattutto sulla via delle sicurezza; un piano che prevede ora la conquista delle due regioni-guida del nord: Lombardia e Veneto. Il mandato dei due governatori scade infatti nel 2010, anno che vedrà con ogni probabilità l’avvicendamento tra Formigoni e Castelli (sembra infatti tramontata l’ipotesi della discesa del primo a Roma). Più complesso il discorso su Galan, che potrebbe anche decidere di rimanere in Veneto. Tra l’altro Zaia, l’uomo su cui Bossi puntava per la successione, un po’ a sorpresa sarà a sua volta ministro delle Politiche Agricole. Il trio di dicasteri leghisti è completato da Bossi alle Riforme (senza portafoglio), mentre Calderoli sarà vice-premier con Gianni Letta.
Continua a leggere: Toto-ministri: la Lega conquista gli Interni