L’avvertimento al regime di Teheran e al “partito di dio” libanese arriva direttamente da uno dei leader dell’opposizione siriana.
Nel corso di un’intervista rilasciata alla Cnn, Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano, ha avvisato Iran ed Hezbollah, solidi alleati della Siria, che il loro sostegno al regime di Assad rischia di comprometterne le relazioni con il popolo siriano.
Ghalioun parla già da statista di una Siria liberata, che cerca di ridefinire le proprie alleanze sullo scacchiere mediorientale. E’ come se avvisasse il regime degli Ayatollah e la milizia sciita libanese che in Siria il vento sta per cambiare e i nuovi governanti non apprezzeranno i loro legami con il passato regime. A meno che non smettano di sostenerlo. Ghalioun avvisa infatti l’Iran che questa è la sua “ultima opportunità” per evitare che le relazioni tra i due Paesi si compromettano.
Quali siano le concrete possibilità di un cambio di regime in Siria ancora non lo sappiamo. Non va però sottovalutato che, nel corso della stessa intervista, Ghalioun sembra auspicare una forma di intervento militare sulla falsariga dell’operazione Nato in Libia. Lo vediamo dopo il salto…
Non c’è pace per il Kurdistan. E tantomeno per l’Iraq. Ieri gli F16 turchi hanno effettuato altri bombardamenti sulle montagne del Kurdistan iracheno, la regione settentrionale dell’Iraq che confina con la Turchia. L’obiettivo erano le basi dei guerriglieri del Pkk, responsabili di una serie di attacchi contro obiettivi militari turchi che avevano causato la morte di 24 soldati.
Su queste pagine abbiamo già parlato della difficile situazione dell’Iraq del Nord: un’area con un equilibrio interno estremamente fragile. La ricostruzione e il passaggio a una vita normale sono costantemente in bilico. Se a Baghdad gli attentati dinamitardi continuano a mietere vittime, il Kurdistan iracheno è alle prese con forti tensioni con i confinanti Iran e Turchia.
Sulle montagne del Nord Iraq trovano infatti rifugio i guerriglieri del Pkk e del Pjak, rispettivamente il partito armato dei curdi di Turchia e Iran; dalle loro basi sulle montagne del Kurdistan iracheno, i due gruppi guerriglieri conducono azioni militari oltre il confine, provocando rappresaglie e reazioni di Ankara e Teheran. Le conseguenze sono incursioni in Nord Iraq delle forze armate iraniane e turche o bombardamenti come quelli di ieri (che si sono pesantemente intensificati negli ultimi tre mesi) che, oltre alle basi dei guerriglieri, colpiscono spesso anche i villaggi di confine mietendo vittime civili.
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Medio Oriente: interferenze dell’Iran nel Golfo Persico? Perlomeno è la tesi che il re saudita Abdullah ha esposto al Ministro della Difesa Usa Robert Gates. L’incontro tra i due è avvenuto ieri a Riyadh, nel corso di una visita di Gates in Medio Oriente.
Secondo l’Arabia Saudita e altri Stati del Golfo, l’Iran starebbe sfruttando e alimentando i disordini in paesi come il Bahrein, dove una maggioranza di popolazione di confessione sciita è in rivolta contro la monarchia sunnita, stretta alleata degli Stati Uniti. E’ utile ricordare che, oltre a essere un solido alleato, il Bahrein riveste una notevole importanza strategica per gli Usa, dal momento che ne ospita la Quinta Flotta della marina militare
Il pretesto che dietro manifestazioni e proteste di piazza si nascondano sobillatori o potenze straniere è uno dei leitmotiv preferiti da autocrati e dittatori di ogni latitudine. Lo abbiamo sentito dire anche da Gheddafi: a febbraio il dittatore libico aveva insinuato che i rivoltosi della Cirenaica fossero manipolati (e drogati) da Al Qaida.
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Proteste in Medio Oriente: una svolta epocale? In questi giorni il paragone più in voga è con il crollo del Muro di Berlino. L’ondata di proteste che ha fatto cadere i regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto e sta travolgendo tutto il Medio Oriente è vista da molti commentatori come una svolta epocale negli assetti della regione, in grado di ridisegnare di colpo assetti geopolitici dati per consolidati e immutabili.
In questo senso il paragone con la caduta dei regimi comunisti dell’Est può essere calzante, ma le similitudini si fermano lì. I regimi che sono crollati e quelli che ora vengono bersagliati dai manifestanti (dallo Yemen al Bahrain all’Iran) non fanno parte di un unico blocco e sono molto diversi tra loro.
Senza contare che, escluso l’Iran, buona parte dei governi che vengono contestati sono alleati di lungo corso degli Stati Uniti e si collocano o si sono collocati a fianco delle cosiddette “potenze occidentali” nel contrasto al fondamentalismo islamico e al terrorismo.
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Medio Oriente: l’Iran dichiara il suo appoggio alle proteste in Egitto. E’ un dato di fatto. La rivolta che sta facendo vacillare il regime di Hosni Mubarak non è solamente una questione interna all’Egitto, ma riguarda gli assetti geopolitici di tutta la regione.
Come racconta oggi il quotidiano israeliano Haaretz, Tel Aviv ha già schierato le proprie truppe lungo il confine con l’Egitto per evitare eventuali infiltrazioni di terroristi islamici: un timore, quello del Governo israeliano, che si traduce nella volontà di non prendere posizioni nette contro il regime di Mubarak, visto come un argine contro possibili derive fondamentaliste.
Se lo spauracchio dei governi occidentali e di Israele è un’eventuale presa del potere dei Fratelli Musulmani, anche l’Iran non è tuttavia un attore da sottovalutare. Le autorità iraniane hanno infatti preso ufficialmente le parti dei manifestanti anti – Mubarak.
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Medio Oriente: Iran, arrestati due giornalisti stranieri dopo un’intervista al figlio di Sakineh. La notizia è stata data ai media internazionali dal giornale governativo Iran Daily. Sono due cittadini tedeschi di origine iraniana; il procuratore ha affermato che sono in rapporti con un attivista iraniano per i diritti umani che vive in Europa.
Il riferimento è a Mina Ahadi: iraniano in esilio in Germania e fondatore del Comitato internazionale contro le esecuzioni e la lapidazione.I due giornalisti sono infatti stati arrestati lunedì, dopo un’intervista con il figlio di Sakineh Ashtiani: la donna che rischia l’impiccagione a causa di una condanna per adulterio.
Le autorità iraniane hanno dichiarato che i due europei sarebbero entrati in Iran con visti turistici e che non sarebbero veri giornalisti. Quest’ultimo punto è, in realtà, alquanto controverso. I giornalisti stranieri che entrano nel paese devono infatti ottenere un permesso del governo per poter svolgere inchieste e condurre il proprio lavoro. Quindi, deducono le autorità iraniane, se non hai un permesso non sei un giornalista. Un sillogismo che la dice lunga sul concetto di libertà di stampa, democrazia e diritti civili condiviso dal governo di Teheran e dalle sue emanazioni.
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Internet è buono o cattivo? La domanda sembra stupida, e in effetti lo è (la rete non è né buona né cattiva, dipende dall’uso che si fa di questo strumento), ma dopo la vicenda del reverendo Terry Jones, il dibattito su Internet e democrazia si è acceso. Prima, Giulio Giorello sul Corriere, con un articolo intitolato “la follia senza filtri nella rete”, poi Ernesto Galli della Loggia, sempre sul Corriere della Sera:
“Si è già creato, infatti, e si allarga ogni giorno di più, un vasto spazio virtuale, un tecno-spazio planetario dove soprattutto le notizie, i movimenti di denaro e i rapporti interpersonali, sia scritti sia vocali, hanno assunto in pratica il carattere dell’immediatezza.
E così, stretto come in una tenaglia dentro una spazialità da un lato dominata dall’immediatezza e dall’altro caratterizzata dalla lontananza (perché le entità sovrastatali diventano sempre più estese, ndA), il regime democratico vede oltremodo indebolite le sue antiche possibilità di controllo”
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È un primo successo della diplomazia internazionale l’annuncio del governo iraniano sul caso Sakineh. A quanto pare sarà infatti istituito un processo di revisione che intanto porta il grande risultato di un rinvio della sentenza.
“Il verdetto riguardo la vicenda di tradimento extraconiugale è stata bloccata ed’ è stata sottoposta a revisione”. Così il ministro Ramin Mehmanparast in un’intervista a una Tv locale.
Ricrodiamo che l’Europarlamento aveva votato una risoluzione sull’argomento e che nell’occasione la vicepresidente Roberta Angelilli, aveva indossato una maglietta con l’immagine di Sakineh.
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Medio Oriente: Israele/Palestina, negoziati anche senza il blocco degli insediamenti? Lo dichiara il quotidiano israeliano Haaretz, che cita una anonima fonte palestinese di cui non svela l’identità (“a senior palestinian source”).
Secondo l’anonima fonte, il Presidente dell’Anp Mahmud Abbas avrebbe ricevuto pressioni dagli Stati Uniti per continuare i negoziati diretti con Israele, anche qualora dovesse ripartire la costruzione di nuovi insediamenti di coloni in Cisgiordania dopo il termine dell’attuale moratoria (che scadrà il 26 settembre).
Gli insediamenti sono uno dei punti cardine di ogni possibile negoziato tra Autorità Nazionale Palestinese e Israele. L’Anp li pone come condizione essenziale per poter parlare di trattative di pace. Gli Stati Uniti ne hanno chiesto, a parole, il blocco definitivo.
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Medio Oriente: Israele, il Governo decide la deportazione di quattrocento bambini figli di immigrati. La decisione è controversa e si può riassumere in poche righe. In pratica quei figli di lavoratori immigrati che non rispondono ai criteri stabiliti dal Governo dovranno lasciare il Paese entro un mese.
Il quotidiano israeliano Haaretz fa una stima di circa 400 bambini classificati come “indesiderati”, che saranno quindi deportati nei paesi di origine dei genitori.
La decisione è stata approvata nonostante l’opposizione di alcuni membri del Governo, tra cui il Ministro dell’Istruzione Gideon Sa’ar (che ha chiesto di tutelare lo status giuridico dei bambini in età prescolare) e del Ministro delle infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer. “Questo non è lo Stato ebraico che conosco, se deporta dei bambini” ha dichiarato Ben Eliezar durante la seduta del Governo in cui è stata votata l’espulsione dei figli di immigrati.
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