Dossier AIEA sul nuclerare iraniano: Israele aspetta a dare una risposta. Le autorità israeliane hanno scelto un profilo basso. Le fonti governative isrealiane hanno fatto sapere che lo Stato ebraico sta aspettando le reazioni degli altri Paesi prima di esprimersi sul dossier dell’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che ha divulgato i piani di Teheran per dotarsi di armi nucleari.
Di fatto, Israele non vuole dare l’impressione di condizionare o guidare la comunità internazionale. Del resto, il dossier divulgato dall’Aiea non usa mezzi termini: in un allegato, scrive come l’Iran si stia dotando di tutta le tecnologia necessaria per costruire missili intercontinentali con testate nucleari. Una notizia che sarebbe suffragata dal lavoro di intelligence di almeno dieci Paesi, che non vengono tuttavia nominati.
In tutto questo, l’ordine di scuderia di Netanyahu ai suoi ministri è quello di tacere fino a nuovo ordine. Per evitare dichiarazioni contrastanti e fughe in ordine sparso su un tema così delicato, il Premier israeliano ha rilasciato ieri una dichiarazione in cui afferma che Israele sta studiando il report e che darà una sua risposta successivamente. Inoltre, Netanyahu ha dato istruzioni ai suoi ministri di non parlare dell’argomento con la stampa fino a nuove disposizioni.
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Medio Oriente: Israele inizia lo scambio di prigionieri palestinesi per la liberazione di Gilad Shalit. I rilasci sono iniziati alle prime ore di questa mattina: una portavoce dell’Autorità carceraria israeliana, citata dalla Cnn, ha riferito che 477 prigionieri palestinesi si sono già messi in viaggio verso i punti di incontro con la Croce Rossa. Una seconda parte di prigionieri sarà rimessa in libertà entro la fine dell’anno.
La liberazione del caporale Gilad Shalit costerà a Israele la scarcerazione di 1.027 prigionieri palestinesi che scontavano pene detentive (in alcuni casi anche all’ergastolo) per attacchi contro lo stato ebraico.
Hamas esulta e, per bocca dei suoi portavoce parla di “grande giorno per il popolo palestinese”.
In realtà, il grande giorno è solo per il movimento fondamentalista. Hamas ha vinto su tutta la linea contro Israele e contro gli acerrimi rivali dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen. Ha dimostrato che la linea dura contro Israele paga e ora, ne possiamo essere certi, non mancherà di presentarsi come l’unico, vero e autorevole difensore del popolo palestinese.
Le capriole e le mosse diplomatiche dell’Anp all’Onu ne escono ridicolizzate. Hamas ha dimostrato che a suon di ricatti e uso spregiudicato della forza può ottenere risultati non ottenibili per mezzo di negoziati.
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L’antefatto è noto e ne abbiamo già parlato su queste pagine: a settembre l’Autorità nazionale palestinese (Anp) chiederà alle Nazioni Unite che la Palestina diventi membro dell’Assemblea Generale dell’Onu con un suo seggio come Stato indipendente.
L’iniziativa dell’Anp ha finora ottenuto l’appoggio di 120 Stati (tra cui Brasile, India, Cina, Sudafrica e Turchia) che hanno riconosciuto la Palestina come Stato indipendente. Se anche non avesse l’effetto di condurre a un’effettiva indipendenza dello Stato palestinese, la mossa diplomatica sortirebbe comunque l’effetto di mettere all’angolo Israele, costringendolo a rivedere molte delle sue posizioni.
La richiesta dell’Anp non preoccupa solo Israele, ma anche gli Stati Uniti, che dello Stato ebraico sono da sempre uno dei più solidi alleati (specialmente all’interno del Consiglio di sicurezza Onu). Come riporta Al Jazeera, l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite Rosemary DiCarlo ha infatti seccamente bocciato l’iniziativa dell’Anp, dichiarando senza mezzi termini che gli Stati Uniti non accetteranno iniziative unilaterali e che continueranno a sostenere la ripresa dei negoziati diretti tra Israele e Anp (falliti per la mancata intesa sul blocco delle colonie israeliane in Cisgiordania)
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Obama ci ha provato, ma Israele sembra non volere una vera pace e preferisce ‘giocare’ con i palestinesi come il gatto con il topo. Benjamin Neta-miaooo
Berlusconi e la rivelazione sulle pericolosissime abitudini di Pisapia: “Prende il caffè ogni mattina con i centri sociali”. I milanesi, però, non sembrano curarsene. M’importa sega(fredo)
Caffè o meno, è troppo facile attaccare l’avversario e non affrontare i problemi della città rimasti insoluti. Se ne lava(zza) le mani
Via le multe, parcheggi gratis ed ecco i ministeri. Il centrodestra milanese parla alla pancia e continua a solleticare le viscere dell’elettorato. Strada obbligata per rimontare? Obtorto colon
Israele, discorso di Netanyahu negli Usa: “I confini del 1967 sono indifendibili”. Non sono affermazioni nuove. Il discorso tenuto ieri dal premier israeliano Netanyahu alla conferenza dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, la lobby Usa filo-israeliana) riprende il leitmotiv dell’indifendibilità dei confini del 1967.
E’ un tema caro all’establishment israeliano, che ha sempre motivato con ragioni di sicurezza militare il mancato sgombero delle colonie in Cisgiordania e il ritorno dello Stato ebraico all’interno dei confini antecedenti la Guerra dei Sei giorni.
Nonostante i ringraziamenti di rito agli Stati Uniti e al loro supporto ad Israele (specialmente per il sistema di difesa missilistica Iron Dome), Netanyau ha nettamente bocciato la proposta, avanzata lo scorso giovedì da Barack Obama, di un ripristino dei confini del 1967, bollandoli come “indifendibili”.
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Medio Oriente: Beirut e Teheran sempre più vicine, visita ufficiale di Ahmadinejad in Libano. “Il Libano è una scuola di resistenza e perseveranza contro le forze ostili del mondo ed è come un’università per la jihad, per un’avventura nel solco di cause nobili e umane.” Sono le parole che il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha pronunciato ieri a Beirut, nel corso di una manifestazione in suo onore organizzata dal gruppo islamista sciita Hezbollah.
Si tratta della prima visita di Stato di Ahmadinejad in Libano: un evento che ribadisce in maniera esplicita i forti legami che il paese sta rafforzando con l’Iran. Durante la visita, Ahmadinejad ha ribadito di essere a fianco del Libano nel confronto con quelle che ha definito le ostilità portate avanti da Israele. Inoltre, il presidente iraniano ha sottolineato l’incondizionato sostegno di Tehran a “un Libano unito e al suo governo”.
In un discorso tenuto nel palazzo del presidente libanese Michel Sleiman, Ahmadinejad ha affermato infatti che l’Iran non sostiene singole fazioni, ma tutto il paese.
Sarebbe ingenuo, però, negare il peso e l’influenza di Hezbollah in quanto sta accadendo.
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Libano, il premier Saad Hariri: “La Siria non ha ucciso mio padre” Il Primo ministro libanese ci ha ripensato. Se nel 2005 accusava la Siria di aver organizzato l’attentato che aveva causato la morte del padre e allora premier Rafiq Hariri, oggi afferma che sono stati commessi degli errori “che hanno danneggiato il popolo siriano e le relazioni tra i due Paesi”.
Occorre ricordare che, nel 2005, l’ondata di indignazione popolare ed internazionale seguita all’omicidio di Hariri (un attentato dinamitardo nelle strade di Beirut che aveva causato altri 22 morti) aveva costretto la Siria, da tutti considerata responsabile, a ritirare le truppe che da quasi trent’anni manteneva di stanza nel Paese dei cedri.
E’ chiaro, quindi, che le dichiarazioni del figlio e attuale premier Saad Hariri, pubblicate ieri ieri dal giornale Asharq al-Awsat, suonino quantomeno curiose. “A un certo punto abbiamo commesso degli errori ed accusato la Siria di aver ucciso il premier.” Ha affermato il Primo ministro libanese “Era un’accusa politica, e questa accusa politica è finita”
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Medio Oriente: Israele, il Governo decide la deportazione di quattrocento bambini figli di immigrati. La decisione è controversa e si può riassumere in poche righe. In pratica quei figli di lavoratori immigrati che non rispondono ai criteri stabiliti dal Governo dovranno lasciare il Paese entro un mese.
Il quotidiano israeliano Haaretz fa una stima di circa 400 bambini classificati come “indesiderati”, che saranno quindi deportati nei paesi di origine dei genitori.
La decisione è stata approvata nonostante l’opposizione di alcuni membri del Governo, tra cui il Ministro dell’Istruzione Gideon Sa’ar (che ha chiesto di tutelare lo status giuridico dei bambini in età prescolare) e del Ministro delle infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer. “Questo non è lo Stato ebraico che conosco, se deporta dei bambini” ha dichiarato Ben Eliezar durante la seduta del Governo in cui è stata votata l’espulsione dei figli di immigrati.
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Medio Oriente: gli insediamenti dei coloni israeliani occupano il 42% della Cisgiordania. Lo sostiene il rapporto pubblicato oggi da B’Tselem, organizzazione israeliana che si occupa di monitorare i diritti umani nei territori palestinesi occupati (la cosiddetta West Bank).
L’organizzazione è attiva dal 1989 e ha pubblicato, nel corso degli anni, rapporti fortemente critici nei confronti della politica di occupazione condotta da Tel Aviv. Quello pubblicato oggi non smentisce la linea sinora adottata e fa il punto sulla situazione degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania: un tema caldo e problematico per il processo di pace, che riveste una particolare importanza anche per gli Stati Uniti.
L’Amministrazione Obama ha ripetutamente posto il blocco degli insediamenti come condizione essenziale per la buona riuscita delle trattative. L’atteggiamento di Tel Aviv è stato sinora ambiguo, quando non addirittura sprezzante. Ricordate l’annuncio della costruzione di nuovi insediamenti dato lo scorso marzo, il giorno stesso in cui vicepresidente USA Joe Biden chiedeva il blocco delle colonie nel corso della sua visita di Stato a Gerusalemme?
Il rapporto di B’Tselem analizza quindi una situazione estremamente delicata per gli equilibri della regione e si basa su più fonti ufficiali del Governo israeliano: dall’esercito alle mappe della Civil Administration, l’ente governativo che amministra i territori occupati.
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Lubna Masarwa vive a Gerusalemme Est e si autodefinisce una “palestinian 48”: una di quei palestinesi (meglio noti come “arabi israeliani”) che, dopo la proclamazione dello stato ebraico nel 1948, si sono trovati all’interno dei confini di Israele e ne hanno acquisito la cittadinanza.
Docente presso l’università palestinese Al Quds, a Gerusalemme, Lubna Masarwa è un’attivista politica che si occupa principalmente di diritti sociali, in particolare per quanto riguarda le problematiche dei bambini che non hanno accesso all’istruzione. E’ membro del comitato direttivo del Free Gaza Movement ed è stata tra gli organizzatori della Freedom Flotilla. In rappresentanza del comitato organizzativo, ha preso parte alla spedizione della flotta a bordo della nave turca Mavi Marmara, su cui è stata arrestata dalle forze armate israeliane nel corso del blitz dello scorso 31 maggio.
L’abbiamo intervistata per voi per avere un suo punto di vista sulla vicenda.
Lubna, cos’è accaduto quella note a bordo della Mavi Marmara? Le autorità israeliane affermano che i soldati sono stati attaccati con armi da fuoco e hanno dovuto sparare per difendersi.
Non avevamo armi da fuoco a bordo. Eravamo civili ed eravamo stati cercati dalle autorità turche prima di salpare.
Noi organizzatori avevamo fatto dell’addestramento con i leader delle delegazioni dei passeggeri e avevamo detto loro che non volevamo usare violenza contro i soldati. In particolar modo, non volevamo dare ad Israele alcun pretesto per accusarci, come sono soliti fare quando i palestinesi resistono per i loro diritti.
I soldati israeliani sono arrivati intorno alle 4.20 da tutte le direzioni, con elicotteri e decine di piccole imbarcazioni. Hanno attaccato i civili non appena hanno iniziato a scendere dagli elicotteri; a quel punto posso immaginare che i passeggeri li abbiano colpiti.
Più tardi i soldati feriti hanno ricevuto dai passeggeri trattamento medico a bordo della nave e sono stati rimandati al loro gruppo. Nonostante questo, il ponte era pieno di feriti e morti della nostra parte.
Voglio aggiungere ancora una cosa: alle 5 del mattino io ho chiamato gli israeliani con l’altoparlante, parlando in ebraico e in inglese, per chiedere assistenza medica. Ho detto che eravamo civili e ho chiesto di non usare violenza contro di noi: che necessitavamo di assistenza medica e c’erano delle persone che stavano morendo. Nessuno dei miei appelli ha ricevuto risposta e per quattro ore le persone sono rimaste a morire sul ponte.
Puoi raccontarci di come sei stata arrestata dalle autorità israeliane?
Il 31 maggio non è stata la prima volta che le autorità israeliane mi hanno arrestata. Lo scorso anno, alla fine di giugno, ero a bordo della nave Spirit of Humanity insieme a Mairead Maguire per rompere l’assedio di Gaza. Tutti i passeggeri, me compresa, sono stati rapiti in acque internazionali e portati nella prigione di Ashdod. Dopo questa missione abbiamo deciso che saremmo tornati a Gaza con più di una nave e ci è voluto quasi un anno per organizzare la Freedom Flotilla.