
Sono ormai decenni che in Italia si parla del problema Immigrazione, ovvero la gestione del flusso di persone non italiane che arriva nel nostro paese in cerca di una vita se non migliore perlomeno dignitosa.
Questo ha portato alcuni schieramenti, in primis la Lega Nord, a fare di questo problema un cavallo di battaglia politico sulla pelle di queste persone. Il problema però soprattutto negli ultimi anni si sta rovesciando: chi ci vuole venire più in un paese alla deriva come come l’Italia? I dati lo confermano - di ieri lo spaventoso aggiornamento sulla disoccupazione giovanile - adesso sono gli stessi cittadini italiani che emigrano in cerca di una vita migliore.
Secondo i dati forniti dal Viminale e contenuti nel decreto del Ministro dell’interno sono più di 4 milioni gli emigrati italiani all’estero registrati alla fine del 2010, con un incremento di 200 mila unità rispetto all’anno precedente. Dati che confermano come l’Italia, nonostante lo spauracchio di invasione degli immigrati e pur accogliendo consistenti flussi migratori, continua in modo sempre maggiore ad essere un paese di emigrazione. Ritorno agli anni 50′?

“La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.
La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.
Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.”
Le parole di Paola colpiscono. Prima di tutto, come ha scritto Alessandro Giglioli su “Piovono rane”, perchè forse questo è il primo caso in Italia di sciopero del fame per cercare di farsi assumere da un giornale. Poi, perchè, come ha scritto una collega di studi su Facebook, se scioperassero per un giorno tutti i precari d’Italia, il paese probabilmente si fermerebbe.
Non fa notizia. Ma cosa sarebbe oggi il “mondo” del lavoro in Italia, senza lo Statuto dei diritti dei lavoratori entrato in vigore 40 fa, il 20 maggio 1970?
Si era partiti dalla suggestione del “New Deal” roosweltiano, ed era stato soprattutto il segretario generale della Cgil Giuseppe Di Vittorio a lanciare nel ’52 la parola d’ordine per “La Costituzione nelle fabbriche”.
Dopo la rinascita del sindacato nel dopoguerra (dal mitra al contratto di lavoro), lo Statuto è stata la conquista più importante per i lavoratori italiani, frutto dei fermenti e delle lotte del biennio ’68-’69, del peso politico della sinistra (di governo, il Psi, e di lotta, il Pci), ma anche della “lungimiranza” della Dc di saper governare le tensioni e i processi di cambiamento.
Lo Statuto fu conquistato soprattutto per la nuova spinta unitaria dei lavoratori,dopo le sconfitte nelle fabbriche degli anni ’50, i sindacati gialli, la cinghia di trasmissione dei partiti, giungendo al “miracolo economico, alla programmazione e ai governi di centro-sinistra.
C’è da dire che la “contestazione” non fu tutto rosa e fiori, nemmeno nelle fabbriche (nascita di comitati di base, ma anche con tendenze pansindacaliste, spontaneistiche e sedicente rivoluzionarie) e nei sindacati, non sempre capaci di guidare il movimento.
Alla fine però il sindacato fu capace di respingere l’ipotesi che potesse nascere in fabbrica, con i consigli dei delegati, una istanza operaia “autonoma” e “rivoluzionaria”, una specie di soviet, con la funzione “politica” di rovesciare le strutture politiche e istituzionali democratiche del Paese.
Continua a leggere: Ore 12 - Lo "Statuto" compie 40 anni. E' l'ultima "bandiera" dei lavoratori

Il prossimo 29 settembre Silvio Berlusconi compirà 74 anni. Nello stesso giorno Pier Luigi Bersani, a cui è stata affidata l’opposizione, spegnerà 59 candeline. Entrambi, a loro modo, rappresentano un modello politico adatto a persone con una meno/andropausa conclamata.
Barack Obama, che ha dieci anni in meno dell’attuale segretario del Pd, qualcosa per le nuove generazioni lo sta facendo. Garantire a molti l’assistenza sanitaria è un passo in più. Non solo pratico.
In Italia, ormai, dei giovani si è smesso pure di parlare. Con Eleonora Voltolina, responsabile della Repubblica degli Stagisti, abbiamo ragionato anche di questo scoprendo che degli 80 candidati alle recenti elezioni solo in 8 sono riusciti a farsi eleggere. Uno di questi è Renzo Bossi.

In occasione della festa dei lavoratori Silvio Berlusconi ha rilasciato un’inaspettata dichiarazione di buone intenzioni nei confronti delle nuove generazioni:
“il primo maggio è l’occasione per confermare l’impegno del governo per la tutela dei diritti dei lavoratori, in particolare dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro senza più le garanzie, le certezze e le opportunità dei loro padri, in un tempo di crisi e di epocali trasformazioni dell’economia e della società”
Un’uscita curiosa, che segue a qualche mese di distanza quella di Giulio Tremonti sul posto fisso come “obiettivo fondamentale” dell’esecutivo e ci offre l’occasione di esaminare il bilancio dei governi Berlusconi sul fronte “giovani & lavoro”, a due anni dalle ultime elezioni legislative.
Continua a leggere: Berlusconi e i giovani: bilancio di un governo

Nonostante tutto, è la festa del 1° maggio.
Anche in questa Italia della Seconda repubblica, dove il “berlusconismo” ha colpito e colpisce diritti e conquiste date troppo semplicisticamente per “acquisite” e ha smontato e smonta pezzo per pezzo l’identità e la memoria storica di una nazione e di un popolo.
Non senza responsabilità e addirittura connivenze dei sindacati, oggi irresponsabilmente divisi; delle sinistre (e del cosiddetto centro sinistra), incapaci di fare i conti con il proprio passato (non sempre eroico e luminoso: tutt’altro!) e ancor meno capaci di interpretare i cambiamenti e le grandi trasformazioni del secolo nuovo. Tant’è.
Ma va rinnovato l’impegno di fare del lavoro il fondamento della dignità della persona umana, la pietra di paragone di una reale giustizia, la condizione per una libertà vera, che era e resta liberazione dal bisogno, dallo sfruttamento, dall’oppressione.
Scriveva Antonio Gramsci sull’Ordine Nuovo del 1919: “Noi siamo diventati socialisti non perché ritenessimo che nella vita vale più il mangiare, ad esempio, che studiare, ma perché abbiamo provato che non si può studiare se non si mangia o se si mangia male”. Una lezione e un monito. Per tutti.
Non solo per Berlusconi, che ha convinto la maggioranza degli elettori a cullarsi in un paese dei balocchi, un luna park di cartapesta. Sarà, prima o poi, un amaro risveglio.
Oggi è 1° maggio di Festa. Poi, passata la festa, si torni all’impegno, alla partecipazione, alla lotta. Per il lavoro. Per i lavoratori. Per l’Italia. Senza retorica. Ma senza bende negli occhi e senza bavagli.
Maurizio Sacconi: realista. Voto + 8. Il ministro del Lavoro invita disoccupati e studenti in attesa di una occupazione “consona alle aspettative della persona”, a fare la raccolta in agricoltura con buoni prepagati. Tabù infranto? Mamma non vuole!
Pier Ferdinando Casini: doppiogiochista. Voto – 8. Il leader dell’Udc è l’ago della bilancia per le prossime elezioni di marzo e rimescola le carte in molte regioni. Pdl e Pd pari sono e Pier tira la corda oltre il limite. Per un pugno di poltrone.
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“I governi, tutti i governi degli ultimi 15 anni, hanno tradito i pensionati”
Raffaele Bonanni
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Scopri perchè dopo il salto
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Durante il No B Day della scorsa settimana si è avuta la prima apparizione pubblica della Federazione della Sinistra (nuova formazione politica che riunisce Rifondazione Comunista e Comunisti italiani), di cui Christian de Mattia ha già scritto su polisblog. Abbiamo incontrato per voi Oliviero Diliberto, segretario nazionale dei Comunisti italiani, con cui abbiamo parlato di crisi, di lavoro, di ambiente e delle possibili alleanze contro Berlusconi.
Diliberto, cosa rappresenta per la sinistra italiana questa nuova Federazione?
Innanzitutto la circostanza che per la prima volta si cerca di unirsi invece che dividersi. Si apre un percorso che può portare anche ad un ulteriore allargamento della federazione stessa. Per ora siamo, e non è poco, Rifondazione Comunista, i Comunisti italiani e due formazioni più piccole: una che fa riferimento alla sinistra della CGIL e l’altra che è Socialismo 2000, guidata da Cesare Salvi. La Federazione è la premessa indispensabile per tornare utili, nel senso che finché saremo frammentati in realtà così piccole non saremo utili. E’ la speranza di poter ricostruire, a sinistra del Partito Democratico, una formazione che conti qualche cosa.

Alla presentazione all’Università Statale di Milano dell’ottimo volume (da noi recentemente recensito) “Flex-insecurity. Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà”, non si è discusso solo delle boutade del ministro Tremonti sulla necessità di un “ritorno al posto fisso”, ma anche delle chances del nostro paese di uscire dalla crisi.
E i presenti - tra cui Tito Boeri, Emilio Reyneri e Michele Salvati - hanno concordato tutti sul fatto che le prospettive per l’Italia sono in questo momento particolarmente preoccupanti. Vi riporto nel seguito alcune delle loro interessanti argomentazioni.
Secondo Tito Boeri le statistiche rese pubbliche recentemente sulla disoccupazione sono inquietanti, ma ancora peggio - se possibile - sono i dati (non ufficialmente disponibili, ma che trapelano tra gli addetti ai lavoratori) sulle assunzioni.
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