Quelli del Partito Democratico, e non solo loro, si scandalizzano (ingenuamente) e protestano (giustamente) per la Rai che “spegne la luce” sulla campagna elettorale, lasciando sotto i riflettori il Re Sole Silvio Berlusconi.
Oscurati i programmi politici che contano, che fanno opinione, che spostano voti, la Rai pubblica si … “consegna” al Premier, protagonista unico del circus mediatico, pur con l’ultimo carico della procura di Trani che conferma che il presidente del Consiglio è indagato per concussione e minacce. Mica bruscolini.
Con l’aria che tira, (scandali personali-crisi che non passa-pdl a pezzi-Fini con un piede fuori-Bossi pronto a “fare i conti dopo il voto-astensionismo da ko) Berlusconi fa quello che sa fare meglio: la vittima, “eliminando” tutti gli altri competitors, privando il 30% degli indecisi di una Tv che conserva uno straccio di confronto e di democrazia.
Scandalizzarsi? No! Indignarsi? Sì. Contro Berlusconi ma anche contro gli … “altri”, tutti gli “altri”, corresponsabili di aver ridotto così il Paese.
La televisione è diventata la nostra cultura della apparenza. La televisione è diventata la nostra politica della banalità.
Via i ferrivecchi dei partiti. Via i professionisti della politica. Basta analisi, basta contraddittori, basta riflessioni, basta collegamento fra fatti. Tutto diventa “intrattenimento”, “spettacolo”, liquido, i collant della rossa Brambilla.
Berlusconi commette un grave errore: esagera. Il Cavaliere non ha bisogno della censura. Perché con questa politica, con questa tv, con questi media (e con italiani ammaestrati all’indifferenza), la censura non serve: perché tutta la politica è diventata una barzelletta. E, in questo, nessuno eguaglia Berlusconi.
Ma ci sarà sempre chi non si adatta all’incoerenza e non si crogiola nell’indifferenza.
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La Francia è vicina e l’effetto del boom dell’astensione agita i vertici dei partiti Made in Italy. I più preoccupati, quelli del Pdl, temono una ripercussione in Italia, proprio a danno del partito del Premier.
Il venti per cento e passa di elettori che hanno già dichiarato di disertare le urne il 28 e 29 marzo è “niente” se paragonato al 53,6% di estensioni in Francia, ieri. L’onda lunga negativa dei cugini transalpini potrebbe valicare le Alpi e … allagare le Regionali di fine marzo.
Lo staff del Cavaliere è sguinzagliato per mettere alla frusta i (recalcitranti) gruppi dirigenti territoriali. Non tira aria buona per il Pdl, “gelato” da un vento di insoddisfazione crescente che terrà molti suoi elettori (specie i giovani) lontani dalle urne.
Oramai Berlusconi, politicizzando il voto, non può più tirarsi indietro: ha anzi l’”obbligo” di battere la piazza per rinserrare i ranghi e riaccendere un elettorato deluso, sfiduciato e … incazzato.
Sabato prossimo in piazza ci sarà il primo responso sull’attuale stato di salute del partito del “predellino”. Berlusconi lancia il suo (ultimo?) “O con me o contro di me”.
Fini è in altre faccende affaccendato, con il lancio di “Generazione Italia”, cavallo di Troia nella maggioranza. Bossi invia in piazza una … delegazione e spara bordate bellicose con Calderoli: “Dopo il voto, nella maggioranza faremo i conti”.
Bossi lancia i tre squilli di tromba. E se la Lega fa il pieno di voti, Berlusconi e Fini si diranno addio.
Continua a leggere: Bossi lancia i "tre squilli" di tromba contro Berlusconi
Sbaglia chi fa. Ma anche gli assenti hanno sempre torto. Dice il saggio.
Sbaglia il Pd di Bersani che ha scelto la piazza (ma non avrebbe sbagliato ugualmente, “disertandola”?) e sbagliano l’Udc di Casini e l’Api di Rutelli a “distinguersi”, stando fuori.
Dissentire è un diritto, e farlo scendendo in piazza è un’espressione importante della democrazia partecipata. Non si vive di solo tv. Il nodo è un altro.
Oggi, ovunque, in piazza e fuori dalla piazza, c’è l’assenza della “politica”.
A dominare è la propaganda, rozza, di basso profilo. La piazza non si misura solo nel numero dei partecipanti e nel colore dei loro capelli (per lo più bianchi). Si misura nella qualità di “proposta politica”, nella capacità del “messaggio” che dai partecipanti (sempre una minoranza) giunge nelle case degli italiani (la vera maggioranza del Paese).
Qual è il messaggio delle piazze di ieri? E’ un messaggio “minoritario”, “solo” di protesta, e solo di una protesta “dovuta” di una “parte”, di una parte dell’opposizione. E non è un bisticcio di parole.
Non solo il Pd di Bersani ha dimostrato ieri poca consistenza organizzativa (ben altre manifestazioni di massa si sono viste in passato, a cominciare da quella imponente di Veltroni ai Fori Imperiali) ma ha ribadito la propria inadeguatezza politica, con divisioni interne segnate dai mugugni degli ex Popolari.
Mancando di una “sua” strategia, il Pd si è dovuto accodare al popolo viola (comunque ammirevole), alle bandiere di Di Pietro (comunque solo impegnato a portar via voti al Pd), ai residui gruppi della residua sinistra (comunque fuori gioco, Vendola compreso).
Così è solo la riproposizione di una cordata (sfilacciata) legata dall’antiberlusconismo, una minestra riscaldata, l’antipasto di nuove sconfitte.
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Pdl e maggioranza allo sbando. E Premier in piena fibrillazione.
L’ipotesi della leggina salva-liste scuote in queste ore la politica. E’ una carta inedita e inquietante. L’opposizione è in massima allerta. Così come il Quirinale, perché senza la firma del Capo dello Stato sarebbe il naufragio del decreto e forse anche del Governo.
Gianfranco Fini è sul piede di guerra. E la rottura fra il premier e il presidente della Camera potrebbe consumarsi in tempi strettissimi. Con conseguente scissione del Pdl e un quadro dai confini attualmente impossibili da definire.
Berlusconi è capace di tutto ma, se non troverà una soluzione politica al gran pasticcio delle liste, non cederà a “colpi di testa”. Perché, con Fini contro, con l’opposizione contro e con Napolitano contro, rischia il suicidio politico.
Anche perché questa brutta patata bollente può alla fin fine tornargli utile. In caso di conferma di esclusione dei “suoi” in Lombardia e a Roma, la “sparata” di una democrazia diventata “sovietica” e la discesa in piazza come “martire”, gli porterà dei “frutti”, oggi insperati. A guadagnarci non sarà il Pdl, ma il suo padre/padrone.
Il Cavaliere mette nel conto persino il ko elettorale nelle due regioni. Ma poi, smaltita la botta delle urne, passerà all’incasso, rivoltando Pdl, maggioranza e governo, come un calzino.
Il Pdl, o almeno una sua parte, ora incolpa la sinistra diabolica. Come se le proprie incapacità e i propri “casini” interni, intrighi e congiure, siano il frutto del sabotaggio altrui.
Ma il partito del “predellino” si “smonta” da solo, affoga nei propri pasticci. Perché era e resta una “invenzione” del suo fondatore padre/padrone Berlusconi.
Dall’editoriale del Corriere della Sera firmato Galli della Loggia: “Il Pdl non è nemmeno una corte, piuttosto una somma di rissosi potentati locali riuniti intorno a figuranti di terz’ordine, rimasuglio delle oligarchie e dei quadri dei partiti di governo della prima Repubblica … gente d’ogni risma ma di nessuna capacità”.
Ma chi ha nominato i “sottopanza” portandoli sulla tolda di comando? Nemmeno il potente collante del potere basta più: beghe di bassa lega si intrecciano con nodi irrisolti di identità e gestione.
E i risultati, sconcertanti, perché annullano l’essenza stessa del “berlusconismo”, si vedono. Fino all’ecatombe delle liste elettorali. Il Pdl va a pezzi.
Fini (“Così com’è questo partito non mi piace) e Berlusconi (“Se Fini insiste faccio io un nuovo partito”) sono già alle pratiche per la separazione, il divorzio è già in atto. E Bossi s’allontana, lanciando pietre al Pdl. “Il popolo è con noi”, grida il fido Bonaiuti. Come Storace prima del 25 luglio del 1943.
I sondaggi vanno giù. La delusione porta all’astensione. La vittoria (elettorale) sarà del partito dell’astensionismo. E lo sconfitto, dopo il voto, sarà Silvio Berlusconi.
Se il Pdl resta il primo partito d’Italia, questa è l’Italia. La seconda Repubblica scivola nella commedia dei bassifondi. Ma è già farsa.
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Uno che se ne intende, Vittorio Feltri, ha offerto una “corretta” interpretazione del nuovo inquietante affondo del Premier titolando sul Giornale “Silvio fonda forza Silvio”.
E se qualche distratto non l’avesse ancora capito bene, ci pensa il sottotitolo: “Berlusconi crea un partito di fedelissimi dentro il Pdl. Obiettivo: arginare Fini, che subito si ribella”. E in grassetto: “L’offensiva giudiziaria fa saltare la pace pre-elettorale. Brambilla e Santanchè pretoriane del Cav”.
Più chiaro di così! Altro che gli arzigogoli gattopardeschi di Pierluigi Bersani! Nemmeno a Savonarola sarebbe venuta così bene l’idea di lanciare “la lotta contro le forze del male”. Ci va giù più soft Padre Livio su Radio Maria del padre/padrone di un Pdl sempre più dilaniato e senza valori e di Governo sempre più paralizzato e inutile.
Il modello di società voluto dal “berlusconismo” è “fallito”. L’Italia non è solo un Paese in arretramento generale e miseramente e spudoratamente corrotto: è sempre più un Paese a sovranità limitata, con la ‘ndrangheta che “controlla” la politica e piega le istituzioni (lo stesso Parlamento non fa più leggi ma zibaldoni) a proprio uso e consumo.
Di Girolamo non è “la” mela marcia. Chi gli ha detto al Cavaliere di candidare Di Girolamo? E’ stato Di Gregorio, l’ex dipietrista passato al Pdl come capo del movimento”Italiani nel mondo”. E’ una oscenità tutta Made in Italy, di una Italia nel gorgo torbido dell’illegalità senza fine, nel teatrino di una finta democrazia.
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Acque agitate, molto agitate nel Pdl. Con Silvio Berlusconi preoccupato, molto preoccupato.
Sondaggi … incandescenti in mano al Premier indicano un Pdl in discesa, con tendenza al (forte) smottamento generalizzato a tutto vantaggio (specie al Nord) della Lega.
Uno scenario del tutto imprevisto e del tutto impensabile fino a poche settimane addietro.
La bufera politico-giudiziaria abbattutasi su Bertolaso e “cricca” limitrofa, i continui petardi che scoppiano (oggi ancora il senatore Nicola Di Girolamo nel mirino dei magistrati, con accuse gravissime) dimostrano la realtà di un partito (Pdl) colmo di mele marce o, quando va bene, con i listini elettorali pieni di mogli, amanti, parenti e portaborse.
Etichette a parte, tangentopoli o no, la pianta è malata alla radice: il berlusconismo produce questi frutti e ammorba la nazione, con rischi per la convivenza civile e per le istituzioni democratiche.
Vista l’antifona, pubblicamente Berlusconi (ancora) rassicura i suoi, dicendo che l’eventuale successo della Lega non cambierebbe niente nella maggioranza. Ma una parte del Pdl non vuole entrare nella tenaglia del Carroccio e diventare ostaggio di Bossi.
Giuseppe Pisanu sta preparando lo “strappo”. In quel caso, il quadro politico, non solo il Pdl e la maggioranza, verrebbe “smontato” e ricomposto su tutt’altre basi.
Non è la prima volta che le elezioni regionali fanno saltare premier e governo. Stavolta sarebbe il terremoto del secolo.
Non è uno che molla l’osso, Silvio Berlusconi, abituato com’è a convivere con situazioni scabrose e a non temere le burrasche più insidiose.
Il Cavaliere non crede alle superstizioni ma ai “suoi” sondaggi, sì. E’ da quei numeri, da quei grafici, da quelle curve che trae le indicazioni per “scegliere” la strada.
Sondaggi che, sotto la spinta dell’affaire della Protezione civile (una bufera che scuote l’uomo simbolo della politica del fare, Bertolaso; l’uomo ombra del Premier, Letta; il “fedelissimo” triumviro Pdl, Verdini), vacillano, minacciando nel cuore il partito del “predellino”.
Berlusconi non teme l’opposizione, considerata fuori gioco. Ma sa che, a questo punto, un “niente” può provocare una tale disaffezione nel suo elettorato, con una astensione dal voto devastante al Sud e un travaso di voti dal Pdl alla Lega al Nord.
In palio non c’è solo il governo delle regioni: il “test politico nazionale” si rifletterà sugli equilibri interni alla maggioranza e quindi sugli assetti di governo: ovvero tra Lega e Pdl.
Ecco perché Berlusconi corre ai ripari: con un rimpasto post voto, nel Governo e nel vertice del partito e, subito (addirittura già da oggi), presentando nel Cdm la stretta anti-corrotti e annunciando l’operazione Pdl pulito. E, soprattutto, giocando l’ultima carta, riportando su se stesso l’intera “matassa”: “Mi vogliono eliminare politicamente e fisicamente”.
Presto si saprà se si tratta di una strategia vincente o se la pezza è peggio del buco.
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Oggi vogliamo parlarvi di strategia politica, entrando nello specifico delle ultime manovre leghiste per capire come il Carroccio stia preparando le prossime Amministrative. La Lega, si sa, è un partito che ha nel suo dna le sparate e lo scontro politico. È un retaggio che parte da lontano, quando negli anni 80 la creatura di Umberto Bossi, improvvidamente definita “razzista” era sistematica ghettizzata dai media asserviti al sistema di potere dominante. Ivi inclusa l’opposizione comunista.
In quei tempi l’unico modo per guadagnare un po’ di visibilità era andare sopra le righe, cosa che comunque al Carroccio è sempre riuscita benissimo. E oggi, vent’anni dopo, le cose non sono cambiate di molto, ma la Lega di “lotta e di governo” ha studiato un sistema più sottile ed efficace per convogliare un consenso in perenne aumento da anni.
Il meccanismo funziona a piramide rovesciata. Ai vertici ci sono Bossi e Maroni, che smorzano sistematicamente i toni e rappresentano (soprattutto il Ministro degli interni) il lato ragionevole e conciliante del partito, sempre senza trascurare una certa fermezza di base. In mezzo ci sono Castelli, Cota, Bricolo e Zaia con licenza di “uccidere”, ma sempre mantenendo un certo aplomb. La base “popolare” è invece assunta con grande efficacia da Borghezio e Salvini, che sparano ad alzo zero incuranti delle successive (e calcolate) smentite delle “alte sfere”.
Umberto Bossi: ddl stop. Voto + 9. Anche il leader della Lega dice no alla Protezione civile Spa: “In politica, i controlli ci devono essere”. Il Senatur fiuta il pericolo e mette il veto. Premier avvisato, mezzo salvato.
Gianfranco Fini: ladri doc. Voto - 6. Il presidente della Camera: “Oggi chi ruba non ruba per la politica o per un partito, ma ruba perché è ladro, un volgare lestofante”. Discutibile. Ma il ladro “nobile” resta sempre ladro.