
“Tra i più grandi problemi del processo Eichmann, uno supera per importanza tutti gli altri. Tutti i sistemi giuridici moderni partono dal presupposto che per commettere un crimine occorre l’intenzione di fare del male.
Se c’è una cosa di cui la giurisprudenza del mondo civile si vanta, è proprio di tener conto del fattore soggettivo. Quando manca questa intenzione, quando per qualsiasi ragione (anche di alienazione mentale) la capacità di distinguere il bene dal male è compromessa, noi sentiamo che non possiamo parlare di crimine.
Noi respingiamo e consideriamo barbariche le tesi che ‘un delitto grave offende la natura sicché la stessa terra grida vendetta; che il male viola un’armonia naturale che può essere risanata soltanto con la rappresaglia; che una comunità offesa ha il dovere di punire il criminale in nome di un ordine morale’ (Yosal Rogat).
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“I movimenti totalitari mirano a organizzare le masse, non le classi, come i vecchi partiti d’interessi degli stati nazionali del continente, e neppure i cittadini con opinioni e interessi nei riguardi del disbrigo degli affari pubblici, come i partiti dei paesi anglosassoni.
Mentre tutti i gruppi politici si basano sul loro seguito proporzionale, essi fanno leva sulla nuda forza numerica, dell’ordine di milioni, al punto da rendere impossibile un loro regime, anche nelle circostanze più favorevoli, in paesi con una popolazione relativamente poco numerosa.
Dopo la prima guerra mondiale un’ondata totalitaria e semitotalitaria travolse il continente; movimenti fascisti si diffusero dall’Italia a quasi tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale (la parte ceca della Cecoslovacchia fu una delle eccezioni); eppure Mussolini, che tanto amava il termine ’stato totalitario’, non tentò di instaurare un regime totalitario in piena regola, accontentandosi della dittatura del partito unico.
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“Tolleranza non è indifferenza, né presuppone indifferenza. Se siamo indifferenti non siamo interessati: fine del discorso. Nemmeno è vero, come spesso si sostiene, che la tolleranza presuppone un relativismo. Certo, se siamo relativisti siamo aperti a una molteplicità di punti di vista. Ma la tolleranza è tolleranza (lo dice il nome) proprio perché non presuppone una visione relativistica.
Chi tollera ha credenze e principi propri, li ritiene veri, e tuttavia concede che altri hanno il diritto di coltivare ‘credenze sbagliate’. Il punto è importante perché stabilisce che il tollerare non è, né può essere, illimitato. ‘La tolleranza è sempre in tensione e non è mai totale. Se una persona tiene a qualcosa, cercherà di farla accadere; altrimenti è difficile ritenere che davvero ci tenga. Ma non cercherà di farla accadere con qualsiasi mezzo, a ogni costo’ (Lucas).
Allora, qual è l’elasticità della tolleranza? Se la domanda ci fa cercare un confine fisso e prestabilito, quel confine non lo troveremo. Il grado di elasticità della tolleranza può essere stabilito, invece, da tre criteri. Il primo è che dobbiamo sempre fornire ragioni di quel che consideriamo intollerabile (e cioè la tolleranza vieta il dogmatismo).
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“Lo ’scontro di civiltà’ era già molto di moda prima che i terribili eventi dell’11 settembre diffondessero ancora più conflittualità e sfiducia nel mondo. Ma quei terribili eventi hanno avuto l’effetto di amplificare enormemente l’interesse per questo tema. Molti autorevoli commentatori sono stati tentati di vedere un collegamento immediato tra le manifestazioni di conflitti a livello globale e le teorie di un confronto fra civiltà.
Un grande interesse ha accolto la teoria dello scontro di civiltà illustrata con forza nel famoso libro di Samuel Huntington. La più evocata è in particolare la teoria di uno scontro fra la civiltà ‘occidentale’ e la civiltà ‘islamica’.
La teoria dello scontro di civiltà presenta due problemi distinti. Il primo, forse il problema di fondo, riguarda la praticabilità e la rilevanza di un metodo di classificazione delle persone basato sulla civiltà a cui presumibilmente esse ‘appartengono’. L’altro viene dopo, e riguarda l’idea che gli individui, suddivisi in tanti compartimenti ognuno corrispondente a una civiltà, debbano in qualche modo essere antagonisti, che le civiltà a cui appartengono siano cioè reciprocamente ostili.
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“La libertà è uno dei termini più oscuri ed ambigui, non soltanto del linguaggio filosofico, ma anche di quello politico. Non appena cominciamo a speculare intorno alla libertà del volere, ci troviamo persi in un labirinto inestricabile di questioni e antinomie metafisiche.
Quanto alla libertà politica, tutti sappiamo che questo è uno dei luoghi comuni più usati e abusati. Tutti i partiti politici hanno assicurato di essere i veri rappresentanti e protettori della libertà. Ma sempre hanno definito il termine nel senso proprio, e lo hanno usato per i loro interessi particolari.
La libertà etica, in fondo, è una cosa molto più semplice. Essa è sgombra da quelle ambiguità che sembrano inevitabili tanto in metafisica che in politica. Gli uomini si comportano come agenti liberi, non perché posseggono un liberum arbitrium indifferentiae. Non è l’assenza di un motivo, ma il carattere dei motivi, ciò che contraddistingue un’azione libera.
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