
Ancora una volta, l’ennesima nel giro di pochi anni, in un Consiglio dei Ministri si è tornati a parlare dell’annosa questione del valore legale del titolo di studio. E ancora una volta si è deciso di non decidere, di intervenire con il bisturi anziché con il machete, cercando di cambiare poco affinché tutto cambi. Già Letizia Moratti, quando era ministro dell’Istruzione, provò ad aggirare questo totem, e da ultimo ci sta provando il governo di Mario Monti. E anche se il risultato è stato un nuovo rinvio, tutto fa pensare che stavolta si faccia sul serio. Ma qual è la questione sul tavolo, e perché divide così tanto?
In Italia, seguendo una dottrina condivisa da tutta Europa, la laurea è un certificato rilasciato dalle autorità accademiche, e come ogni certificato è uguale per tutti. Davanti alla legge non c’è differenza tra un laureato in una qualche famosa università, magari privata, e un laureato in un minuscolo e scalcinato ateneo di qualche regione svantaggiata. Questo discorso vale soprattutto, se non esclusivamente, per i concorsi pubblici, perché in tutte le altre circostanze l’ateneo di provenienza è una discriminante essenziale per l’assunzione e per il curriculum.
La dottrina che il governo vorrebbe applicare proviene invece dagli Usa, dove la laurea non ha valore legale. Il valore del titolo di studio deriva unicamente dalla provenienza: un laureato alla Columbia, o a Harvard avrà sempre una marcia in più rispetto a uno proveniente da università meno prestigiose. Se la questione si fermasse qui, sarebbe tutto relativamente semplice. Il discorso si complica quando si arriva alla messa in pratica: in primo luogo quello che spaventa il governo (e che ha provocato la levata di scudi dei ministri Cancellieri e Severino) è il caos che si verrebbe a creare nei concorsi pubblici, dove in linea teorica i laureati potrebbero essere messi sullo stesso piano dei non laureati in possesso di altre caratteristiche richieste.
Continua a leggere: Ma allora come finisce col valore legale del titolo di studio?
Piero Bassetti, erede di una dinastia di imprenditori, democristiano cattolico- sociale (si iscrisse alla Dcnel 1947), primo presidente della Regione Lombardia nel 1970, poi parlamentare, quindi presidente della Camera di Commercio di Milano, pensa con entusiasmo e con ottimismo all’Expo 2015.
Bassetti risponde a Oreste Pivetta su l’Unità: “Grande opportunità, grande sfida culturale. Non la immagina come una vetrina, una passerella, uno show. Piuttosto la sente come uno straordinario banco di prova di politiche di sviluppo, un luogo per radunare tante persone dal mondo e riflettere sul mondo intero, attorno a quel problema ancora centrale, “nutrire il mondo”, tema della esposizione milanese”.
L’intervista a Bassetti si chiude con la stroncatura di Letizia Moratti. “Ecco, lei l’avrebbe intesa come il teatrino. Avrebbe invitato Dolce e Gabbana e le ballerine del Bolscioi e poi il salumaio di Montenapoleone. La sua amministrazione si è persa in maniera vergognosa dietro liti di bottega. A Milano è capitato un rivolgimento, grazie al ‘popolo arancione’ di Pisapia. Dentro quel ‘popolo’, per quanto vario, non c’è dubbio che vivano anime capaci di dar corso a un pensiero ecologico intanto e poi, per nutrire il mondo, a un progetto globale e locale”.
E chi ne dubitava? Come recitava l’antico adagio, tutti i nodi vengono al pettine. Letizia Moratti aveva stragiurato di lasciare il comune di Milano con le casse a posto, un avanzo di 48 milioni di euro. Invece mentiva.
Il bilancio di Palazzo Marino è in profondo rosso, con un disavanzo potenziale di 186 milioni di euro di spesa corrente nel 2011 destinato a salire a 452 milioni in caso di rispetto dei vincoli imposti dal patto di stabilità.
A togliere il coperchio dal pentolone a secco è stato il sindaco di Milano insieme all’assessore al bilancio Bruno Tabacci, che ha attaccato l’ex sindaco: “Le polemiche non mi interessano, i conti parlano da soli. La Moratti ci aveva parlato di un avanzo di 48 milioni che io non ho trovato». Un buco che, secondo Tabacci, “la Moratti non poteva ignorare”. E adesso?
Pisapia e Tabacci escludono l’ipotesi di chiedere normative speciali come fatto, negli anni scorsi, il comune di Catania: “Milano - hanno assicurato il sindaco e l’assessore centrista – non ha bisogno di leggi speciali sul bilancio. Milano ce la farà da sola se ci sarà una buona amministrazione”.
In campagna elettorale la Moratti denunciava il pericolo di invasione islamica a Milano se avesse vinto Pisapia. E ballava sulle note di ‘Viva la mamma’ al PalaSharp. Ora Pisapia ha vinto e si cambia musica. Viva l’imam-ma
Pomeriggio dolce per Pisapia e per De Magistris. Anzi dolcissimo. E ben raccontato dagli approfondimenti de La7. Barattolino SamMentana
Paura per il cetriolo infetto che viene dalla Germania. A Berlusconi ne sono arrivati un paio, letali, da Milano e Napoli. E non li ha assunti per via orale. A capo (zuc)chino
Nicola Porro, vicedirettore de ‘Il Giornale’, se ne fa una ragione: “Inutile prendersela con la Moratti. In quelle condizioni contro Pisapia non avrebbe vinto nemmeno Mazinga Zeta”. Infatti sarebbe stato impossibile perché Mazinga è notoriamente di sinistra e amico di Pisapia. Mazingaropoli
Se la Moratti perde a Milano, sarà l’inizio della fine per la maggioranza così come è adesso. Il Pdl andrà in implosione e forse anche nella Lega le correnti cominceranno a rumoreggiare. Il senatur saprà fare ancora da collante? Umberto Bostik
Senza dubbio è stata una campagna elettorale avvelenata. Anche se negli ultimi 15 giorni si è notato un progressivo inabissamento di personaggi esagitati come la Santanchè. Ora è meglio andare a farsi un cicchitto…ehm….pardon…un cicchetto per dimenticare tutto. Bar condicio
Sperando però di non trovare dietro il bancone qualche spin doctor licenziato dalla stessa Moratti che cerca di cambiar vita e prepara aperitivi per far perdere le proprie tracce. Tiriamo a…Campari
Cosa farà poi il Cav in caso di sconfitta? Resisterà a oltranza o passerà la mano chiedendo magari un salvacondotto per i suoi guai giudiziari? Chi, al posto suo, non si farebbe tentare da un onorevole ritiro in qualche patinato paradiso caraibico? Sul ca-viale del tramonto
Quasi 6 milioni di italiani, 5,5 milioni per la precisione, sono chiamati alle urne per il ballottaggio di oggi e domani, dopo il primo turno di votazione del 15 e 16 maggio scorsi nelle province e nei comuni delle regioni a statuto ordinario.
Il ballottaggi coinvolgerà l’elezione dei presidenti di 5 amministrazioni provinciali (Vercelli, Mantova, Pavia, Macerata e Reggio Calabria) e dei sindaci di 81 comuni, di cui 9 capoluoghi di provincia (Novara, Milano, Varese, Rovigo, Rimini, Grosseto, Napoli, Cosenza e Crotone).
Grande attesa, soprattutto per Milano e Napoli, le due città al centro dello scontro politico locale e nazionale. Il secondo turno nelle 5 province interesserà 1.701.480 elettori, di cui 818.566 maschi e 882.914 femmine. le sezioni elettorali saranno 2.219.
Il ballottaggio negli 81 comuni riguarderà 3.906.012 elettori, di cui 1.855.363 maschi e 2.050.649 femmine. Le sezioni elettorali saranno 4.606. considerando una volta sola gli enti interessati contemporaneamente a più tipi di consultazioni, spiega il Viminale, il numero complessivo degli elettori del ballottaggio sarà di “5.577.816, di cui 2.659.607 maschi e 2.918.209 femmine, e il numero complessivo delle sezioni sarà di 6.789”.
Continua a leggere: Ballottaggi, in 6 milioni alle urne. Tira aria di cambiamento
Non c’è niente da ridere. C’è solo da prendere atto di una situazione avvilente in cui è precipitata la politica, certa politica. Fra la repubblica delle banane e il sultanato, sempre più in basso.
A poche ore dal ballottaggio, a Milano ci sono persone che disturbano i cittadini nei metrò e nei quartieri dicendo di essere dei comitati del candidato di centro sinistra e altri che, travestiti da zingari, diffondono volantini a suo nome e in realtà falsi, dichiarando che in questo o quel posto sarà costruita la nuova grande moschea, la più grande d’Europa.
Così Giuliano Pisapia, il candidato a sindaco del centrosinistra che va al ballottaggio forte del 48% dei voti del primo turno, è costretto a una denuncia alla Procura della Repubblica di Milano.
“Tutto ciò - afferma Pisapia - è un reato. Sono condotte che hanno rilevanza penale, sono veri e propri reati e per questo mi è sembrato giusto nell’interesse di una campagna elettorale serena e che si confronti sulle verità e non sulle menzogne, di esporre alla Procura queste condotte e azioni ripetute soprattutto in periferia. È una campagna tutta organizzata di denigrazione della mia persona e del mio programma”.
Che dire? Che pena!

Ieri pomeriggio Dago ha lanciato un’anticipazione dell’intervista ad Alessandro Sallusti - Direttore de Il Giornale - in edicola oggi su Vanity Fair. Che cosa racconta uno dei più ascoltati consiglieri di Berlusconi? Tante cose, si leva dei macigni dallo scarpone, come titola d’Agostino.
Sallusti in realtà sta già ora pagando il fallimento della strategia aggressiva e urlata che ha danneggiato Letizia Moratti nella corsa a Palazzo Marino - penso anche alla campagna “Io voto Moratti e Lassini”, ad esempio - e quindi può parlare, e dire qualche verità finora occultata. Soprattutto sul candidato sindaco di Milano, decisamente mai amato, neanche nel PdL:
La Moratti non è uscita bene dal primo turno. C’è chi dà la colpa proprio ai toni aggressivi che avete introdotto nella campagna.
«I toni non c’entrano. Nessuno ha il coraggio di rinfacciare alla Moratti la disfatta, eppure tutti nel partito sapevano che partiva dal 40%: guadagnando un punto e mezzo le è già andata di culo.
Vediamo che altro racconta Sallusti a VF dopo il salto.

Aggiornamento del 30 maggio: tutte le ultime proiezioni, exit poll e risultati dello spoglio li leggete qui dalla homepage
Che pessima, pessima, pessima campagna elettorale quella verso il ballottaggio a Milano. E bisogna avere l’onestà intellettuale di vederlo: è stato solo il centrodestra ad alzare i toni, a strillare, a fare il peggio del peggio che si sia visto negli ultimi tempi. Terrorizzati di perdere Milano. Proviamo a fare un quadro della situazione aiutandoci con alcuni editoriali usciti oggi.
Prima però torniamo indietro di qualche giorno. Settimana scorsa, dopo la batosta del primo turno, Silvio Berlusconi ha atteso qualche giorno prima di parlare. Quando ha parlato ha invaso la televisione di Stato e non con il suo volto, e il logo PdL. Indegno di un Paese normale: e l’AgCom dov’è? Lo ricordava Davide.
Da quel momento la battaglia è ricominciata, soprattutto sul fronte più caldo, quello di Milano. La campagna elettorale di Letizia Moratti è ripartita - anche e soprattutto sul web, dove una totale inazione dei mesi precedenti l’aveva vista surclassata completamente da Giuliano Pisapia - ma come è ripartita?
Continua a leggere: Ballottaggio Milano 2011, le promesse del PdL e di Letizia Moratti
Ora tutti si sono accorti del Movimento 5 Stelle e lo trattano come si fa con le prostitute: di giorno fa schifo (“becera antipolitica”) e di notte ci si fiondano sopra per i voti. Ma i ragazzi dei meet-up stanno cuocendo la politica a fuoco lento. Beppe…grill
La Moratti lady di ferro dei moderati? Salvatrice del sentimento della buona borghesia milanese contro quel bolscevico di Pisapia? Di sicuro non l’aiuta il premier a valanga su tutte le tv. E se continuerà, potrebbe essere ancora peggio. Parli ora o Thatcher per sempre
La7 va sempre meglio in termini di ascolti. E il piccolo boom di Crozza, lo scorso venerdì, è forse un altro segno dei tempi. Alto Gad-imento
Si risveglia il vulcano islandese Grimsvotn. E’ un po’ come Matteo Salvini a Milano: moltissimo fumo e zero arrosto. Balloltraggio