L’incontro di ieri col governo ha partorito il proverbiale topolino, ma tanto basta perché i sindacati esultino, spalleggiati dalla sinistra veltroniana e non. Avrete tutti letto i titoloni dei giornali: rinviata la riforma delle superiori! Abolito il maestro unico! Maestro unico solo su richiesta! Basta leggere la Repubblica di oggi, cui appartiene l’ultimo titolo citato, per sfogliare un trionfante campionario di ritagli e frattaglie che portano all’inesorabile conclusione: “Le importanti novità rappresentano un’autentica marcia indietro dell’esecutivo”.
Ah, beato wishful thinking, che tante vittime mieti, consapevoli e non. La realtà, che forse per convenienza nemmeno i giornali di destra hanno sottolineato, è che non è cambiato nulla di nulla. È stato semplicemente mascherato da accordo il frutto della concertazione su aspetti assolutamente secondari, mentre la verità, cioè che le novità sono pressoché ininfluenti, non la sottolinea nessuno. Non la sinistra, che preferisce dimostrare alla piazza di aver ottenuto qualcosa con le sue proteste. Non la destra, che presumibilmente preferisce lasciar credere all’opposizione di aver dialogato.
Vediamoli allora questi successi conseguiti dall’Onda Studentesca o chi per essa, che Veltroni ha definito: “Una completa marcia indietro del governo.” - soggiungendo - “Ora tutte le prediche che ci avevano fatto, le lezioncine rivolte a noi e a quanti osavano criticare, che fine hanno fatto?”. E poi ancora, dalle parole del responsabile scuola PD, Maria Coscia: «L’inversione del governo sul maestro unico è un risultato importante che conferma la fondatezza delle nostre critiche».

Professore Stefano Ceccanti, deputato del Partito Democratico e docente di diritto pubblico comparato presso l’Università di Roma “La Sapienza”, il Pd studia un referendum abrogativo per bloccare la riforma Gelmini. E’ una questione “delicata” perché tocca in parte anche la legge di bilancio. E così?
“Il referendum non si può fare sulle leggi di bilancio: per esempio, quindi, non si può fare sui tagli, come quelli apportati al fondo di finanziamento ordinario delle università. Su ciò che non è strettamente legge di bilancio i referendum si possono fare. Non si possono estendere i limiti a dismisura: è ovvio che tutte le scelte hanno riflessi di bilancio, ma questo argomento rischia di provare troppo perché, estremizzato, condurrebbe a non poter fare i referendum su nulla”.
Non poteva che arrivare anche a Ballarò lo scontro sulla Legge 133 che in questi giorni ha visto protagonisti studenti e forze politiche in un braccio di ferro feroce.
Dopo la consueta apertura di Maurizio Crozza, Giovanni Floris imbeccherà sull’argomento “Lo scontro sul Decreto Gelmini” il presidente dell’IdV Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani del PD, il ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi, il vice-presidente della Camera Maurizio Lupi, l’imprenditore Diego Della Valle e il filosofo della “Luiss” Dario Antiseri.
Dal comunicato stampa Rai:
Una puntata in cui si cerchera’ di capire cosa sta avvenendo nel mondo della scuola, dove continuano le manifestazioni degli studenti ed è in arrivo lo sciopero di giovedì. Il tutto al centro di un rinnovato scontro politico tra centrodestra e centrosinistra già alle prese con le tante crisi dell’Italia.
In questi giorni di ferventi polemiche sui vari aspetti della Riforma Gelmini uno degli argomenti più dibattuti è il famoso e ormai pressoché mitologico maestro unico. Ci siamo occupati più volte in queste settimane del problema, cercando di spiegare che il maestro che scaturirà dalla riforma non è affatto unico ma prevalente; infatti sarà affiancato da 3 altri docenti “minori” ovvero gli specialisti di informatica, educazione civica e religione. Appurato questo rimane tuttavia la posizione di chi si oppone al dimezzamento dell’insegnante di riferimento.
Può allora essere di qualche utilità indagare sui motivi che portarono la classe politica pre-tangentopolitana ad adottare l’attuale sistema, smantellando di fatto la struttura educativa che aveva servito il paese dalla nascita della scuola dell’obbligo fino alla fine degli anni 80. Fu proprio nel 1990 infatti che l’allora governo Andreotti, appoggiato dal PSI che infatti aveva in Claudio Martelli un influente vice-presidente del Consiglio, decise di adottare un provvedimento di profonda riforma della scuola primaria italiana.
Ed è proprio Claudio Martelli, in un’intervista di oggi al Giornale, a rievocare quei tempi e cosa spinse la classe politica dirigente della Prima Repubblica a moltiplicare i docenti con la riforma firmata da Sergio Mattarella:
“Fu solo una questione di soldi. Quando si fanno queste riforme non è tanto in discussione la pedagogia. Si tratta più di questione di bilancio.” spiega l’ex-delfino di Bettino Craxi.
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Ieri in una conferenza congiunta con il ministro Gelmini, il premier Berlusconi ha sparato una bomba delle sue, annunciando che avrebbe mandato la polizia negli atenei per far rispettare la legalità e che a breve avrebbe convocato il ministro degli interni Maroni per illustrargli il da farsi. Tutto questo per garantire il sacrosanto diritto a frequentare della stragrande maggioranza degli studenti che non partecipa alle manifestazioni.
Al di là delle discussioni di merito di un’iniziativa così roboante vi diciamo subito che non si può fare. La polizia nelle università non può entrare per legge a meno che venga chiamata dal rettore stesso (o per eccezionali motivi di emergenza). Quindi già il discorso viene parzialmente a cadere e riprende le sue vesti di “avvertimento” senza colpo ferire. Ma ammettiamo per un momento che la cosa diventi fattibile, e domandiamoci a chi gioverebbe. Se le sole immagini dei mini-scontri di Cadorna hanno rievocato in qualche vecchio nostalgico il fantasma del sessantotto/77, quando si era più giovani e gli anni, per citare il vecchio Capanna, erano “formidabili”, figuriamoci cosa accadrebbe se qualche sparuta decina di okkupanti venisse sgomberata dalle forze dell’ordine.
Già nelle interviste di questa mattina sui vari giornali radiotelevisivi si notava nei (pochi) ragazzi in sciopero la voglia di farsi notare, tradotta nella speranza di un intervento (possibilmente all’acqua di rose) della polizia. “Che vengano, noi resisteremo!” Ma resisteremo a che? Non siamo più in guerra, ragazzi, e nessuno rischia la pelle come nel 1944-45 sui monti e nelle valli del nord. Il rischio semmai è un altro, e cioè di assurgere uno sparuto gruppo di protestatari a martiri dell’antiriforma, quando la maggior parte di loro non sa nemmeno cosa sia il FFO, e che i tagli allo stesso non fanno parte della cosiddetta Riforma Gelmini, bensì del decreto di riordino economico deciso da Tremonti.
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Da giorni la scuola italiana è in fermento, e durante le manifestazioni di piazza si sono sentite innumerevoli bestialità, ma in qualche caso anche affermazioni corrette. Dal momento che a noi piace andare in fondo alle questioni dicendo le cose come stanno, vediamo cosa dice il famoso Decreto legge 112 e come si incrocia con la Riforma Gelmini. Anche stavolta procediamo per punti, per facilitare la comprensione del testo e delle critiche che ad esso si muovono.
Punto primo: la privatizzazione degli atenei. C’è chi parla di scomparsa dell’università pubblica, ma è davvero così? Il Dl ne parla all’art.16, che citiamo:
In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.
Come vedete il passaggio è facoltativo e serve la maggioranza assoluta; appare quindi molto difficile che la decisione venga presa senza fondati motivi, e di fatto ne sono escluse tutte le grandi università. Mai e poi mai la Statale di Milano o la Sapienza potrebero avere il 51% del Senato accademico a favore.
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Non è un mistero che l’attuale scenario di battaglia politica abbia luogo intorno al pianeta scuola, per via della strana congiuntura che ha incrociato le manifestazioni di piazza contro la riforma Gelmini e il voto parlamentare a favore della proposta leghista sulle classi ponte. Si sono sprecati fiumi di parole, per citare un celebre tormentone, e di paroloni su entrambi i progetti, ma cosa c’è di vero? Poco, pochissimo, quasi niente. Fatta eccezione per la posizione di comodo di chi deve pur fare opposizione in qualche modo e in mancanza di appigli si aggrappa al nulla.
Qual è la principale contestazione che si muove al decreto Gelmini? Non più tanto la questione del tempo pieno, che ormai agli occhi di tutti si è rivelata una bufala colossale, quanto i supposti tagli alla scuola pubblica che in un’ottica dietrologica sarebbero imposti ad arte per traghettarla verso la privatizzazione. Leggete questa lettera pubblicata da corriere.it per accertarvi delle motivazioni dei manifestanti direttamente alla fonte. Peccato che i tagli non esistano. Non è previsto infatti alcun licenziamento o taglio di stipendio nella scuola pubblica. Nix. Nada.
Che cosa prevede invece la riforma? Semplicemente il non rimpiazzo dell’80% dei pensionamenti. E perché tutto questo? Perché la scuola è allo sfascio a causa del fatto che il 75% delle risorse ad essa destinate vanno in stipendi del personale, il cui numero è in molti casi del tutto sproporzionato rispetto a quello degli studenti. Se un’azienda ha mille dipendenti ed è in forte passivo, il minimo che possa fare è non assumere, vi pare? Che c’è da manifestare? Chi si lamenta perché ha studiato per diventare insegnante che faccia un concorso in un altro settore come tutti gli altri. O credete che tutti coloro che hanno studiato filosofia diventino filosofi? O che tutti gli studenti di archeologia si trasformino in Indiana Jones?
Foto: da Tiscali notizie
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C’è un dettaglio della riforma dell’istruzione di Mariastella Gelmini, ormai in avanzata fase di approvazione, che forse non ha ancora attirato l’attenzione che merita. L’ex ministro dell’Istruzione Fioroni ha dichiarato infatti a “Repubblica” che:
Saranno 225 mila i posti di lavoro tagliati in tre anni ed il maestro unico avrà, in media, tra i 55 e i 60 anni. Con la manovra finanziaria e il decreto i nostri ragazzi avranno gli stessi stimoli che avevano gli alunni di 60 anni fa, in una società post-contadina che doveva combattere l’analfabetismo
Non abbiamo dati di dettaglio che ci permettano di capire se l’analisi dell’ex ministro é corretta, o se invece deriva unicamente dall’acrimonia del predecessore. Però possiamo fin da ora affermare che l’invecchiamento del corpo docente alle elementari è un esito molto plausibile dei tagli di personale: questo perché le rigide graduatorie degli insegnanti sono fondate sull’anzianità di servizio molto più che sul merito. Facile dunque che i primi ad essere “fatti fuori” siano proprio i giovani insegnanti, che magari hanno contratti precari.
Una conseguenza che potrebbe contribuire ad un abbassamento della qualità dell’insegnamento, se si considera che ad oggi gli insegnanti giovani sono i più preparati - ad esempio - per quanto riguarda le lingue straniere. Tuttavia nel nostro - che ormai è davvero un paese per vecchi - anche questo dettaglio della riforma potrebbe trovare qualche favore presso l’opinione pubblica.
Foto: kevindooley, Flickr.
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Non c’è alcun dubbio, Mariastella Gelmini sin qui è stata la star indiscussa della tre giorni milanese delle Libertà. In attesa di incontrare Tremonti, Maroni e Berlusconi oggi pomeriggio, ieri sera il Ministro della Pubblica istruzione ha dato saggio di capacità, convinzione e voglia di fare, conditi da indiscusso fascino personale, ed è partita subito all’attacco lancia in resta.
Individuata la presenza di una troupe di Annozero (che per la verità ha inizialmente confuso con Ballarò, lapsus freudiano) il Ministro improvvisava un’autodifesa appassionata, tornando sulla recente polemica levatagli all’interno del programma stesso, riguardo al suo trasferimento da Brescia a Reggio Calabria per passare l’esame di abilitazione alla professione.
“Il sistema delle quote era completamente sbagliato, e non è un caso che il ministro Castelli sia poi intervenuto a rivoltarlo come un calzino. L’attuale sistema premia la meritocrazia come è giusto che sia, e non la provenienza geografica, e comunque ricordo che chi passa l’esame entra nell’avvocatura, non nella Pubblica Amministrazione. Questo significa che sarà il mercato a giudicarlo, e non peserà sulla collettività.”
D’altronde l’idea che qualcuno che abbia legittimamente sfruttato gli errori di un sistema per aggirare un ostacolo assurdo non possa poi concorrere a riformare il sistema stesso appariva davvero speciosa. Semmai è vero proprio il contrario.
Ieri è andata in scena l’ennesima giornata di polemiche sulla nuova riforma scolastica, con Napolitano che volente o nolente ha replicato a Veltroni, approfittando dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico al Quirinale. Il capo dell’opposizione, se così vogliamo ancora chiamarlo, aveva sparato a zero sul ministro, parlando di riforma basata esclusivamente sui tagli e contestando apertamente l’idea di intervenire sulla scuola elementare, a suo dire l’unico segmento considerato tra i migliori in Europa. Così invece il Capo dello Stato:
“Per avere un’Italia migliore abbiamo bisogno di una scuola migliore, le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento: non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”. E sul maestro unico: “…è necessario ridurre a zero nei prossimi anni il suo deficit pubblico e per incidere sempre di più sul debito accumulato nel passato nessuna parte sociale e politica può sfuggire a questo imperativo”. “Ed esso - avverte ancora Napolitano - comporta anche un contenimento della spesa per la scuola”.
Fin qui le posizioni delle parti. Cerchiamo invece di sintetizzare i contenuti della riforma dividendola in quattro punti fondamentali, affinché ognuno possa farsene un’idea senza lasciarsi condizionare alla propria appartenenza politica, proprio come ci esorta a fare il Presidente della Repubblica (”nel campo della scuola non si tratta di ripartire da zero ogni volta che con le elezioni cambia il quadro politico”).
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