No, non è colpa di Fini e dei finiani se il governo, oggi, è andato sotto due volte alla Camera.
Fini assiste, sta solo arando il campo. Prepara il trappolone vero per il Premier. Il “sabotatore” verrà fuori al momento giusto. E il momento giusto non è questo.
I voti mancanti, oggi, sono quelli degli ex di Forza Italia (tutta gente che se ne frega e ha da sbrigare i propri affari fuori dalle aule parlamentari), professionisti della furbizia e delle furbate che utilizzano lo status dorato offerto loro da Berlusconi. Una manna piovuta dal cielo, grazie al Cav.
Quando il castello crollerà, non ce ne sarà uno, di questi, che dirà di essere stato berlusconiano.
Comunque, questi passi falsi dell’esecutivo e della maggioranza servono a Fini per mettere in risalto l’inconsistenza dei forzisti e anche il doppiogiochismo dei leghisti.
Fini sa bene che è solo questione di tempo: Berlusconi e il suo governo sono logorati, cuociono a fuoco lento e subiranno un tonfo … “storico”.
Per questo si smarca e cerca uno spazio sicuro per non rimanere sepolto sotto le macerie del berlusconismo. Alle idi di marzo?
L’Economist ironizza sull’unità della maggioranza definendo Berlusconi, Fini, Bossi “The three stooges”, “I tre zimbelli”, noto trio comico americano.
E per dire che siamo alle comiche finali non c’era neppure bisogno dell’intervento dell’autorevole settimanale londinese.
E’ che le “tricoteuses” (le beghine parigine che applaudivano alla caduta delle teste ghigliottinate ai tempi della rivoluzione francese) sono già schierate, specie nella maggioranza, di fronte ai possibili sviluppi delle inchieste sulla “cricca”.
Dopo le dimissioni del ministro Scajola, lo stesso Berlusconi teme il peggio. C’è chi ipotizza il ko di Bertolaso, icona del governo del fare, con conseguenti dimissioni del capo della protezione civile: una slavina dagli effetti distruttivi per lo stesso esecutivo.
Non è solo Antonio Di Pietro a lanciare l’allarme: “Il governo può cadere dall’oggi al domani”. Lo stesso Pd (che chiede le dimissioni di Bertolaso e il proseguimento delle indagini) è al lavoro per verificare le condizioni di una possibile coalizione per l’emergenza.
Così la lista di Anemone precipita sulle inchieste di Appaltopoli e sul governo. Grossi nomi e sconosciuti, parassiti e clienti; un putrido calderone che fa tremare Berlusconi. E non solo.
Nel paese domina la “malapolitica”. La spartizione dei finanziamenti è stata legalizzata con imprenditori e politici che si spartiscono la torta delle commesse di stato, che costano così il doppio o il triplo del prezzo di mercato. E’ peggio di Tangentopoli.
C’è la privatizzazione della spesa pubblica attraverso società di diritto privato controllate da comuni, province, regioni e stato. Il “marcio” non è tutto targato Berlusconi. E dilaga.
Fa saltare l’incontro con il triumviro Denis Verdini per dimostrare a Silvio Berlusconi chi è che tiene in mano il bandolo della matassa.
Ma Gianfranco Fini non si limita al gioco delle “tre carte”. Il presidente della Camera ha una strategia ben definita, basata sul logoramento a “fuoco lento” del Cavaliere.
Quindi “no” alla ricucitura con Il Premier: anzi marcare in modo sempre più approfondito e plateale la propria distanza dal fondatore e padre-padrone del partito del “predellino”.
Questo perché i problemi politici posti nella “famosa” riunione della Direzione sono tutti lì e lì staranno a marcire. La mediazione è impossibile perché l’ex leader di An ha messo in discussioni i cardini su cui regge il “berlusconismo”.
E soprattutto perché sedersi sulla sponda del fiume può dare frutti insperati.
Fini è certo che le inchieste giudiziarie procederanno e saranno devastanti, con “esito catastrofico” per il Premier e per il Governo. Il cappio della “questione morale” stringerà l’esecutivo fino a soffocarlo definitivamente. Non bastasse, la maggioranza potrebbe frantumarsi sullo scoglio del federalismo e potrebbe essere lo stesso Tremonti a sparare il colpo di grazia.
Così Fini prepara la convention di Generazione Italia, la sua corrente. Cioè il suo nuovo partito. La “rete” è già in acqua. E il pesce è già dentro. Ma non lo sa.

In Grecia la violenza e il fuoco mettono a dura prova la democrazia. In Italia la nuova Tangentopoli toglie la maschera alla maggioranza, che però non vuole gettare la spugna.
L’euro si indebolisce e l’intera impalcatura europea mostra la sua fragilità politica.
In un quadro da “tregenda”, Berlusconi e il Governo brillano per l’assenza, sia sul piano internazionale che su quello nazionale.
Il Pdl è dilaniato. Gianfranco Fini procede indisturbato nella sua opera di destabilizzazione del partito del “predellino” e di logoramento del Gran capo. Bossi è “stralunato” e morde il freno. Altri colpi di scena, tutt’altro che esclusi, possono produrre il caos nella maggioranza e il ko dell’Esecutivo.
Lo sfogo “privato” di Berlusconi è emblematico: “Così non si riesce a governare”. A dimostrazione della fragilità politica su cui regge l’impalcatura del potere berlusconiano. Che fare?
Il Cavaliere è tentato di giocare la carta delle elezioni anticipate, e già un team lavora in gran segreto per portare gli italiani alle urne il 13 e 14 marzo 2011.
Ma lo scontro fra falchi e colombe è durissimo: c’è chi pensa che la situazione precipiterà prima e chi comunque pensa che le elezioni, stavolta, siano a forte rischio.
Il Pd, per non sbagliare, non vede e non sente. E tace. Cui prodest?

Certo, peggio di Gianfranco Fini, sta adesso Silvio Berlusconi, che si trova il “traditore” sotto lo stesso tetto del partito del “predellino”.
Il premier vacilla fra l’euforia di una definitiva resa dei conti (sancita dal voto anticipato) e la depressione montante, tanto da far ipotizzare, nel chiuso di Palazzo Grazioli di fronte agli intimi … “gelati”, persino un “mollo tutto”.
Il Cavaliere, ovvio, lancia tali minacce solo per essere … “rincuorato” e spinto a risalire in sella per proseguire la “crociata” contro tutti i nemici, vecchi e nuovi.
Ma sulla graticola rischia di finirci pure il presidente della Camera, la cui coerenza si misurerà quanto prima. E non più solamente negli scontri verbali, ma con il voto parlamentare, dove si decideranno le sorti della maggioranza, del governo, del premier, ma anche quelle del leader della neo corrente di minoranza del Pdl.
Il caso Bocchino ha riproposto lo stato di degenerazione in cui verso oramai il partito di maggioranza.
Alla finestra, ma non troppo, incalza Umberto Bossi, che lancia dardi contro Fini: “Per una Balena bianca ormai è tardi, c’è già la Balena verde”.
Presto la conta. Conti salati. Chi sarà a saldarli? Il bello, il brutto o il cattivo?
Quelli della maggioranza, ligi agli ordini di patron Berlusconi, una “libertà” a quelli dell’opposizione l’hanno concessa: possono scegliere il cappio a cui impiccarsi.
Il legittimo impedimento approvato ieri alla Camera, al di là di tante fumoserie, è solo l’impunità per Berlusconi. Peraltro, una tappa pesantissima su un percorso già tracciato. Il Premier impone al suo Governo e alla sua maggioranza di andare avanti a testa bassa: con il processo breve, la stretta sulle intercettazioni, la regolazione dei conti con i pentiti.
La teorizzazione del “male minore” scelta dall’Udc per motivare politicamente la propria astensione, non regge. Perché, di fatto, Casini “aiuta” Berlusconi a tirare diritto per la sua strada, forte di uno “scudo” che lo preserva e lo rende al di sopra di tutto e di tutti.
Ancora una volta il leader dell’Udc ha guardato il suo dito e non la luna, incartandosi sulla “tattica”, senza badare al respiro strategico di un progetto politico che sembra sempre più impantanato nella palude.
L’alleanza con il Pd avanza col passo del gambero, il fossato con il Pdl s’allarga, il terzo polo attende nella terra di nessuno, il nuovo grande partito di centro pare l’araba fenice.
Basterà qualche poltrona in più delle Regionali per rilanciare i sogni di Pierferdy?
Durante una telefonata a Don Piero Gelmini, responsabile di “Comunità Incontro”, Silvio Berlusconi ha annunciato che il prossimo anno sarà dedicato alle riforme oltre che alla tanto attesa ripresa economica.
“L’anno prossimo – ha dichiarato Silvio Berlusconi - faremo tutte le riforme istituzionali, in tutte le direzioni. Questo è l’unico modo per rimodernare lo Stato in tutti i suoi comparti. La maggioranza è solida e coesa. Due italiani su tre sono con il centrodestra”.
Con un partito la cui comunicazione vira sempre più verso a quella che tentò di fare Riccardo Schicchi per lanciare Moana in politica. Oggi, tanto quanto ieri, il Premier parla di amore dimenticandosi però che per il Paese è meglio un amministratore freddo, ma efficace, che uno caldo, ma effimero.
Continua a leggere: Silvio Berlusconi: “Il 2010 sarà l’anno delle riforme”
Gianfranco Fini: schiena dritta. Voto + 8. Per il presidente della Camera il voto di fiducia sulla Finanziaria è “deprecabile” e il discorso di Cicchitto è “incendiario”. Sempre più separati in casa.
Antonio Di Pietro: testa alta. Voto + 8. Il leader dell’Idv non si piega ai dictait dei Berluscones fans: “Non mi farò intimidire da questa maggioranza che istiga alla violenza”. Stavolta c’azzezza.
C’è chi le chiama “baruffe benefiche”.
Ma nel Pdl la temperatura continua a salire, al pari dell’irritazione del premier per i “personalismi” dei suoi ministri e per una guerra intestina che non trova requie.
A volte sembrano solo isterismi fra comari gelose e annoiate. Altre, invece, l’inizio del pandemonio.
Perché, inutile nasconderlo, il malumore c’è ed è molto più esteso e profondo di quel che si vede. E, a dirla tutta, non solo di malumore si tratta. La bagarre sull’economia cela ben altri nodi politici. Nodi inestricabili, trattandosi proprio del premier.
Nel finto partito del predellino e nella maggioranza al cappio di Bossi, ogni questione è buona per accendere la miccia, lanciare fendenti, sbracciarsi per rincorrere visibilità e raccattare alleanze in attesa degli eventi. Ma quali eventi?
Oramai, con un Paese che rischia la deriva, tutto è possibile: la caduta del governo, lo scioglimento del parlamento, le elezioni politiche anticipate e, perché no, un nuovo esecutivo senza la chiamata alle urne.
Insomma, con sempre maggior convinzione, si guarda al dopo Berlusconi.
La premiership del Cavaliere, sotto i colpi delle pesanti vicende “personali”, zoppica visibilmente e non sono pochi, nelle prime file ma anche nelle seconde e terze, a “smarcarsi” per avere le carte in regola nel momento del trapasso (politico) del padre/padrone.
Si va verso le basse temperature delle feste natalizie, ma il clima è quello “caldo” del 25 luglio 1943.
Nella maggioranza di governo, con Bossi e i suoi sempre più affamati di potere, non è facile far tornare i conti. Berlusconi sa che è legato agli umori e al filo della Lega: se quel filo si strappa, tutti a casa!
Alla ribalta c’è adesso il nodo della regione Veneto. A tavola, fra un bicchiere e l’altro, democraticamente, il Cav rabbonisce il Senatur (su questo c’è anche l’ok di Fini) promettendogli (a favore dell’attuale ministro Zaia) la poltrona di Galan.
Ma quest’ultimo non ci sta e non vuol assolutamente cedere la sua poltrona di governatore alla Lega, che pure è il primo partito. Galan è un buon presidente democristiano e soprattutto vanta solide e ampie amicizie trasversali che gli portano un bel pacchetto di voti.
Ovvio, quindi, che il governatore si sia messo di traverso alla spartizione fatta a tavolino dai leader e minacci di presentarsi alle prossime regionali con una propria lista.
Messaggio colto al volo dall’Udc. Se verrà confermata la bocciatura di Galan da parte del Pdl e la svendita del Veneto alla Lega, l’Udc rinuncerà al proprio simbolo per sostenere una lista locale a sostegno di Galan “aperta a tutti quelli che non vogliono diventare leghisti”, chiosa Cesa.
Capito? Roba da prima repubblica? Ordinaria amministrazione della seconda repubblica: che è peggio della prima!