Fino al 20 gennaio la Sicilia rischia la paralisi a causa dell’“Operazione Vespri Siciliani”, indetta dal Movimento dei Forconi (qui la loro pagina Facebook): è un’associazione che raccoglie pescatori, imprenditori agricoli, artigiani e pastori. La protesta, a cui si sono uniti anche gli autotrasportatori dell’Aias, in un solo giorno ha causato sei chilometri di coda sulla Palermo-Sciacca e sta mettendo a rischio la fornitura di verdura, ortaggi e altri prodotti tipici siciliani.
L’obiettivo dei manifestanti è scuotere il governo di Mario Monti, che finora non ha ascoltato la protesta dei lavoratori, come anticipava Ecoblog: “Siamo stufi - spiega il leader del movimento, Mariano Ferro - di lavorare in una terra che potrebbe essere ricca e che invece continua a farci soffrire. Il governo, nessun governo, ci ha mai ascoltato. Speriamo che questa manifestazione porti un po’ di attenzione nei nostri confronti”. Le ultime misure prese dal governo tecnico rischiano, secondo i manifestanti, di strangolare l’agricoltura e la zootecnia.
In effetti certe questioni sono meno complesse di quel che appaiono o di come vengono presentate. Siccome si ripeteranno presto, torniamo sui fattacci di martedì scorso a Roma, fino alla scarcerazione dei fermati.
Primo. La magistratura non può essere valutata a seconda delle convenienze politiche: buona e democratica se tocca Berlusconi, cattiva e fascista se mette dentro i giovani facinorosi che incendiano una città. Insomma: le sentenze vanno rispettate, sempre. Il garantismo astratto è dannoso: chi viola il codice penale deve andare in galera.
Secondo. Il diritto a protestare e a manifestare non si tocca, sancito anche dalla Costituzione.
Terzo. La violenza non è mai ammessa, per nessun motivo, va rifiutata e perseguita con il massimo rigore.
Quarto. Chi organizza un corteo deve essere in grado di garantirne uno svolgimento pacifico, con servizio d’ordine capace di non ammettere interferenze di infiltrati e violenti. Alle forze dell’ordine spetta garantire l’ordine pubblico.
Quinto. La polizia italiana non è la Gestapo di Hitler o la Gpw di Stalin, ma un corpo democratico dello Stato democratico. Se ci sono atti fuori da regole e leggi costituite, i responsabili vanno identificati e puniti, a tutti i livelli.
Sesto. La non politica del movimento. Questi e altri movimenti insistono nel definirsi “non politici” per non farsi strumentalizzare. Uno sciopero, una manifestazione, un corteo sono sempre atti politici con conseguenze politiche. Prendersi le proprie responsabilità ed essere capaci di “sporcarsi” le mani con la politica e cercare alleanze sociali.
Conclusione. Il limite di fondo sta nella politica, (governo in primis) - strumentalizza i fatti - latitante nel non affrontare e risolvere i problemi che portano alle preteste e incapace di essere presente nella lotta. In qualsiasi lotta, non solo quella degli studenti.
Nel 1972, una manifestazione per i diritti civili a Derry, nell’Irlanda del Nord, si trasformò in un massacro: quattordici civili vennero uccisi dall’esercito inglese. Da più parti si parlò di uccisioni indiscriminate, addirittura nel 2003 un soldato di Sua Maestà ha ammesso di aver ucciso un manifestante che sventolava un fazzoletto bianco.
L’evento fu ribattezzato Bloody Sunday (letteralmente Domenica di Sangue), e fu reso ancor più famoso dalla splendida canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday (il video qui sopra è il live allo Slane Castle). Oggi, come ci ricorda il sito della BBC, dovrebbero essere consegnati alla stampa i risultati della cosiddetta “inchiesta Saville”, costata 200 milioni di sterline e dodici anni di lavoro.
Secondo indiscrezioni, i risultati parlerebbero di uccisioni illegali di civili da parte dell’esercito, e ci dovrebbe anche essere traccia dei presunti colpi sparati alla manifestazione da parte di membri della cosiddetta “Official IRA”. Come ricorda Norman Smith della BBC, c’è il rischio che i risultati di quest’inchiesta aprano di nuovo vecchie ferite e, aggiungiamo noi, colpiscano gravemente il morale e l’immagine dell’esercito inglese, impegnato in una lunga guerra (si potrà usare questa parola?) in Afghanistan.
La medaglia ha sempre due facce.
Nel caso della crisi, da una parte permane l’ottimismo del Premier per cui la “notte” è quasi passata e dall’altra resta il pessimismo delle opposizioni per cui il “rischio Grecia” è dietro l’angolo.
Berlusconi insiste: “si fa quel che si può, non si può fare di più”, se non aggiungendo la nuova perla della “tassa di soggiorno (suicida?) per i romani, per sostenere i debiti delle giunte di Veltroni e Rutelli”.
Bersani, Di Pietro, Casini, pur con sfumature diverse, contrattaccano perché la manovra è iniqua (colpisce le categorie più deboli) e non punta allo sviluppo, incentrata com’è solo sui tagli.
Insomma, fra meno di un anno si rischia di tornare al punto di partenza, dopo avere sforbiciato ulteriormente i redditi medio bassi e aver messo in ginocchio l’economia, specie le piccole e medie aziende.
In questo quadro, torna in piazza la Cgil (che attacca Cisl e Uil per “subalternità” all’esecutivo) e soprattutto si rivede il Pd, che il 19 giugno farà la sua manifestazione nazionale insieme ad altre iniziative sul territorio. Domani, 10 giugno, Nichi Vendola mobiliterà i suoi di Sel contro il governo.
Quindi la sinistra passa dalle parole ai fatti. O ci prova.
Non è la premessa per la presa del Palazzo d’Inverno. E, tenendo conto dello stato attuale dell’opposizione, non è nemmeno la strada per la conquista di Palazzo Chigi.
E’ vero: poco è sempre meglio di niente. Ma qui è davvero troppo poco e troppo vicino al niente. Tanto per passare l’estate. Attenti ai colpi di sole.

Del paradosso messo in scena lo scorso sabato abbiamo disquisito già in un paio di post. Il nostro ragionamento si è concentrato sull’evento senza considerare da cosa il circo prendeva le distanze.
Sabato scorso, oltre al raduno del Pdl, in piazza si sono tenute altre due manifestazioni. Mentre a Milano si ricordavano le vittime della mafia, a Roma si sfilava contro la legge (approvata dal Governo in carica) che agevola l’entrata dei privati nel mercato della gestione dell’acqua.
Silvio Berlusconi, durante il suo discorso pubblico in piazza San Giovanni, non ha menzionato nessuno degli altri cortei organizzati lo scorso sabato. Passi pure il silenzio su chi protestava per una legge approvata dal Governo in carica ma trascurare la memoria collettiva, che ancora oggi deve confrontarsi a viso scoperto con chi in nome della mafia uccide, non è ammissibile.
Continua a leggere: Silvio Berlusconi si dimentica delle vittime della mafia

Approfittiamo dell’ottimo fondo di Sergio Romano sul Corriere per far riecheggiare il dibattito anche tra i nostri lettori. A che servono le grandi manifestazioni di massa (che poi così grandi non sono) alla vigilia delle elezionali regionali? Qualche maligno potrebbe massimalizzare, chiedendosi a che servano in generale, ma oggi ci preme capire quale sia il nesso con le consultazioni imminenti.
Siamo all’indomani del grande raduno del popolo viola, candito dalle roboanti dichiarazioni dei suoi leader. Di Pietro: «Noi oggi non affronteremo altri argomenti che non sia quello di liberare il paese dal despota Berlusconi, dalla deriva fascista del governo». Bersani: «L’agenda di governo è in mano a uno solo che le occupa con leggi per sé e i suoi. Berlusconi fa il capopopolo, il capopartito, il caporedattore del Tg1… fa tutto tranne il suo mestiere. Sono solo bolle di sapone. Non può più parlare al futuro del Paese, impediremo che il suo nervoso tramonto travolga nel discredito le istituzioni». Ferrero: «Il problema è di fare uscire dalla manifestazione un movimento di massa contro Berlusconi».
Solo nella Bonino abbiamo scorso un barlume di coerenza con la sua candidatura: «Serve un nuovo inizio a partire dalla concezione della politica. Spero di rappresentare anche chi in passato ha votato altro, ma ora sente come noi il bisogno di legalità, pulizia, rispetto delle regole, decenza e decoro istituzionale. Un mondo diverso è possibile, dipende da voi tutti ma occorre essere alternativi al vecchio e al regime da basso impero. La forza è di ogni singolo, ogni cittadino che decide che non è il momento dello sconforto ma della risposta democratica».
“Sostenere l’importanza dell’immigrazione per la tenuta socio-economica del paese”. Questo, a parole, l’obiettivo del primo storico sciopero degli immigrati italiani, per la verità ispirato dall’analoga iniziativa di vari altri paesi europei tra cui Francia, Spagna e Grecia, e appoggiato da varie forze politiche di collocazione più o meno omogenea, come Sinistra e Libertà, Rifondazione Comunista e Partito Democratico.
Slogan retorici a parte, risulta però difficile comprendere appieno lo scopo di un’iniziativa del genere. In primo luogo perché non raduna una categoria di lavoratori, come d’uso, ma un gruppo di etnie che non si vede che cos’abbiano in comune. Un lavoratore regolare è un lavoratore regolare, che sia cinese, africano o italiano; dunque perché dovrebbe aderire a uno sciopero a base etnica?
L’impressione generale che se ne ha è di una generica protesta contro il razzismo, un po’ come si faceva ai tempi della scuola per evitare le interrogazioni. I picchetti tattici per manifestazione si sprecavano e se proprio non c’era nessun motivo per non andare in classe, quello del razzismo era un “sempreverde”.
Continua a leggere: Oggi il primo sciopero degli immigrati in Italia. Cui prodest?
I commenti che in questi giorni stiamo raccogliendo su polisblog attorno ai post che sono stati redatti sul No B-Day sono molto interessanti poiché implicitamente spiegano le vittorie elettorali di Silvio Berlusconi.
Ognuno può avere la propria opinione sul Cavaliere, e l’operato. Di fatto bisogna ricordarsi sempre, se si ama davvero la democrazia, che al Governo non ci è ritornato grazie ad un’illuminazione divina. Lui è lì perché gli italiani l’hanno preferito agli altri.
A tutti quelli che oggi saranno in piazza per protestare contro una scelta che nella sua scelleratezza è legittima molto di più di certi cortei. Per capirlo è sufficiente ragionare attorno a Nanni Moretti. Malgrado il fallimento dei suoi girotondi il regista ha deciso di ritornare oggi in piazza.
Continua a leggere: No B-Day: Nanni Moretti in piazza senza girotondi

Partirà forse il prossimo fine settimana la nuova fase del Partito Democratico. Per capirlo è sufficiente ragionare sulle posizioni che Rosy Bindi, presidente del progetto politico creato da Walter Veltroni, ha sul No Berlusconi Day.
“Se non fossi presidente del Pd – ha dichiarato l’esponente politico - parteciperei al No Berlusconi Day. Il principale partito dell’opposizione non va in piazza a chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio.
I partiti politici hanno una funzione diversa che organizzare manifestazioni che chiedono le dimissioni del presidente del consiglio, tant’è vero che la settimana successiva faremo 1000 piazze in Italia nelle quali ci proporremo agli italiani come alternativa a Berlusconi”.
Continua a leggere: No Berlusconi Day: Rosy Bindi non ci sarà

Il No Berlusconi Day, la manifestazione che il 5 dicembre prossimo a Roma invocherà le dimissioni del premier, si sta avvicinando, e con il successo arrivano per i promotori dell’evento nato su Facebook anche i primi tormenti.
Un piccolo gruppo milanese ha infatti lanciato sul social network creato da Mark Zuckerberg un evento chiamato “No Berlusconi Day Milano APARTITICO”. Un’iniziativa per fare sì che non si manifesti solo nella capitale ma anche nella seconda città d’Italia.
Un obiettivo non condiviso dagli organizzatori del NBD nazionale, che hanno specificato che le manifestazioni locali non sono da considerarsi affiliate all’“originale” e hanno – a quanto pare – cancellato dalle proprie pagine i commenti con i quali i promotori dell’evento milanese polemizzavano e si facevano propaganda.
Continua a leggere: No Berlusconi Day: cominciano le faide interne?