Questo agosto, nel pieno dell’offensiva mediatica contro Dino Boffo dell’Avvenire, vi ho riportato un passo de “The information age”, opera principale di Manuel Castells, tra i più importanti sociologi viventi. Si trattava di un estratto del capitolo sulla “politica degli scandali mediatici” che, alla luce degli avvenimenti di fine estate, suonava incredibilmente profetico.
La notizia di queste settimane è che Manuel Castells è tornato: con un nuova opera che - guardacaso - costituisce l’approfondimento della linea di pensiero accennata in quel capitolo. La convinzione di base dell’autore è infatti che - da sempre - “il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione”.
Il problema si pone però oggi in maniera diversa diversa rispetto al passato, per una ragione talmente palese da sembrare banale: la comparsa delle nuove tecnologie dell’informazione. Una rivoluzione che cambia i termini della relazione tra potere e comunicazione: un’equazione che il sociologo spagnolo è determinato a risolvere.

Immersi come siamo nella frenesia degli scandali incrociati tra Berlusconi, Repubblica, Avvenire, Vaticano e giornali stranieri rischiamo di perdere di vista il quadro di fondo e le tendenze di medio e lungo periodo. Quelle che spiegano gli avvenimenti di questi giorni.
In casi come questo, la cosa migliore è fare un passo indietro, e rivolgersi a uno scienziato sociale. Nel seguito vi riporto un estratto dal capitolo dedicato alla crisi della democrazia di “The Information Age” di Manuel Castells - un’opera che secondo il Wall Street Journal sta alla nostra epoca come i lavori di Adam Smith e Karl Marx stavano al sorgere del capitalismo.
L’importantissima lezione che si può trarre dagli sviluppi della politica italiana, è che una schiacciante influenza degli interessi privati nei media non equivale a un controllo politico nella politica dell’informazione. Il sistema dei media, con i suoi legami simbiotici alle istituzioni giudiziarie e penali della democrazia, stabilisce la propria andatura, e riceve segnali dall’intero spettro del sistema politico, trasformandoli in prodotti di consumo e in influenza, senza badare all’origine né alla destinazione degli impatti politici