E’ nei dettagli che si nasconde il diavolo. Qualche lettore attento saprà che Monti l’altro giorno è stato premiato in Francia come “Europeo dell’anno”. Fin qui nulla di strano. In pochissimi però sanno che il premio transalpino in realtà si chiama ‘Trombinoscope’. Appena il Cav ne è venuto a conoscenza, si è adirato. “E’ uno scandalo che un premio con questo nome sia andato a Monti e non a me”, avrebbe detto ai più vicini collaboratori. In effetti… Tuttavia, Silvio non può pretendere di essere e primeggiare ovunque. Rubyquità
Il Cav, comunque, deve stare attento a non dispiacersi troppo. Il suo cuore e la sua pressione sanguigna potrebbero risentirne. I tempi gai della bandana sono lontani, occhio al colesterolo. BanDanacol
Il leghista Salvini mastica amaro: “Questo governo piace a tutti. Sono tutti felici. Sembra di essere in Corea del Nord”. Kim Mont-il
Ancora ci si chiede come il tesoriere della Margherita Lusi abbia potuto sottrarre 13milioni di euro al partito sotto il naso ignaro degli ex dirigenti, Rutelli in testa. Cattolici e magnanimi sì, ma fessi no, per favore. Lusi-ing my religion
Mario Monti: ok. Voto 7 Nonostante le proteste, in 20 giorni sale la fiducia al governo dei “Prof”: i consensi passano dal 52% al 57% (Ipr Marketing). Tiepido il sostegno tra i simpatizzanti del Pdl, anche gli elettori dell’Idv sostengono il Premier. Primavera anticipata?
Francesco Rutelli: ko. Voto 3 L’ex leader della Margherita, oggi Api-Terzo Polo, cade “dalle nuvole” per i 13 milioni di euro sottratti al suo ex partito dall’amico tesoriere Luigi Lusi, oggi senatore Pd. Smemorato, incapace o complice? Mela bacata o pianta marcia?
La storia, una commedia (o farsa?) all’italiana, è semplicemente questa: il senatore del Pd Luigi Lusi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per il reato di appropriazione indebita, per aver sottratto circa 13 milioni di euro (tredici milioni di euro!) per conto della Margherita, partito del quale era tesoriere.
L’ex tesoriere dell’allora partito di Rutelli (che poi si fuse con i Ds diventando nel 2007 l’attuale Partito Democratico), in pratica, si sarebbe appropriato di somme relative a rimborsi elettorali. Incalzato dai magistrati l’attuale senatore del Pd avrebbe anche ammesso in parte le proprie responsabilità.
L’ex segretario della Margherita, e attuale leader dell’Api (Terzo Polo) Francesco Rutelli ieri in Procura ha dato la propria versione dei fatti costituendosi … parte offesa.
In una nota Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Giampiero Bocci, scrivono: “Abbiamo appreso con sconcerto, alcuni giorni fa, che il senatore Lusi aveva confessato innanzi all’autorità giudiziaria di essersi appropriato di ingenti somme di denaro della Margherita-DL. La notizia è incredibile per la personalità di Lusi, che ha goduto della massima fiducia degli organi del partito, anche concorrendo a fare della Margherita un raro caso di partito con bilanci sani e in attivo. Ciò ci ha indotto a dare corso a tutte le azioni giudiziarie come parte offesa”. “ Lusi ha quindi dato le sue dimissioni da tesoriere della Margherita - aggiungono i tre ex dirigenti Margherita - ed ai magistrati ha manifestato la sua intenzione di restituire le somme di cui si è appropriato”.
La chiudiamo qui, rispettando l’iter della Giustizia. Una domanda s’impone: possibile che se dalle casse di un piccolo partito come l’allora Margherita (che tutt’ora incassa soldi pubblici …) vengono a mancare 13 milioni di euro (una montagna di soldi!) nessuno, a cominciare dal segretario politico nazionale, se ne accorge?
Torna d’attualità quanto diceva Rino Formica sullo stato dell’allora PSI di Bettino Craxi: “Il convento è povero ma i frati sono ricchi”. Prima e seconda Repubblica pari sono. O peggio.

Dal seminario di Todi i primi vagiti del nuovo partito “centrista” escono contraddittori.
Se è certo che l’Udc viene cancellata, non è affatto scontato che non rinasca una Udc riverniciata. Nella sostanza, rimangono tutti i dubbi che Casini, al di là dei proclami, continui a fare il gioco delle tre carte.
Una storia già vista, come quando l’Udc ha attaccato (giustamente) il bipolarismo Made in Italy, ma contestualmente, poi, l’unico impegno era discutere con “chi” allearsi fra Pdl e Pd. Insomma, la solita manfrina per contare di più e avere poltrone e prebende.
Così com’è, oramai l’Udc non è neppure più una “minoranza” ma, come ha detto nel suo intervento il presidente della Costituente di Centro Savino Pezzotta, una “minorità”.
C’è gran fervore attorno al nome e al simbolo da dare al nuovo soggetto politico ma poco impegno nel riempirlo di “contenuti”.
L’Udc scompare, ma fa capolino l’idea di un nuovo partito stile la “Margherita dei moderati”. In altre parole si rischia un’altra operazione di “nostalgia”, timorosi e incapaci di tenere insieme culture e ideali diversi.
A questo punto Casini ha “bruciato” il vascello: o riesce a lanciare davvero un partito “nuovo”, o è giunta l’ora di accettare lo “strapuntino” offerto da Berlusconi.
Il premier ha urgente bisogno di far fare ad altri il “lavoro sporco” per fare digerire agli italiani le nuove stangate in arrivo.

Ma che vuole, “Uolter”? L’ex sindaco di Roma ed ex segretario del Pd (ed ex di un altro sacco di cose fallite), si sa, vuole fare l’”amerikano”.
Fino a un certo punto, s’intende. Perché oltreoceano quando un leader toppa, viene rispedito a casa. Qui no. Questo è il Belpaese del restyling. E degli agguati.
Veltroni per due volte è … “fuggito” dopo sonore batoste, minacciando di fare il cincinnato: addirittura di emigrare in Africa. Belle balle.
In questi mesi Walterino si è preparato, ha aspettato che Bersani ansimasse dopo il ko delle Regionali, che D’Alema annaspasse dopo la faccia persa in Puglia (e non solo), che i Popolari ex Margherita minacciassero la scissione. Ed è tornato in campo a Cortona per mettersi sul piedistallo della “minoranza” del Pd.
E giù fiocinate contro la linea di Bersani, giù napalm contro la strategia di alleanze dalemiane e gran rilancio con ripetizione a memoria della “gloriosa” linea del Lingotto. Quella della vocazione maggioritaria. Bene così. Anzi, male, molto male.
Ma non è stata la linea di “Uolter” ad avere ridotto in queste condizioni il Pd e ad aver dato l’Italia in mano a Silvio Berlusconi?
Tutto il resto è aria fritta. Le solite logorate e logoranti, interminabili beghe interne. Di cui, francamente, non se ne può più.
Tutti sanno che Pierluigi Bersani è diventato segretario del Partito democratico grazie al “supporto” di Massimo D’Alema.
Tutti sanno che Bersani è bersagliato dal “fuoco amico” di Franceschini, Veltroni, Parisi e compagnia cantante. Tutti sanno che senza D’Alema, Bersani è un pesce fuor d’acqua. Allora?
Allora perché non ribaltare il problema e cercare di allontanare D’Alema dalla sala di regia del Pd per togliere al segretario la stampella?
L’occasione è data dalla prossima elezione di D’Alema a presidente del Copasir (ex servizi segreti). Incarico prestigioso, impegnativo, delicatissimo e bipartisan, per il quale “baffetto” dovrebbe abbandonare la politica attiva, cioè disinteressarsi delle vicende del piddì.
Questa, almeno, è la teoria di chi appunto, con signorilità (si fa per dire), vuole cogliere una ghiotta occasione per prendere i classici due piccioni con una fava. A dar voce a questa… soluzione è il quotidiano (semi clandestino) del Pd, Europa (ex Margherita), di cui sono noti i supporters, alcuni autorevolissimi, oggi fuoriusciti dal Pd (leggi Rutelli).
Non è vero che Rutelli si è dimesso dal Copasir per “incompatibilità dopo aver fondato il suo nuovo partito Api, bensì l’ha fotto perché quel posto spetta a un Pd. E non è vero che chi ha un ruolo istituzionale bipartisan non può intervenire direttamente in politica, come dimostra Gianfranco Fini. Già.
E’ l’antico vizio della politica italiana (e in primis del Pd) di parlare a suocera perché nuora intenda. E’ la sintesi odierna del Pd, che rispolvera e salda il “peggio” del PCI e il “peggio” della DC messi insieme. Talis pater, talis filius.
La candidatura di Emma Bonino alla presidenza della regione Lazio passa nel Pd all’unanimità. Ma è un en plein di facciata. Tutte quelle mani alzate all’Hotel Aran Mantegna di Roma nascondono i volti della delusione e del malumore di dirigenti e militanti che non sanno più “che pesci pigliare”.
Quel che succede nella regione della capitale è la cartina di tornasole di un partito “vuoto” . “spiazzato”, e “a rimorchio” di chiunque.
E Bersani? Accerchiato, criticato, sobillato. Il segretario sbanda, ora cercando di rimettere in riga gli “agitati”, come un “kapò”, ora subendo gli umori di chiunque dica la sua, “prigioniero” di amici (in forte calo) e nemici (in forte crescita).
Situazione peggiore di quella già vissuta dal Pd di Veltroni e di Franceschini? Sì. Come allora, pur se a parti invertite, c’è chi rema contro e addirittura “tifa” per la sconfitta del Pidì alle Regionali. Un errore politico perseguito per tre volte di seguito non può che portare alla disfatta.
Le primarie, previste per statuto e obbligatorie per le cariche pubbliche, sono oramai solo un ricordo. Alleanze senza strategia, alla giornata, imposte da convenienze e dalle circostanze, più che altro “subite” per non perire. Nel Lazio costretti a prendersi la Bonino, ma non c’è uno straccio di accordo con i radicali; l’Udc sta con la destra (se Berlusconi non pone il suo veto…) nelle regioni che contano e dice sì al Pd in Calabria (prendendosi il candidato presidente) e in Puglia, dove il Pd è nel caos, idem in Umbria. Con la sinistra radicale ecc. è frattura quasi ovunque. Con l’Idv è un continuo stop and go.
Per la prima volta, la componente cattolica ex Margherita (“figli di un dio minore”) è con le valige in mano, pronta dopo le elezioni di marzo, a sbattere la porta.
Il nodo è l’identità. Ancora nessuno sa cos’è il Pd: se un partito di sinistra che si allea con un centro costituito dall’Udc o un partito di centro sinistra in un assetto bipolare. Si “sbanda” sulle alleanze perché non è ancora definita la vera natura del partito.
A poco più di due mesi dalle elezioni, il Pd è senza rotta. E Bersani è nella bufera. Sarà il “tutor” Massimo D’Alema a salvarlo?
La notizia non è tanto che due “autorevoli” parlamentari ed esponenti del Partito democratico quali Enzo Carra e Renzo Lusetti (ex Margherita ed ex dicì doc) hanno abbandonato il partito di Bersani approdando nelle file dell’Udc.
La notizia è il Pd, un taxi dove si sale e si scende in funzione di aspettative e interessi personali.
E’ certo il fatto che, come più volte anticipato anche in questa rubrica, nel Pidì, sia a livello nazionale che nel territorio, è iniziata la fuoriuscita di singoli dirigenti o di piccoli drappelli.
Non è una fuga “a valanga”, ma l’inizio di un lento e inarrestabile allontanamento da un partito il cui progetto “non è mai decollato” (parole di Lusetti) o di un partito “molto diverso dalla formazione a cui avevo aderito” (parole di Carra).
Il via al “sciogliete le righe” l’aveva dato poche settimane fa Francesco Rutelli (fondatore del nuovo ApI), seguito da Pino Bicchielli e altri. Poi sarà la volta della Binetti. Ma le vere “idi di marzo”, per Bersani, saranno posticipate due settimane dopo, con la conta dei voti. Da lì, la fuga dal Pd potrebbe diventare … “biblica”.
Di certo Bersani difficilmente potrà dire: “veni, vidi, vici”.

Perluigi Bersani non partecipando al No B-Day ha dimostrato di essere l’uomo giusto per traghettare il Partito Democratico da una prima fase, piuttosto sconfortante, ad una seconda, decisamente più promettente.
Non solo perché ha dimostrato, come già notava V., che l’elisir di lunga vita del Governo Berlusconi è tanto più efficace quanto l’antiberlusconismo è forte. Pierluigi Bersani dopo aver fatto capire che Antonio Di Pietro non ha le capacità per essere un abile statista riparte senza Dorina Bianchi.
La discussa rappresentante politica, riconducibile al gruppo teodem del Pd, ha deciso di aderire al progetto di Pierferdinando Casini paradossalmente per il legame, come lei stessa ha dichiarato, sempre più forte tra Idv e il partito a cui prima era legata.
Continua a leggere: No B-Day: vittoria morale del Pd che riparte senza Dorina Bianchi

Potrebbe sembrare il solito “colpo al cerchio e colpo alla botte” ma, a ben guardare, l’intesa tra Franceschini e Martin Schulz per l’ingresso del PD nel PSE rischia di essere molto di più.
Certo, il nuovo gruppo avrà, probabilmente, un nome più altisonante “Alleanza dei socialisti e dei democratici” che dovrebbe garantire i più moderati del PD, ma la sostanza sembra un’altra.
A guardarla bene, l’intesa con il leader dei Socialisti Europei, ha tutta l’aria di una sconfitta per il segretario del PD. Una sconfitta nei confronti di quella parte del suo partito che, fin dalla notte dei tempi, ha continuato a vedere il PD non come qualcosa di nuovo - come una forza riformista simile ai democratici Americani e lontana dall’ideologia socialista - ma come l’opposto, l’ideale continuazione della transizione tra PC, PDS, DS.
Continua a leggere: Il PD ha scelto la collocazione europea, entrerà nel PSE. Mugugni dai cattolici.