Si vedrà domani a Bruxelles se, al meeting europeo sull’immigrazione, Silvio Berlusconi e i suoi ministri faranno come i cani dei contadini che da lontano abbaiano per poi, alla resa dei conti, tornare a nascondersi nella loro cuccia.
Allo stato attuale, l’Italia è “isolata” e il governo è rimasto col cerino in mano. Premier e ministri da giorni passano da dichiarazioni esultanti di “problema risolto” a “previsioni catastrofiche”, lamentandosi con i partner europei e arrivando alle minacce di “uscire dall’Europa”, come annunciato ieri a Lampedusa dal nostro capo del governo.
Oramai l’Italia è in “guerra” con tutti: contro Francia, Germania, la Gran Bretagna, tutta l’Europa perché tutti “sordi e ciechi alle legittime richieste italiane”. La posizione del governo è nota: l’Italia sopporta un peso ingiusto ed eccessivo di immigrati, l’Europa deve fare di più e assicurare una più equa ripartizione dei flussi migratori e dei richiedenti asilo. Ma nessuno si pone una semplice domanda: perché l’Europa ci ha lasciato soli? Innanzi tutto perché contano i numeri sull’immigrazione in Europa.
Dai dati dell’Onu (World Population Report 2010) risulta che l’Italia negli ultimi anni ha subito un forte incremento di immigrati: oggi sono circa 4,3 milioni pari al 7,1% della popolazione. Ma è la percentuale più bassa d’Europa. Con l’Austria al 15%, la Germania al 12,3% (10 milioni di immigrati), la Francia al 10,2% (6,2 milioni), la Spagna al 10,8% (4,8 milioni) e solo il Belgio sta come noi.
Ma ci sono gli immigrati che chiedono asilo politico. Allora? Anche in questo caso la risposta sta nei numeri, quelli forniti nel rapporto annuale dell’UNHRC, la commissione delle Nazioni Unite sui rifugiati. Quei dati ci dicono che nel 2010 la Francia è stato il paese del mondo, dopo gli Stati Uniti, con il maggior numero di richiedenti asilo: 47.800, seguito dalla Germania con 41.300, dalla Svezia con 31.800 e dal Regno Unito con 22.100 richieste. L’Italia, che in passato aveva dovuto evadere un numero piuttosto elevato di pratiche arretrate (30.000 nel 2008), nel 2010 ha avuto soltanto 8.200 richieste di asilo, un sesto di quella francesi.
Con questi numeri, non è difficile prevedere quale sarà la risposta che avranno dall’Europa domani a Bruxelles i ministri Frattini e Maroni. A quel punto ci piacerebbe vedere la faccia di Umberto Bossi. E quella di Silvio Berlusconi. Aspettare per ridere. O piangere.
Papale papale, “Fora d’i ball …”: è questa, per Umberto Bossi, l’unica soluzione per risolvere il problema sempre più acuto degli immigrati del Nord Africa che si stanno riversando a frotte in Italia.
Questo mentre Lampedusa è allo stremo, i residenti isolani occupano il consiglio comunale, 2000 nordafricani sono senza mangiare per mancanza di pasti.
Il grugnito del Senatur, come chiodo arrugginito nella ferita, fa effetto, un messaggio da … “statista”, ad uso e consumo della propaganda elettorale.
Ma a chi si rivolge il leader del Carroccio? Non è forse Bossi un aotorevolissimo ministro del Governo? Non è forse la Lega il partito che regge le sorti dell’esecutivo? Non appartiene allo stesso partito di Bossi il ministro dell’Interno Maroni? Non è forse una legge che si chiama Bossi-Fini a (non) gestire questo casino?
Bisogna prendere atto che il Governo è proprio “in barca”, non sa che fare, isolato a livello internazionale, incapace di agire, senza uno straccio di strategia. Non governa una emergenza fatta di 5000 mila immigrati. Che succederà se davvero sbarcheranno in 50 mila?
“Fora d’i ball”? Sì, cominciando da Bossi, il Trota e i loro sodali.
Nel Belpaese, quando va bene, tiene banco la polemica Maroni-Saviano. Presto l’aria natalizia coprirà tutto e poi ci penserà il festival di San Remo a stabilire le … priorità.
Figurarsi, quindi, se gli italiani prestano attenzione a Van Rompuy. Chi è Van Rompuy?
E’ semplicemente il presidente del Consiglio europeo che “semplicemente” ha lanciato l’allarme sugli squilibri interni agli Stati-membri più fragili dell’Unione monetaria europea. Squilibri che rischiano di compromettere la stabilità e la stessa esistenza dell’euro. Chissenefrega?
Ancora uno strappo e l’euro salta, travolgendo quel poco di sovranità e unità politica che ha la Ue.
E allora? Allora si rischia il caos, con la Germania a dettar legge e con l’Italia che arriva al bivio critico “sfasciata”: crescita del deficit, spesa pubblica fuori controllo, calo delle entrate fiscali, crisi economica dirompente, situazione politica in fibrillazione, governo in crisi, campagna elettorale ed elezioni anticipate alle porte.
Si parla di prossime manovre di rientro dal debito con cura da febbre di cavallo. Qualcosa come 45 miliardi di euro da tirar fuori per la prossima primavera. Chi li tira fuori? Pantalone.
Sarà una nuova stretta che falcidierà i redditi medio bassi, una scure sui consumi e sui servizi sociali, con gravissime ripercussioni sulle imprese, le famiglie, i lavoratori.
E’ emergenza. Quindi serve un governo di emergenza, di unità nazionale. Berlusconi, il governo, tutta la politica sono chiusi nel Palazzo, a fare i conti. I conti loro, pensando alle urne.
Almeno sul Titanic danzavano. Qui l’Italia va sott’acqua e si balla dal freddo.
“Bravo” il Governo, che per le “puttane” per strada rilancia il reato di prostituzione. Con tanto di foglio di via se le signorine non sono … Made in Italy.
Ci mancava … l’autorevolezza di Berlusconi che sulla questione interviene in prima persona: “«Avendo constatato - ha spiegato il premier - che il reato di prostituzione preparato mesi fa non è andato avanti (il ddl Carfagna fermo in Parlamento, ndr), abbiamo deciso di riprendere quella norma, riapprovarla una seconda volta e inserirla in questo provvedimento sulla sicurezza».
Qualcuno (ancora) protesta. «Se non fosse una cosa terribilmente seria sarebbe da morir dal ridere – commenta la senatrice radicale Donatella Poretti - mentre il paese è travolto dai racconti delle prestazioni sessuali e delle tariffe (in alcuni casi fuori mercato) della prostituzione che frequenta gli ambienti di Palazzo Chigi e degli altri palazzi della cittadella politica, il governo approva un decreto in cui la trasforma in reato. Sono impazziti? In pieno conflitto di interessi si autodenunciano e si creano un reato contro se stessi?».
È evidente che si adottano due pesi e due misure: «Le ragazze dei giri di Berlusconi si chiamano escort, quelle per strada si chiamano prostitute e solo per quelle si prospetta il reato», chiosa la senatrice. «Invece che produrre politiche per combattere lo sfruttamento, per colpire la criminalità organizzata che traffica con donne, uomini e bambini e al contempo regolarizzare chi invece esercita il mestiere più antico del mondo si introduce un reato senza vittima».
Si fa vivo anche il Pd: «Maroni cosa ci dice invece delle prostitute che lavorano nelle case di lusso?». Domanda – retoricamente - Livia Turco del Pd. «Il ministro si dimentica che quelle sulle strade spesso sono vittime del racket e degli sfruttatori. Esiste una norma a tutela di queste persone, peccato che il governo non la applichi».
L’ex direttore (di sinistra?!) del Corriere della Sera Piero Ottone scrive oggi su Republica de “La paura dei gruppi dirigenti”.
Ottone sostiene che “l’establishment italiano, cioè la classe dirigente nel suo insieme, ha accettato Silvio Berlusconi con arrendevolezza”. Perché?
“Perché ha paura. Sta zitto per prudenza, per ricevere premi, per evitare danni”. Ciò vale, evidentemente anche per i “servitori” dello Stato.
Prendiamo, come esempio, la vicenda della scuola pubblica di Adro (quella con i simboli della Lega) dove emerge la totale e colpevole assenza dello Stato. Per sbadataggine, insensibilità, menefreghismo, ossequiosità, ignoranza? O che cosa?
Il ministro Gelmini interviene, ma “consiglia” (la rimozione dei simboli) e “non impone”. Il sindaco leghista di Adro obbedisce solo a Umberto Bossi (non perché ministro, ma in quanto capo del suo stesso partito!). Il titolare del Viminale Maroni non vede e non sente o vede e sente legittimando i … “fuorilegge”. E i prefetti?
Nessuno più ricorda i … “bei tempi” quando il signor Prefetto applicava diligentemente le direttive del Viminale (a volte … anticipandole) imponendo ai sindaci comunisti di ammainare la bandiera rossa dalla torre del municipio e censurando gli odg dei consigli comunali contro la guerra nel mondo?
Evidentemente oggi lo Stato è latitante, i ministri ricordano i gerarchi neri con i rispettivi “sottopancia” e “zerbini” di turno. E tutti gli altri? O condividono questo andazzo, o hanno paura di dire che non lo condividono.
Berlusconi su Scajola: “Si è dimesso un ministro molto capace”. Ma capaci erano soprattutto quelle tasche che hanno portato 80 assegni circolari alla compravendita immobiliare dello scandalo. Erano le tasche di Scajola? In ogni caso, assegni o meno, il premier da sempre stravede per il ministro dimissionario. L’amore è cheque
La vicenda G8-Grandi eventi, da Bertolaso a Scajola, offre un insegnamento: i massaggi sono meglio degli assegni. I secondi lasciano tracce, i primi solo un sano relax. Massage in a bottle
Claudio da Albenga ha anche ringraziato l’opposizione per non aver speculato sulla sua vicenda. In realtà pare che alla sede del Pd si siano esercitati con cori, coreografie da stadio e – di fronte alle dimissioni del ministro – sia apparso uno striscione sulla scrivania di Bersani: ‘Oh Noooo’. La (scaj)ola
Maroni sui 150 anni dell’Unità e le polemiche politiche: “Se non facciamo le riforme, andiamo tutti a casa”. A casa di Scajola? (Ter)razza padana

Oggi vogliamo parlarvi di strategia politica, entrando nello specifico delle ultime manovre leghiste per capire come il Carroccio stia preparando le prossime Amministrative. La Lega, si sa, è un partito che ha nel suo dna le sparate e lo scontro politico. È un retaggio che parte da lontano, quando negli anni 80 la creatura di Umberto Bossi, improvvidamente definita “razzista” era sistematica ghettizzata dai media asserviti al sistema di potere dominante. Ivi inclusa l’opposizione comunista.
In quei tempi l’unico modo per guadagnare un po’ di visibilità era andare sopra le righe, cosa che comunque al Carroccio è sempre riuscita benissimo. E oggi, vent’anni dopo, le cose non sono cambiate di molto, ma la Lega di “lotta e di governo” ha studiato un sistema più sottile ed efficace per convogliare un consenso in perenne aumento da anni.
Il meccanismo funziona a piramide rovesciata. Ai vertici ci sono Bossi e Maroni, che smorzano sistematicamente i toni e rappresentano (soprattutto il Ministro degli interni) il lato ragionevole e conciliante del partito, sempre senza trascurare una certa fermezza di base. In mezzo ci sono Castelli, Cota, Bricolo e Zaia con licenza di “uccidere”, ma sempre mantenendo un certo aplomb. La base “popolare” è invece assunta con grande efficacia da Borghezio e Salvini, che sparano ad alzo zero incuranti delle successive (e calcolate) smentite delle “alte sfere”.
Dice no al governo sul nucleare, dice no al premier sulla Protezione civile Spa, apre alle coppie di fatto, non disdegna esplicite inclinazioni sinistrorse e piace all’elettorato di sinistra. Ci manca solo che la Polverini vada in giro con una maglietta che raffigura il ‘Che’ e dica di voler sposare Zapatero. Ormai è inarrestabile. Sf-Renata
Dall’altra parte, il sindaco di Salerno De Luca, candidato Pd-Idv alla Regione Campania, pare una specie di collega di partito di Storace: “Berlusconi? E’ autentico e non ipocrita, meglio del Pci”. Poi aggiunge: “Io sono la destra europea”. Sì, è uguale uguale a Sarkozy, gli manca solo Carla Bruni. Pdl, Parla de luca
I due, Polverini e De Luca, hanno qualcosa in comune: lo stratega della loro campagna elettorale, l’ex braccio destro di D’Alema Claudio Velardi. ‘Baffino’ intanto, dopo le recenti batoste, ha mandato un sosia alle direzioni del Pd e se n’è andato in Canada a rinfrescarsi le idee e a seguire le gare olimpiche invernali. Va(ffa)ncouver 2010
Anche Maroni sogna un giorno di partecipare a una competizione a squadre con Castelli, Calderoli e Zaia. Magari dopo aver fondato le olimpiadi invernali per nazioni non riconosciute. Bob(o) a quattro
L’appuntamento più interessante della domenica televisiva è quello con il ministro degli Interni Maroni a Che tempo che fa, in onda su Rai3 alle 20,10. L’occasione sarà senz’altro buona per parlare dei recenti fatti di Rosarno e in generale della lotta dello stato contro le mafie.
In 1/2 h dedica invece l’intera puntata alla recente visita di Papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Ospiti il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici e il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Il tutto alle ore 14,30 su Rai3.
Infine segnaliamo La storia siamo noi, con “Protezione civile. Una storia italiana” di Alberto Puoti in onda alle ore 23.10 su Raidue. Uno speciale sulla Protezione civile con intervista di Giovanni Minoli a Guido Bertolaso, da cui vi ricaviamo uno stralcio.
I fatti di Rosarno di queste ore non sono catalogabili come “locali”. Comunque, sia territorialmente che (soprattutto) politicamente, riguardano l’intero paese, addirittura l’Europa.
E’ la politica italiana, non solo di questo Governo, ad avere portato a questa situazione.
Nel 1970, 40 anni fa, in tutt’altra situazione, ci fu la sedizione reazionaria di Reggio Calabria. Anche allora si buttò benzina sul malcontento popolare, ma anche allora gli interessi reali, legittimi delle popolazioni locali furono strumentalizzati da caporioni (fascisti) che imperversarono, con le autorità dello Stato latitanti.
I filmati della “caccia al nero”, con scene da guerriglia urbana, hanno fatto il giro del mondo, dando un altro duro colpo all’immagine dell’Italia. Fra “vendette” e “contro vendette” si consuma così una nuova puntata di una farsa che sempre più si trasforma in tragedia.
L’alibi della “troppa tolleranza” serve solo a mettersi a posto la coscienza (dei benpensanti) o a nascondere polvere incandescente sotto il tappeto.
Maroni fa lo scaricabarile, “dimenticandosi” che è in vigore la legge Bossi-Fini. Il Pd, alza la fioca voce, ma è carico di pesanti responsabilità di ieri e di oggi.
C’è poco da aggiungere. Una maglia dopo l’altra, la catena costruita da questo Governo si compone e rischia di strangolare l’Italia.
“La rivolta di Rosarno – dice Roberto Saviano – è la quarta degli africani contro le mafie. Mi piace sottolineare che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere”.
Basterà continuare a rifugiarsi nelle “riserve indiane” degli “outlet”, per sfuggire alla realtà vera di un Paese sempre più a rischio?