Dopo il polverone sollevato dalla sua frase provocatoria: “Il posto fisso è monotono”, Mario Monti è tornato sul delicato argomento. “Una frase come quella” detta a Matrix “presa fuori dal contesto può prestarsi all’equivoco”. Così il premier parlando a Repubblica.it.
“Se per posto fisso intendiamo un posto di lavoro che ha una sua stabilità e delle tutele - ha sottolineato - è ovvio che è un valore positivo. La frase che ho usato diceva che i giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita, non lo avranno come capitava ancora nella mia generazione” in cui si aveva “un lavoro stabile presso un unico datore di lavoro, in una stessa sede per tutta la vita”. Polemica chiusa o altra benzina sul fuoco?
Monti sottolinea che al primo punto dell’agenda dell’esecutivo c’è il lavoro per i giovani. “Creare lavoro per i giovani è l’obiettivo centrale di tutta la politica economica e sociale del governo, se ci si riesce e ci vorrà del tempo, ma questo non significa che i giovani debbano e possano avere quel lavoro per tutta la loro esistenza, il cambiamento è da guardare positivamente e non negativamente”.
Quindi una bacchettata ai passati governi: “Non tocca dire a me se il mio governo ha un cuore buono, ma invito gli italiani a tener conto che se l’Italia è ridotta un po’ male è perchè i governi italiani per decenni hanno avuto il cuore troppo buono, diffondendo buonismo sociale, coprendolo con il debito a danno dei giovani d’oggi”. Realismo o schematismo?
Poi sull’ ARTICOLO 18: “Per come viene applicato l’articolo 18 in Italia”, sconsiglia «investimenti di capitali stranieri ma anche italiani in Italia”. L’art. 18 è “un tema centrale della discussione, uno dei tanti” sul tavolo del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, sottolinea il presidente del Consiglio. Il dibattito sulla norma dello statuto dei lavoratori, in passato “sembrava una contrapposizione tra Orazi e Curiazi”, con chi “lo considera la punta offensiva della spada mentre altri il centro dello scudo difensivo. E’ ora di passare dai simboli, dai miti alla realtà pragmatica”.
Pier Luigi Bersani: ombre rosse. Voto 6+ Il segretario del Pd al Tg 1: “Sul lavoro abbiamo una proposta innovativa per ridurre la precarietà e dare anche flessibilità al mercato del lavoro senza toccare l’articolo 18: il problema è come si assume, non come si licenzia”. C’era una volta la sinistra.
Antonio Di Pietro: spaghetti western. Voto 4- Le reazioni rabbiose del capo-padrone dell’Idv alle decisioni della Consulta sul referendum confermano che l’ex Pm è un “eversore” che si ribella alle regole della democrazia quando non coincidono con i suoi personali interessi. Per un pugno di voti.

Incassata la fiducia alla Camera sulla manovra più dura di sempre, scontata anche quella al Senato, l’esecutivo Monti - e in particolare Elsa Fornero - si può concentrare sul mercato del lavoro. E già ci si chiede quali slogan verranno adottati per far digerire l’intervento, che si preannuncia sullo stesso tenore del decreto salva-Italia, e se la Fornero tornerà a mostrare le sue lacrime in pubblico.
In una lunga intervista al Corriere della Sera, il ministro chiarisce che presto toccherà a questa seconda riforma, che sarà “strutturale” con quella del sistema pensionistico. E non esagera affatto, Elsa Fornero, quando afferma che si tratta di una vera e propria
Riforma del ciclo di vita.
Una definizione ambiziosa, che dovrebbe addirittura spaventare un po’, ma perfettamente coerente con quel che si è fatto fin qui: l’idea è quella di incentivare i lavoratori a lavorare più a lungo, le imprese a tenersi lavoratori fino a 70 anni. Dietro allo slogan dell’adeguamento all’aspettativa di vita, si nasconde in realtà il paradosso di un mondo del lavoro che dovrebbe ospitare al suo interno persone che, per raggiunti limiti anagrafici, non possono più rendere come un tempo e che, dopo aver lavorato una vita, meriterebbero la pensione; non solo: c’è una profonda, radicale trasformazione del concetto stesso di lavoro, che diventa, di fatto, l’unico scopo della vita di una persona.
La Fornero, poi, spiega che vorrebbe eliminare i vari contratti precari e andare verso un contratto unico, che permetta
ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all’inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto.
Naturalmente, il contratto unico non è negativo o positivo di per sé: occorre vedere che cosa prevederà. E non ci vorrà molto per scoprirlo.
![]() |
«Le comunicazioni di Monti si collocano in assoluta continuità con quanto il governo Berlusconi ha realizzato o avviato a realizzazione»
|
|
Scoprite perchè dopo il salto
Continua a leggere: Veritometro: Sacconi, Monti e il mercato del lavoro
Con il pallottoliere in mano Silvio Berlusconi è in fibrillazione per la emorragia in corso nel Pdl che può far saltare a breve la maggioranza in Parlamento. Il presidente del Consiglio ha annunciato il ricorso del governo alla fiducia e, a sorpresa, per cercare di spezzare la tenaglia che lo sta stritolando, ha anche espresso la volontà di aprire una trattativa sulla riforma del mercato del lavoro con i sindacati, Cgil compresa.
Non si sa molto ancora sulle nuove misure anti crisi del governo. Ma il mondo del lavoro teme nuove strette.
Si ipotizza – così scrive oggi Rassegna.it - un nuovo ricorso ai voucher, al part time e al lavoro a chiamata, cioè le forme più precarie di occupazione esistente. Si paventa anche il licenziamento dei lavoratori pubblici che non accettino trasferimenti. Inoltre l’azzeramento dei contributi per l’apprendistato, se non sarà collegato alle assunzioni, porterà poco o nulla. E l’aumento dell’1% dei contributi per i collaboratori certamente non basterà per la loro pensione futura. Anzi sembra l’ennesima misura per fare cassa.
“Se queste saranno le norme per il lavoro - sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil - da quell’80% di nuove assunzioni che già oggi avviene con lavoro precario si salirà ancora. Lo slogan del lavoro qualsiasi pur di non lavorare in nero ha per adesso prodotto tre milioni di lavoratori in nero, tre milioni di precari e si vuole continuare. Il giudizio sul perché il governo se ne deve andare prima di fare ulteriore danni è nelle cose”.
Già. Il primo passo, fondamentale, è il benservito a questo governo. Ma basta un premier più presentabile e un governo più attivo e “aperto” in grado di tradurre meglio le direttive della Bce per tranquillizzare il mondo del lavoro? Se cambiano i suonatori ma non cambia la musica delle ricette esasperatamente neoliberiste fatte di mercato senza regole e di attacco ai lavoratori senza un programma di riforme strutturali, la realtà non muterà di molto.
La credibilità di Berlusconi e del suo governo è ridotta a zero. Ma chi si candida all’alternativa non può limitarsi a ridefinire la scacchiera delle poltrone senza mettere i picchetti sui contenuti.
Con la misura sui licenziamenti facili contenuta nella lettera di impegni del governo all’Ue, la disoccupazione in Italia salirebbe all’11,1% contro l’attuale 8,2%. Lo sostiene la Cgia in una nota. Quindi affidarsi ai licenziamenti facili per creare migliori condizioni di crescita per le imprese e per l’occupazione è solo demagogia.
L’elaborazione dei dati Istat e Inps parlano chiaro: i disoccupati salirebbero all’11,1 per cento, anziché essere all’attuale 8,2 per cento, con quasi 738 mila persone senza lavoro in più rispetto a quelle conteggiate oggi dall’Istat. Lo scenario è stato delineato dall’associazione artigiani Cgia di Mestre. Il segretario Giuseppe Bortolussi definisce il calcolo «un puro esercizio teorico» ottenuto «ipotizzando di applicare le disposizioni previste dal provvedimento sui licenziamenti per motivi economici a quanto avvenuto dal 2009 a oggi».
Nella simulazione dell’organizzazione dei piccoli e medi imprenditori veneti è stato calcolato il numero dei lavoratori dipendenti che tra l’inizio di gennaio del 2009 e il luglio di quest’anno si sono trovati in Cig a zero ore. Cioè i lavoratori che per ragioni economiche sono stati costretti a utilizzare questo ammortizzatore sociale del quale, con il nuovo provvedimento potranno disporre probabilmente solo a licenziamento avvenuto. Con questa misura, negli ultimi due anni e mezzo, questi lavoratori, che hanno usufruito della cassa integrazione, si sarebbero trovati, trascorso il periodo di «cassa», fuori dal mercato del lavoro.
Secondo la stima della Cgia di Mestre, sommando le Unità di lavoro standard (Ula) che hanno utilizzato la Cig a zero ore nel 2009 (299.570 persone), nel 2010 (309.557) e nei primi sette mesi di quest’anno (128.574), si ottengono 737.700 potenziali espulsi dal mercato del lavoro che in questi ultimi due anni e mezzo avrebbero fatto salire il tasso di disoccupazione relativo al 2011, all’11,1 per cento. Chiaro?
Pesante il commento di Savino Pezzotta, ex leader Cisl e parlamentare Udc: “Le regole sui licenziamenti collettivi in Italia ci sono già e funzionano bene da anni. Nessuno fino a ora ha sentito l’esigenza di modificarle: è chiaro che si è di fronte al tentativo di fare altro e di incidere su quelli individuali”. Per Pezzotta la norma è «surreale» e non degna «di essere discussa. Invece di parlare di licenziamenti Berlusconi ci dica quante risorse mette a disposizione per il lavoro giovanile, per la formazione e il reimpiego dei cassintegrati, soprattutto i più anziani. In un paese che ha un tasso di attività del 57 per cento. Usare la parola licenziamento è una bestemmia”.

Su Metro di mercoledì Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia ed ex assistente di Biagi, ha sostenuto che bisogna rilanciare la Legge che porta il suo nome, grazie alla quale nel periodo compreso tra il 2003 e il 2008 si sarebbero creati 3 milioni di posti aggiuntivi, facendo calare la disoccupazione dall’11 al 6,5%.
Se i dati sono veri, falsa è la premessa, ossia il fatto che tali numeri siano frutto dell’introduzione della Legge Biagi. Il mondo intero, e in particolare l’Eurozona, ha visto all’inizio del decennio scorso una forte ripresa, caratterizzata dalla creazione di milioni di posti di lavoro, di cui ha (parzialmente) beneficiato anche l’Italia.
Attribuire tale rinnovamento planetario alla Legge Biagi (che come dicevamo in un vecchio post del 2008 era solo un malriuscito calco della Legge Treu del 1997) sembra un po’ un’esagerazione.
Continua a leggere: Disoccupazione in Italia: la Legge Biagi l'ha fatta diminuire?

I giornali citano spesso il quoziente familiare, presentandolo a volte come merce di scambio tra partiti, altre come una sorta di panacea di tutti i mali. D’altronde nel paese più cattolico d’Europa è raro trovare un politico, a destra come a sinistra, che non ami riempirsi la bocca con la parola “famiglia”.
Più difficile trovare pezzi che spieghino che cos’è il quoziente familiare, ne analizzino pro e contro e guardino all’esperienza di quei paesi che l’hanno già introdotto: proviamo a farlo noi di polisblog, qui e dopo il salto.
Partiamo dalla Francia, che ha nel suo sistema fiscale il quoziente familiare e si ritrova a spendere decine di miliardi di euro per equilibrare i suoi effetti collaterali sul mercato del lavoro e incentivare le donne alla partecipazione al mercato del lavoro.
Siccome lo “impone” l’Europa, allora si deve fare. La Ue ordina all’Italia di mandare le donne in pensione a 65 anni e il Governo, contento, … obbedisce.
Perché alle donne era consentito di andare in pensione prima degli uomini? Perché il nostro welfare non ha mai ritenuto il lavoro di cura meritevole di considerazione.
Su chi pesava e pesa la cura dei bambini, degli anziani, dei disabili, la cura della casa?
La politica anziché adeguare il sistema del welfare con riforme strutturali, ha scelto la solita via all’italiana mettendoci delle pezze: in questo caso l’anticipazione dell’età della pensione come “risarcimento” alle donne.
Le donne italiane, pur partecipando al mercato del lavoro, erano e restano determinanti nel reggere il welfare e l’intero sistema sociale.
Adesso l’Europa, Berlusconi e Tremonti (ma anche gran parte dell’opposizione), dicono basta alla pensione anticipata per le donne in nome dell’uguaglianza di genere.
Dice l’eurodeputata socialista Pia Locatelli: “mostrano di vedere solo l’aspetto pensionistico di uno Stato sociale che, proprio per la sua struttura disattenta al lavoro di cura, fa dell’Italia il fanalino di coda quanto ad uguaglianza tra uomini e donne in tanti ambiti”.
Insomma, l’uguaglianza di genere sì, ma solo a corrente alternata. E il danno sempre per chi tiene in piedi la baracca.
![]() |
“Noi concentriamo la flessibilità sui figli, l’articolo 18 garantisce i padri, che sono ipergarantiti”
Renato Brunetta
|
|
Scopri perchè dopo il salto
Continua a leggere: Veritometro: Brunetta, l'Articolo 18 e la precarietà dei giovani