Emilio Fede si prepara alla pensione. Al Cav mancherà la dedizione televisiva del suo comico agit-prop. Eccesso di Zelig
La Guardia di finanza mette a soqquadro la movida notturna milanese. Il Fisco si dà da fare, giudica e punisce, ora viene temuto come una specie di dio vendicatore. Uno e (scon)trino
Surreale ‘Porta a porta’ ieri sera dedicato alla Rai, pieno di sbrodolamenti autoreferenziali e castronerie clamorose vendute per verità incontestabili. Una parata di presunte star della tv di Stato ha raccontato quanto è bello il cavallo di Viale Mazzini, dimenticando il conflitto di interessi e il rapporto perverso con Mediaset. Mills Carlucci
Lui, occhialetto ammiccante e carriera fulminea, ha parlato di studenti ritardatari “sfigati”. Poi è stato massacrato ed è andato in tv a fare un furbo passo indietro. Michel Marpione
Piero Bassetti, erede di una dinastia di imprenditori, democristiano cattolico- sociale (si iscrisse alla Dcnel 1947), primo presidente della Regione Lombardia nel 1970, poi parlamentare, quindi presidente della Camera di Commercio di Milano, pensa con entusiasmo e con ottimismo all’Expo 2015.
Bassetti risponde a Oreste Pivetta su l’Unità: “Grande opportunità, grande sfida culturale. Non la immagina come una vetrina, una passerella, uno show. Piuttosto la sente come uno straordinario banco di prova di politiche di sviluppo, un luogo per radunare tante persone dal mondo e riflettere sul mondo intero, attorno a quel problema ancora centrale, “nutrire il mondo”, tema della esposizione milanese”.
L’intervista a Bassetti si chiude con la stroncatura di Letizia Moratti. “Ecco, lei l’avrebbe intesa come il teatrino. Avrebbe invitato Dolce e Gabbana e le ballerine del Bolscioi e poi il salumaio di Montenapoleone. La sua amministrazione si è persa in maniera vergognosa dietro liti di bottega. A Milano è capitato un rivolgimento, grazie al ‘popolo arancione’ di Pisapia. Dentro quel ‘popolo’, per quanto vario, non c’è dubbio che vivano anime capaci di dar corso a un pensiero ecologico intanto e poi, per nutrire il mondo, a un progetto globale e locale”.
Alla vigilia dei ballottaggi, il gioco della Lega è apparentemente ambiguo ma, nei fatti, chiaro e fin troppo scoperto. Tocca a Roberto Calderoli svolgere il lavoro “sporco”: “Con le sconfitte di Milano e Napoli al primo turno – dice l’autore del “porcellum” - gli elettori hanno voluto mandare un segnale ai candidati, ma «forse anche al Governo».
E precisa: “Continuo a pensare che al primo turno sono arrivati tanti segnali, tanti elettori convinti che la Moratti avrebbe comunque vinto, ma cercavano di mandare un segnale a lei e forse anche al Governo”. Poi assicura: “Il messaggio è arrivato davanti al timore che la città possa andare in mano a una coalizione fatta anche di estremisti, credo che, in questo fine settimana, nessuno andrà via, tutti andranno a votare la Moratti”.
Registrare queste parole e confrontarle con quelle che verranno pronunciate lunedì pomeriggio. La Lega non vuole fare da capro espiatorio, quando Berlusconi lancerà accuse di disimpegno.
Il gioco del Carroccio di dare un colpo al cerchio e uno alla botte durerà ancora poche ore. Poi, toni e contenuti, cambieranno. E Bossi batterà sul ferro incandescente
Non c’è niente da ridere. C’è solo da prendere atto di una situazione avvilente in cui è precipitata la politica, certa politica. Fra la repubblica delle banane e il sultanato, sempre più in basso.
A poche ore dal ballottaggio, a Milano ci sono persone che disturbano i cittadini nei metrò e nei quartieri dicendo di essere dei comitati del candidato di centro sinistra e altri che, travestiti da zingari, diffondono volantini a suo nome e in realtà falsi, dichiarando che in questo o quel posto sarà costruita la nuova grande moschea, la più grande d’Europa.
Così Giuliano Pisapia, il candidato a sindaco del centrosinistra che va al ballottaggio forte del 48% dei voti del primo turno, è costretto a una denuncia alla Procura della Repubblica di Milano.
“Tutto ciò - afferma Pisapia - è un reato. Sono condotte che hanno rilevanza penale, sono veri e propri reati e per questo mi è sembrato giusto nell’interesse di una campagna elettorale serena e che si confronti sulle verità e non sulle menzogne, di esporre alla Procura queste condotte e azioni ripetute soprattutto in periferia. È una campagna tutta organizzata di denigrazione della mia persona e del mio programma”.
Che dire? Che pena!
Berlusconi alla vigilia del voto: “A Milano vinciamo al primo turno”. Complimenti alla Ghisleri, sondaggista della Real Casa. Adesso siamo allo psicodramma. Neuromedia research
Ma tra i tanti fattori della debacle milanese del Cav, peseranno almeno un pochino gli scandali privati del satiro anziano? Oppure è soltanto colpa del messaggio elettorale del Pdl e degli errori della candidata? Lele Mora(tti)
Ora il sindaco uscente, dopo aver ballato al Palasharp come una nonna che si intrufola alla festa dei 18anni del nipote, dice contrita: “Bisogna parlare più della città, delle cose concrete”. Ah, ben svegliata! Caduta dal (Rho) Pero
Di monetario non c’è più il Fondo per lui. Ma nemmeno la cauzione per uscire di galera. Strauss-Kahn era il favorito socialista per la corsa all’Eliseo e si è giocato tutto con un’intemperanza ormonale. Adesso è agli arresti a New York e addio sogni di gloria. Central Pork
Anche stavolta, chi avesse scommesso un euro certo che Silvio Berlusconi avesse preso le distanze dal “prode” Roberto Lessini (ritiratosi dalla competizione elettorale milanese per i noti manifesti contro i giudici: “Via le BR dalle procure”), sarebbe rimasto a becco asciutto.
Non basta l’aut aut della Moratti (“La mia candidatura a sindaco è incompatibile con la presenza di Lassini nella lista del Pdl”) il monito e le rampogne di Napolitano: il premier vive in un mondo tutto suo e fa finta di niente e non sente neppure i rumors del Pdl, sempre più preoccupati per una situazione che sembra sfuggire di mano ogni giorno di più.
Per il Cavaliere, uno come Lessini ha caso mai il limite di essere troppo “attivo”, troppo “scoperto”, ma in fondo, avercene di gente così che non teme niente e nessuno e non si tira indietro nelle crociate.
E il Pd che fa? C’è da augurarsi che il partito democratico non perda un’occasione importante per Milano e forse decisiva per le ripercussioni nazionali . Finora, in realtà, non sembra tanto convinto. Enrico Letta, ha detto di essere stato a Milano due volte. Bersani e Rosy Bindi una.
Forse, nella città di Berlusconi, si dovrebbe metterci più forza, quartiere per quartiere, piazza per piazza. aumentare il livello d’allarme nel Pdl milanese sono dunque soprattutto i sondaggi: dei numerosi che continuano ad arrivare in queste ore sulla scrivania del sindaco, soltanto quello di Euromedia prefigura una vittoria del sindaco uscente al primo turno.
Con una percentuale di indecisi pari al 15%. E’ soprattutto questa la fetta di elettorato che Silvio Berlusconi scommette di poter recuperare in una campagna elettorale tutta all’attacco. Ha ragione il premier quando parla delle comunali milanesi come di ‘un test nazionale’. Ma Bersani l’ha capito?
Giuliano Pisapia: lanciato. Voto 7+. Il candidato sindaco del centrosinistra a Milano: “La Moratti è in caduta libera e Berlusconi cerca la rissa, vuole trasformare il voto nel solito referendum su di lui”. Cav, “capolista” taroccato. Bel colpo: con una fava due piccioni.
Alessandra Mussolini: capottata Voto 5- . Le critiche mosse al presidente del Consiglio dall’ex Bond girl Caterina Murino: “Berlusconi è un imbarazzante zimbello nel mondo” mandano su tutte le furie la nipote del “Duce”: “Boicottate i suoi film”. Starace dixit.
A meno di un mese dal voto per le amministrative, Berlusconi ha messo la quarta, poi la quinta e la sesta. Anzi è oramai proprio in “fuori giri”. Perché lo fa, sapendo che rischia di “sbiellare”?
Il Cavaliere, specie nei momenti più difficili, risfodera la sua carta migliore: alzare la posta, arroventare il gioco, ingigantire il nemico, puntare tutto su “o la va o la spacca”, chiamare alla crociata fra il diavolo e lo spirito santo.
A metà maggio si vota per le amministrative. Una chiamata alle urne “normale” in qualsiasi altro Paese occidentale. Ma non in Italia. Dove ogni volta, negli ultimi 17 anni, sembra essere sempre l’ultima, la chiamata decisiva, il giudizio supremo: non su un municipio, un sindaco, una giunta, bensì sul governo nazionale, sui destini del Paese, sulla vita di ogni italiano.
Berlusconi i referendum non li vuole perché ogni elezione è un referendum su se stesso. Sarà così anche stavolta, a metà maggio. Ma l’estrema politicizzazione comporta un rischio alto anche per lui, un vero e proprio boomerag: a Milano il centrodestra rischia uno scivolone di quelli in grado di travolgere il governo nazionale.
Bossi già avverte che se si perde il Duomo, si perde tutto e si torna alle urne per le politiche. Ecco perché Berlusconi butta sul fuoco tutta la benzina che gli rimane. Un gioco d’azzardo. Stavolta il Cavaliere vuole dar fuoco ai vascelli: o si vince o non c’è via di scampo. E’ la carta del “tutto o niente”, la sfida della roulette.
Comunque vada, andrà male per gli italiani. Garantito.
Giorni caldi, questi, a Milano. Anticipatori di quello che avverrà da qui alle prossime elezioni amministrative perché la capitale meneghina può davvero diventare teatro di uno scontro politico dai pesanti risvolti nazionali.
Nel post qui sotto si parla della nuova performance del premier. Non è una novità. La novità viene dall’arcivescovo di Milano Tettamnzi con una domanda forte e inquietante: “Perchè molti agiscono con ingiustizia, ma non vogliono che la giustizia giudichi le loro azioni?”.
È questo il breve passaggio, il centro della sua Omelia pronunciata oggi nel Duomo in occasione della domenica delle Palme. “Come sono oggi i giorni che viviamo? Potremmo definirli ‘giorni stranì - spiega Tettamanzi - I più dotti potrebbero definirli ‘giorni paradossalì”. Tettamanzi si è interrogato sull’attualità: “Come sono, quindi, i giorni che oggi viviamo? Possiamo rispondere nel modo più semplice, ma non per questo meno provocatorio per ciascuno di noi, interrogandoci con coraggio sul criterio che ispira nel vissuto quotidiano i nostri pensieri, i sentimenti, i gesti. È un criterio caratterizzato da dominio superbo, subdolo, violento, oppure è un criterio contraddistinto da attenzione, disponibilità e servizio agli altri e al loro bene?”.
“Siamo allora chiamati a interrogarci sull’unica vera potenza che può realmente arricchire e fare grande la nostra vita, intessuta da tanti piccoli gesti - ha aggiunto l’Arcivescovo di Milano - la vera potenza sta nell’umiltà, nel dono di sè, nello spirito di servizio, nella disponibilità piena a venerare la dignità di ogni nostro fratello e sorella in ogni età e condizione di vita”.
Per chi suona la campana? Quanto meno a qualcuno, ai piani alti, fischiano le orecchie.
Pierluigi Bersani cerca di rispondere come può alle nuove pesantissime bordate di Silvio Berlusconi su scuola pubblica e sulle toghe. Il segretario del Pd le definisce: “l’ennesimo stupidario quotidiano del presidente del consiglio”. Ma, nel suo discorso di chiusura del convegno del suo partito sui “150” va oltre.
“Nell’ultimo decennio ci siamo bevuti il modello populistico. Sconfiggere il populismo, soprattutto quello di governo, è esigenza nazionale ma non si chiude come una parentesi, bisogna lavorarci molto”. Bersani ha (finalmente?) capito che Berlusconi non si abbatte con spallate extrapolitiche: “non è detto che liberarsi di una persona significhi liberarsi del problema. C’è una battaglia più di fondo”.
E qui il segretario ha citato Antonio Gramsci, quando riconobbe una responsabilità delle forze democratiche nel consolidamento del fascismo. “Noi non saremo una parte della crisi, saremo protagonisti della soluzione”, ha assicurato. “. Serve modificare “l’istituto parlamentare delle decisioni, la legge elettorale e l’assetto dei partiti. Perchè capi e capetti ne abbiamo avuto a bizzeffe, ma non abbiamo avuto maggioranze che tenessero”.
Su questo punto Bersani ha insistito. “Voglio una legge sui partiti che devono avere meccanismi di partecipazione e di trasparenza, e un finanziamento che non può discostarsi dalla media europea”.
Tutto ok. Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare. C’è una occasione da non mancare: le elezioni amministrative del 15 maggio. Solo dalle urne può arrivare la spallata che invece mai arriverà da alleati, complotti interni o disgrazie giudiziarie. Ed è evidente che è Milano, la città da dove può venir giù l’intera impalcatura dell’attuale maggioranza di centrodestra. E’ all’ombra della Madonnina che Bersani deve giocare gran parte delle sue carte. E sarà lì che anche il Terzo polo dovrà gettare la maschera in un eventuale e decisivo ballottaggio.