
Rick Santorum ha vinto in Alabama e in Mississippi. Un colpaccio che ora qualcuno si affretterà a sostenere come prevedibile, ma che in realtà non lo era affatto, vista non tanto la popolarità di Romney quanto le ottime possibilità che avrebbe dovuto avere Newt Gingrich nei due stati del sud. Che però, dovendo scegliere fra un conservatore e un super-conservatore, hanno preferito il secondo.
In Alabama Santorum ottiene il 34,5% dei voti (17 delegati), Newt Gingrich il 29,3% (12 delegati, per ora) e Mitt Romney, terzo ma “a punti”, dato importante in questa guerra matematica, il 29,0% (10 delegati). Al computo mancano 11 delegati, che verranno calcolati sulla base dei risultati nei vari distretti.
Stessa musica in Mississippi, dove però Romney poteva contare su tre delegati “non-bound” e così ne ottiene 14, nonostante sia terzo con il 30,3%
Al primo posto ancora Santorum con il 32,9% (13 delegati), al secondo Newt Gingrich con il 31,3% (12 delegati).
Le percentuali del Mississippi dimostrano, una volta di più, quanto sia spaccato l’elettorato repubblicano.
Ma, nonostante sia una scarsa perdita numerica per Gingrich in termini di delegati, il doppio appuntamento mancato con la vittoria, suggerisce il futuro a breve termine di questa corsa alla nomination come una lotta a due: Romney contro Santorum. Accadrà presto, è quasi inevitabile.

Nuova giornata di voto negli States, per la corsa alla nomination dei Repubblicani: il 13 marzo 2012 tocca alle primarie in due stati del sud, Alabama (50 delegati) e Mississippi (40 delegati) e a due caucus “minori”, nelle Hawaii (20 delegati) e nelle Samoa Americane (9 delegati).
Secondo gli spin doctor di Mitt Romney, il loro candidato non otterrà i 1144 delegati necessari per la nomination prima dei prossimi due mesi. E così, ogni voto diventa importante, anche perché sul fronte dei conservatori l’elettorato si dividerà, fatalmente, fra Rick Santorum e Newt Gingrich, che non ha nessuna intenzione di mollare la competizione anche se il cattolicissimo Santorum ha provato in qualche modo a convincerlo, per vedere cosa succederebbe se l’elettorato più a destra del popolo repubblicano non dovesse dividersi fra due candidati ma ne avesse solamente uno da scegliere.
Non lo sapremo, per ora. Sappiamo però che Santorum ha cominciato a opporsi non solo al fatto che una vittoria così tristemente matematica di Romney è l’anti-narrazione americana per eccellenza, ma anche al fatto che la matematica sia davvero tutta dalla parte dell’ex governatore del Massachussets.
E l’idea di una open convention - per convenienza, ovvio - non sembra così peregrina. Vista da fuori, è ancora un’ipotesi di fantapolitica.
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E se lo scarso appeal che sta dimostrando Mitt Romney avesse risultati imprevedibili? E se si arrivasse alla convention di agosto a Tampa, in Florida, senza un vincitore? Cosa accadrebbe? Be’, ci sarebbe quella che si definisce open convention (o broken convention): si azzera tutto e si ricomincia da capo, se nessuno dei candidati ha delegati a sufficienza per garantire una chiara elezione. D’accordo: lo scenario è di quelli davvero fantapolitici, ma non è affatto detto che non possa succedere, vista la piega che ha preso la corsa alla nomination dei Repubblicani. Romney doveva far man bassa, riunire le anime moderate e conservatrici del GOP, ma fino a questo momento non ce l’ha fatta. E il Super Tuesday 2012 non ha migliorato la situazione.
Dal punto di vista della narrazione, poi, non c’è candidato peggiore di Romney: legato al mondo dell’alta finanza e incapace di scaldare i cuori degli americani, non può nemmeno proporsi come il grande vincitore: deve, anzi, ammettere pubblicamente che sta lavorando per contenere i danni e per mantenere il vantaggio raccattando delegati dove possibile, accontentandosi dei piazzamenti e puntando ad arrivare a una vittoria matematica priva di qualunque tipo di appeal.
E così, durante l’intervista della CNN di ieri a Sarah Palin, fermata al seggio in Alaska, si è vagheggiato un nuovo scenario. Quello di un’open convention ad agosto, in cui fra i Repubblicani i giochi non siano affatto decisi e si possano fare altri nomi per la nomination. Magari quello della Palin stessa.
Lei, personaggio controverso, animatrice dei Tea Party, già al fianco di John McCain nel 2008, non si è certo tirata indietro all’eventualità:
«Io a quella convention ci sarò. E farò tutto quel che posso per riportare il nostro paese on the right right track (intraducibile, gioco di parole basato sul doppio significato di right, che vuol dire sia destra sia giusto). Tutto è possibile. Non chiudo nessuna porta che si possa aprire».
La open convention, dunque, per quanto improbabile, potrebbe diventare l’incubo di Mitt Romney. C’è anche un sito, online, che la caldeggia: OpenConvention.org.
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Il Spuer Tuesday 2012 consegna alle cronache delle primarie dei Repubblicani un verdetto complesso, che non fa che confermare che la corsa alla nomination per USA 2012 sarà uno stillicidio. E consegna anche a Mitt Romney una brutta immagine, difficile da togliersi di dosso: quella del vincitore perdente.
Con l’Ohio ancora in bilico anche alle 9.13 italiane, dopo quasi nove ore dalla chiusura dei seggi, e Mitt Romney che sembra prevalere leggermente su Rick Santorum e che, verosimilmente, lo batterà sul filo di lana, la lettura che si può dare è quella che emergeva già durante la lunga notte elettorale.
Mitt Romneyvince, Rick Santorum è diventato un candidato forte. Fra chi resta, Ron Paul e Newt Gingrich non hanno davvero altri motivi per andare avanti, anche se Gingrich si è aggiudicato la vittoria nella sua Georgia.
In definitiva, conti alla mano Romney ha conquistato una larga vittoria in Massachussets (72%) e Idaho (73%) . Ha vinto senza entusiasmare in Vermont (39%) con Ron Paul a soffiare ala seconda piazza a Santorum, ha battuto lo stesso Paul nel ballottaggio a due in Virginia (59,5%). Vince in Alaska, di misura (32% contro il 29% di Santorum), si avvia verso la vittoria anche in Wyoming. E, appunto, sembra prendersi al fotofinish l’Ohio.
Santorum invece vince (senza percentuali bulgare) in Tennessee (37% contro il 28% di Romney), in Oklahoma (33,8% contro il 28% di Romney) e in North Dakota (39,7%, ma la seconda piazza è per Ron Paul, 28,1%).
Insomma, un 6-3 con Gingrich a fare da terzo incomodo. Ma Romney non può davvero dichiararsi soddisfatto: i commentatori U.S.A., durante la nottata, erano durissimi nel rilevare come il favorito abbia dovuto tenere un discorso (di cui abbiamo dato un breve resoconto, così come dei discorsi di Santorum e Gingrich) senza poter essere entusiasta dei risultati e dovendo esultare, ma con un’esultanza che in realtà voleva dire «We have three States, and counting…», quando invece ci si aspettava che i terreni di scontro fossero minimi e che l’Ohio potesse, in definitiva, trasformarsi in una formalità.
Così, Romney si trova di fronte ad un paradosso: quello di aver oggettivamente vinto il Super Tuesday (per numero di delegati e per numero di stati) ma di essere oscurato dalla buona performance muscolare di Santorum. Lui stesso lo ha confermato, dicendo durante il breve speech a Boston:
«Oggi facciamo un po’ di conti. Contiamo i delegati».
La matematica senza appeal politico ma dai verdetti inappellabili è dalla sua parte. Santorum potrà crescere in popolarità, ma finché Romney continuerà a racimolar delegati anche dove perde, sarà lui il vincitore. Una vittoria da pallottoliere che agli americani, appassionati di storie epiche, difficilmente potrà piacere fino in fondo.
La prova? Risiede in quei sondaggi Gallup di ieri. Che vedono Romney favorito su scala nazionale, con largo vantaggio ma in discesa; Santorum in ascesa; il paradosso: è Rick Santorum ad avere più possibilità di battere Barack Obama (comunque, dato per perdente 50%-43%), secondo gli elettori repubblicani. Romney è dato perdente certo (52%-43%).
Il Super Tuesday 2012 sta per emettere i suoi verdetti. I quattro candidati rimasti in corsa hanno passato le ultime ore del martedì più importante della corsa alla nomination repubblicana negli stati in cui si aspettano di ottenere i risultati migliori. Rick Santorum è in Ohio, nella piccola cittadina di Steubenville (18mila abitanti, un’economia basata sull’acciaio, una popolazione schiacciata dalla crisi economica, sulla quale gli slogan superconservatori potrebbero aver dato i loro frutti). Mitt Romney è nel “suo” Massachussets (di cui è stato Governatore), Ron Paul è in North Dakota, dove ha tenuto un comizio intenso ed appassionato in cui ha parlato - in controtendenza rispetto ai “colleghi” Repubblicani, criticati da Barack Obama nella sua conferenza stampa - della pace come condizione per la prosperità. Newt Gingrich, infine, è in Georgia.
E, all’1.08 ora italiana, è proprio Newt Gingrich il primo ad aver già ringraziato i propri elettori per aver vinto in Georgia, con un Tweet, dopo che Fox e Cbs lo hanno già accreditato della vittoria (ampiamente prevista dai sondaggi) dopo i primi exit poll e le prime proiezioni: risultati talmente chiari da levare ogni dubbio e consentire alle due emittenti di dichiarar chiusi i giochi in largo anticipo e a Gingrich di festeggiare.
Verosimilmente, Gingrich sarà il primo a fare il suo discorso, visto che non ha molte altre speranze negli altri stati. E infatti, si presenta sul palco ad Atlanta con la consorte (la terza) Callista Gingrich per ringraziare i suoi sostenitori. E’ proprio la moglie di Newt a prendere la parola: «E’ l’unico candidato per esperienza a poter rappresentare l’America che amiamo». Ottima retorica al femminile, ma avrà scarso effetto sul futuro del marito, che pure Callista presenta come «il prossimo Presidente degli Stati Uniti». Un ottimismo che appare davvero eccessivo.
Nel suo discorso, Gingrich dice: «Se non avessi vinto qui, non avrei alcuna credibilità. In questa corsa, ci sono un sacco di coniglietti. Io sono la tartaruga. Sto ancora aspettando che qualcuno dei giornalisti esperti della Casa Bianca esca fuori dalla comatosa posizione “Obama sarà rieletto”».
Più o meno contemporaneamente sono state annunciate due vittorie per Mitt Romney, in Virginia e in Vermont. Anche qui, due vittorie annunciate. In particolare, in Virginia, Romney - per il meccanismo elettorale - se la doveva vedere con il solo Ron Paul, cui già i sondaggi - confermati dagli exit poll - non lasciavano alcuna speranza.
2.08 ore italiane. I seggi sono chiusi da più di mezz’ora. Ma gli exit poll danno risultati che vedono un testa a testa talmente ravvicinato fra Mitt Romney e Rick Santorum che non ci si può pronunciare. E così, i due quartier generali rimangono con i palchi vuoti, in attesa che i due candidati tengano il loro discorso. L’Ohio è, da sempre, uno stato-chiave. Nessuno che abbia perso in Ohio è poi diventato Presidente degli Stati Uniti.
La situazione, ancora tutta da definire alle 3.09, è ben descritta dagli exit poll che riportano anche la composizione sociale dell’elettorato e le questioni che da esso vengono ritenute fondamentali: 2 Repubblicani su 5 in Ohio si definiscono “conservatori dal punto di vista sociale”, 2 su cinque “conservatori dal punto di vista economico”. Volendo semplificare, i primi saranno per Santorum, i secondi per Romney.
«Too close to call», ripetono tutti i canali televisivi americani.

Prima del Big Tuesday, che seguiremo attentamente il prossimo 6 marzo, Mitt Romney e Rick Santorum si fronteggiano ancora una volta, il 3 marzo 2012, nel caucus dello Stato di Washington. Si tratta di un caucus non binding (il voto, cioè, ha un esito non vincolante per i 43 delegati dello Stato), ma il risultato sarà comunque importante per capire che vento tira in casa dei Repubblicani in vista del grande appuntamento di martedì.
L’andamento altalenante degli umori repubblicani in questa corsa alla nomination decisamente anomala, è espresso molto chiaramente dagli ultimi sondaggi proprio nello Stato di Washington. Fra il 12 e il 16 di gennaio, SurveyUSA registrava il 26% delle intenzioni di voto per Mitt Romney e il 19% per Rick Santorum, che non era nemmeno la seconda forza in campo: il 22% puntava, infatti, su Newt Gingrich.
Fra il 16 e il 19 febbraio, nemmeno un mese dopo, probabilmente influenzati dalle tre vittorie di Santorum, le intenzioni di voto nello Stato di Washington cambiavano drasticamente e la PPP riportava un Santorum accreditato del 38% delle preferenze e un Romney del 27%.
Infine, fra il 29 di febbraio e il 1° di marzo, la PPP diffondeva un ultimo sondaggio. Romney di nuovo in testa col 37%, Santorum ad inseguire col 32%.
Del resto, il superconservatore ha una sola strategia - come dimostrano anche i suoi Tweet: buttarla sulla comunicazione di “pancia” e sul dubbio che Romney possa essere conservatore a sufficienza.
Dal canto suo, Romney ci crede. Di essere il campione giusto per i conservatori. E lo dimostra con tematiche e affermazioni di dubbia credibilità ma di sicuro effetto. Come, ad esempio, il recente attacco a Barack Obama, accusato di essersi fatto calpestare dalla Cina: la Cina è l’argomento principale dei comizi di Romney nello stato di Washington. Chissà grazie ai consigli di quale spin doctor.
I due, comunque, stanno scaldando i motori. Perché il prossimo dibattito, quello del 5 marzo, il giorno prima del big Tuesday, sarà, verosimilmente, quello decisivo.
Foto | © TM News

Mitt Romney scaccia i fantasmi della sconfitta, aggiudicandosi Arizona e Michigan: per come si erano messe le cose negli ultimi sondaggi, la cosa non era affatto scontata.
A questo punto, anche se la corsa alla nomination repubblicana non è affatto conclusa, Romney può guardare indietro ai primi due mesi di primarie e tirare un sospiro di sollievo: poteva andare molto peggio. L’ex Governatore del Massachussets si è portato a casa le vittorie in 6 stati su 10 (oltre a Michigan e Arizona, all’appello anche New Hampshire, Florida, Maine e Nevada). A Rick Santorum ha lasciato solamente 3 stati (Iowa, Colorado e Minnesota) e Newt Gingrich ha dovuto accontentarsi del successo nel solo South Carolina.

Ma la situazione non è affatto definita. La risicata vittoria in Michigan ha fatto sì che Santorum e Romney si siano aggiudicati lo stesso numero di delegati, undici. E che quindi Santorum tenga botta.
Attualmente, con il nuovo meccanismo di assegnazione dei delegati, che ne attribuisce anche ai “piazzati”, se il divario percentuale non supera un certo rapporto, vede Romney in testa con 145, Santorum con 82, Gingrich con 29, Ron Paul con 18 e l’ormai ritirato Jon Huntsman con 2. E’ chiaro dunque che Romney è ancora il superfavorito. Ma anche che non può affatto abbassare la guardia. Santorum spera ancora di riuscire a trascinare su di sé i consensi degli ultraconservatori: «Un mese fa, non sapevano chi fossi. Adesso lo sanno».
Prossimi appuntamenti, i caucus a Washington e poi il Big Tuesday del 6 marzo che, con 11 stati al voto, dovrebbe essere decisivo e decretare, almeno ufficiosamente, lo sfidante di Barack Obama. Salvo sorprese clamorosse, che in questa corsa repubblicana non sono mancate.
[Lo speciale Usa 2012 di Polisblog]
[Foto TmNews - Tabelle risultati NYTimes]

USA 2012 - Il mese di febbraio si chiude con un doppio appuntamento per le primarie dei Repubblicani. Il 28 febbraio, infatti, sono previste due consultazioni. In Arizona e Michigan. In corsa restano, formalmente, i quattro candidati nell’immagine (da sinistra, Ron Paul, Rick Santorum, Mitt Romney e Newt Gingrich.
Ma di fatto, clamorosamente rispetto agli esordi della campagna presidenziale, l’unico che sembra in grado di impensierire davvero Romney è diventato il superconservatore Rick Santorum.
Gli ultimi sondaggi in Arizona (CNN/ORC) danno Romey al 36%, Santorum al 32% e gli altri due contendenti molto staccati: Gingrich al 18%, Paul arranca al 6%. Nello stato sud occidentale, nel 2008, Romney arrivò secondo (34%) dietro a John McCain (47%). Quest’anno può contare proprio sull’endorsement di McCain e su una popolazione con un’ampia fetta di mormoni (la confessione religiosa di Romney). Se l’ex senatore del Massachussets dovesse cedere a Santorum qui, sarebbe una vera e propria debacle. In ballo ci sono 29 delegati.
In Michigan la situazione è ribaltata, nei sondaggi EPIC/MRA: Santorum è accreditato di un 37%, Romney del 34%. Si invertono anche le posizioni del terzo e del quarto candidato: Paul è dato al 10%, Gingrich è fanalino di coda al 7%. Nel 2008 Romney vinse facilmente con il 56% dei voti, ma quattro anni dopo la situazione appare radicalmente mutata. Il Michigan attribuisce 30 delegati.
Santorum sa bene che si gioca le sue ultime cartucce prima di un mese di marzo caldissimo, con il big Tuesday del 6 marzo. E affonda meglio che può.
Foto | © TM News
Continua a leggere: USA 2012 - Le primarie in Michigan e Arizona. Testa a testa Romney-Santorum

Mitt Romney ha vinto i caucus in Maine. E anche se si tratta di un evento un po’ particolare, con regole a sé, anche se il Maine era considerato una facile terra di conquista per Romney (vista la vicinanza con il Massachussets, di cui il candidato è stato Governatore), si tratta di una vera e propria boccata d’ossigeno per il mormone, reduce da una triplice batosta da parte di Rick Santorum.
Romney si è imposto in maniera significativa: ha conquistato (mentre manca ancora il 16% delle schede da scrutinare) il 39,2% dei voti. Segue Ron Paul con il 35,7%, poi Rick Santorum (17,7). Solo quarto e lontanissimo Newt Gingrich (6,2%). Il numero totale dei votanti, comunque, si è attestato intorno ai 6mila (appena il 2% dei Repubblicani registrati nello stato).
Peccato che i caucus del Maine, che si svolgono per ben 8 giorni (quest’anno dal 4 all’11 febbraio) non siano affatto vincolanti e non assegnino delegati. I 21 delegati del Maine verranno scelti nella convention di maggio, e addirittura non sono affatto legati ai risultati dei caucus, motivo per cui, generalmente e storicamente, l’evento elettorale viene quasi sempre ignorato dalla stampa. Ma questa volta un’ulteriore sconfitta di Romney avrebbe senza dubbio fatto suonare un campanello d’allarme molto forte per il candidato.
D’altro canto, però, nel 2008 Romney si era imposto con il 51% dei voti su John McCain. Quindi, i suoi avversari (Ron Paul in particolare, in questo caso) hanno fatto un buon lavoro e lo hanno privato di parecchie preferenze. E infatti, anche Ron Paul - che diversamente avrebbe già potuto ritirarsi - annuncia che «si va avanti». Perché l’andamento altalenante degli avversari, anche se Paul non ha mai vinto fino a questo momento, suggerisce che le primarie repubblicane non hanno affatto un leader. Checché ne dicano Romney e Santorum, che ovviamente tirano l’acqua al proprio mulino.

USA 2012 - Mitt Romney (nell’immagint TM News accanto alla moglie) cancella gli spettri della sconfitta, tiene lontano il diretto inseguitore Newt Gingrich e si porta a casa la terza vittoria, nei caucus in Nevada. Il divario è tale per cui anche se non sono stati assegnati tutti i delegati non c’è possibilità che Gingrich rimonti. La vittoria di Romney gli assicura perlomeno 10 delegati. Gli altri non rimangono a bocca asciutta: 4 per Gingrich, 3 per Ron Paul, 2 per Rick Santorum, ne restano ancora 9 da assegnare.

Ma intanto, la vittoria per Romney è assicurata - nessun rischio di cantar vittoria e poi essere sconfitti come in Iowa, insomma - e ora il suo ruolo di favorito per la sfida a Barack Obama si sta consolidando, anche se Gingrich ha smentito le voci che lo volevano prossimo al ritiro (insomma, 3 stati su 5 non sono ancora sufficienti, per Gingrich).
Dal canto suo, Romney nel suo ultimo discorso non ha rivolto alcun messaggio agli altri concorrenti repubblicani: si è concentrato solo sul suo obiettivo primario, Obama. E ha rassicurato gli elettori del Nevada che hanno rinnovato la fiducia espressa già nel 2008 all’ex governatore del Massachussets:
«Non è la prima volta che mi date la vostra fiducia. E questa volta la porterò alla Casa Bianca».
Il mese di febbraio sembra essere favorevole a Romney per affrontare il Super Tuesday di marzo con in tasca anche il Colorado e il Minnesota (7 febbraio) e il Maine (i caucus sono già iniziati, termineranno l’11 febbraio). Superato indenne questi appuntamenti, il 6 marzo potrebbe diventare solo una formalità e chiudere definitivamente i giochi.