Resta valido e attuale l’antico adagio che fra i due litiganti, il terzo gode. Soprattutto quando ci si azzuffa anche all’interno stesso dei singoli schieramenti, in perenne contrasto.
A un Pdl, partito di “aria fritta”, come dimostrato dal pasticcio delle liste, si contrappone un Pd “frittata” e autolesionista.
Berlusconi ha le sue gatte da pelare: Fini tira stilettate a non finire in attesa di salutare la campagnia “azzurra” e metter su bottega in proprio; Bossi osserva e alza il tiro mettendo il cappello sul governo.
Ma Bersani non è … da meno. Con un Pidì a corrente alternata sempre pronto alla resa dei conti interna e soprattutto con un alleato (Di Pietro) inaffidabile e impegnato a “pugnalare” alle spalle. Ma sbaglia chi se la prende con l’ex Pm, che fa solo il proprio mestiere.
Il Partito democratico si inguaia da solo: invece di pensare al Paese e confrontarsi sulla base di proposte di governo concrete, gioca di rimessa, porta gente in piazza per darla in pasto al leader dell’Idv, che non si lascerà sfuggire l’occasione di prendersi tutta la scena, magari gettando fango su Napolitano.
Il caos generale dimostra non solo l’inaffidabilità politica del Pdl e del Pd, ma la crisi del bipolarismo Made in Italy, dove a una sciocchezza del Pdl si contrappone una doppia sciocchezza di Pd e Idv.
A trarne vantaggio è il … “non schierato” Pier Ferdinando Casini, pronto a incamerare voti e poltrone alle elezioni, e, subito dopo, a dare forma al nuovo partito di centro, impensabile fino allo scorso anno.
Il bipolarismo dei due muri contrapposti è alle corde. S’ingrossano le file di quanti vogliono aria nuova. Non per tornare alla Prima repubblica, ma per non essere travolti dalla Seconda.
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Golpisti, li chiama (pubblicamente) Antonio Di Pietro. Cialtroni, li definisce (in privato) Pier Luigi Bersani. Entrambi si riferiscono a quelli del Pdl.
Non è solo questione di stile, ma di sostanza politica. Che porta il leader dell’Idv ad alzare i toni della protesta sul guazzabuglio delle liste fino a “infilzare” con il minacciato impeachment Napolitano, e mette di nuovo il capo del Pidì fra l’incudine e il martello.
Se per assurdo Napolitano si dimettesse, al Colle salirebbe proprio .. Berlusconi. Sbagliare obiettivo, in politica, è l’errore più grave.
Così la piazza di sabato prossimo può far saltare il coperchio ad una pentola che non gliela fa a contenere due linee opposte. Allora perché Di Pietro e Bersani perseverano nel beccarsi e farsi del male? “Semplicemente” per questioni elettorali: business is business.
Di Pietro ha l’occasione, su un piatto d’argento, per recuperare sul rilancio di una linea oltranzista i sondaggi in costante discesa per l’Idv. Bersani, per non perdere voti in libera uscita verso il partito dell’ex Pm, è costretto a subire la deriva giusitizialista dei “leghisti di sinistra”.
In poche parole, Di Pietro (definito da Beppe Grillo la kriptonite della politica italiana), cerca di “rubare” un voto in più al Pd “fiacco, inefficace, pilatesco e a volte connivente –Di Pietro dixit - (e ci riuscirà), mentre Bersani cerca di rubare un voto in più al Pdl in crisi (e non ci riuscirà).
Il risultato? Un’occasione persa per entrambi. Il re (Berlusconi) è nudo. Ma tutta la politica è delegittimata. Cos’è rimasto nei “gusci vuoti” dei partiti della Seconda repubblica?
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In queste ore di crescente tensione, non sarà facile per il Pd dimostrare agli italiani di non essere un’accozzaglia di fischiatori di professione, ma una opposizione responsabile e pronta per l’alternativa a Berlusconi.
La manifestazione (o le manifestazioni?) di sabato prossimo contro il decreto della vergogna salva liste, invece che dare una spallata al governo, rischia di destabilizzare l’opposizione, un boomerang per i promotori.
Se Antonio Di Pietro insiste nel mettere sotto accusa il capo dello Stato e porterà in Parlamento la sua richiesta di impeachment a Napolitano, il tenue filo unitario riallacciato col Partito democratico, si strapperà.
Quella di sabato prossimo rischia di trasformarsi nella piazza “contro” Napolitano. In tal modo, davvero Berlusconi prenderebbe più “piccioni” con una sola fava.
La forzatura del governo che lede i principi di civiltà democratica passerebbe in secondo piano. E il Cavaliere dimostrerebbe ancora una volta di saper tirar fuori il coniglio dal cilindro, capace di ribaltare la frittata e di scatenare la rissa in casa altrui. Il premier, con i sondaggi in picchiata, riaccende le polveri per rianimare una campagna elettorale oramai compromessa.
La via d’uscita di Berlusconi è una sola: ricacciare Pd e opposizione nella trincea dell’antiberlusconismo. In questo il Cavaliere è maestro.
Anche il Pd e gli altri “alleati” sono insuperabili: ma nel cadere nelle trappole. Si saprà presto se il partito di “lotta e di governo” è solo uno slogan dell’albo dei ricordi.
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Silvio Berlusconi: sfiduciato. Voto – 8. In picchiata la fiducia nel premier (da dicembre ben 11 punti in meno!) e nel governo (4 punti in meno). Effetto del primo sole di primavera?
Antonio Di Pietro: insensato. Voto – 8. Il leader dell’Idv evoca l’impeachment per Napolitano. Minare l’autorità massima di garanzia nel Paese: cui prodest? Il buio oltre la siepe.
Bisogna riconoscerlo: quando Silvio Berlusconi ci “mette mano”, il bandolo della matassa lo trova sempre. Per salvare se stesso e i propri interessi politici, e non solo.
Con la vergogna del decreto “salva liste”, il Cavaliere riporta in campo il Pdl in due regioni chiave quali Lombardia e Lazio, ricompatta la maggioranza, rinfranca fans ed elettori, addirittura “porta” il capo dello Stato Napolitano dalla … sua parte, infilando un cuneo nell’opposizione.
In altre parole, infierendo su leggi e regole, il premier sta recuperando una situazione, a grave rischio per il Pdl.
Stando così le cose, l’opposizione non può comportarsi come sempre: cioè spaccare il capello in quattro e marciare sparpagliata.
Il Paese è a rischio. E richiede iniziativa unitaria in Parlamento, nelle piazze e usando la … “legge”.
Quello salva liste è infatti un decreto legge “fortemente a rischio di incostituzionalità”, almeno secondo molti costituzionalisti, per i quali non si tratterebbe di un intervento ‘interpretativo”, ma un vero e proprio cambio delle norme a procedura avviata, violando il principio di uguaglianza e introducendo una retroattività vietata.
E che potrebbe portare addirittura ad un successivo annullamento delle elezioni.
Le battaglie politiche non si vincono solo in piazza! Berlusconi docet.
Silvio Berlusconi: pozzo nero. Voto – 9. Il Premier prova in tutti i modi a rimediare al gran pasticcio liste. E insiste con il ddl/beffa. Ma Napolitano non ci sta. Le regole uguali per tutti non sono “forma”, ma “sostanza”.
Lorenzo Cesa: sbugiardato. Voto – 8. Il segretario dell’Udc si dice disponibile a “valutare positivamente” l’ipotesi di un decreto salva liste presentato dal Governo. Ma Casini dice “no” e boccia il suo … “re travicello”.
Pdl e maggioranza allo sbando. E Premier in piena fibrillazione.
L’ipotesi della leggina salva-liste scuote in queste ore la politica. E’ una carta inedita e inquietante. L’opposizione è in massima allerta. Così come il Quirinale, perché senza la firma del Capo dello Stato sarebbe il naufragio del decreto e forse anche del Governo.
Gianfranco Fini è sul piede di guerra. E la rottura fra il premier e il presidente della Camera potrebbe consumarsi in tempi strettissimi. Con conseguente scissione del Pdl e un quadro dai confini attualmente impossibili da definire.
Berlusconi è capace di tutto ma, se non troverà una soluzione politica al gran pasticcio delle liste, non cederà a “colpi di testa”. Perché, con Fini contro, con l’opposizione contro e con Napolitano contro, rischia il suicidio politico.
Anche perché questa brutta patata bollente può alla fin fine tornargli utile. In caso di conferma di esclusione dei “suoi” in Lombardia e a Roma, la “sparata” di una democrazia diventata “sovietica” e la discesa in piazza come “martire”, gli porterà dei “frutti”, oggi insperati. A guadagnarci non sarà il Pdl, ma il suo padre/padrone.
Il Cavaliere mette nel conto persino il ko elettorale nelle due regioni. Ma poi, smaltita la botta delle urne, passerà all’incasso, rivoltando Pdl, maggioranza e governo, come un calzino.
Antonio Di Pietro: incauto. Voto – 8. Il leader dell’Idv definisce “incaute” le parole di Napolitano sulle riforme. Dura replica del Pd con Enrico Letta: “Idv, i migliori alleati di Berlusconi: portano il centrosinistra nell’abisso”. Anno nuovo, vecchia solfa. Tornano i capponi di manzoniana memoria.
Vittorio Feltri: ariete. Voto – 8. Con il titolo “Che barba il discorso di Napolitano”, Il Giornale apre la campagna 2010. Fatti e non parole, chiede Feltri. Ma non tocca al Governo “fare”? Stilettata anche per Renata Polverini, candidata Pdl nel Lazio: “Non la voterei mai”. Altra sberla per Fini.
A Renato Brunetta non importa il risultato. Il “piccolo” ministro ha il ruolo di “guastatore” e, a scadenze prefissate, lancia il sasso.
Stavolta, l’idea di cambiare la prima parte della Costituzione, a cominciare dall’articolo uno, è abortita sul nascere. Ma, come sempre, alla “sparata” di Brunetta (o di qualche suo collega), segue il vero obiettivo del Pdl. Quale? Quello di sempre: più potere al premier.
Antonio Di Pietro, solerte e acuto, non la manda a dire: “Come volevasi dimostrare: dai un dito e si fregano il braccio. C’è un chiaro disegno piduista”. Anche il Pd non si sottrae dal passare al contrattacco con Vannino Chiti: “Sulle riforme la maggioranza non sembra cercare possibili intese, ma solo lo scontro”.
Insomma, passata la festa, gabbato lo santo. E il discorso del presidente Napolitano non pare lasciare segni positivi nei due schieramenti, che tornano ad indossare l’elmetto e a brandire la spada.
Il premier Berlusconi rilancia la sua strategia: “sulla giustizia e in particolare sul processo breve e sul legittimo impedimento, la maggioranza andrà avanti anche da sola”. E sulle riforme istituzionali, come già scritto sopra, “bisogna rafforzare i poteri del Premier”.
La musica non cambia. E il frastuono diverrà presto assordante: le elezioni regionali sono alle porte.
Di “lui”, Marco Travaglio “l’inquisitore” dice: “Primo o poi lo inguaieranno. Ne ha combinate troppe e i giudici hanno tante carte in mano”.
Invece Vittorio Feltri, il “fido mastino”, ribatte ringhioso: “I magistrati lo braccano. Ma lui prima o poi li sbrana”.
Chi sarebbero Travaglio (anima del quotidiano Il Fatto, nuova Bibbia del popolo degli incazzati) e Feltri (crociato e Diretur del Giornale, cui si allineano tutti i falchi a copertura del Cavaliere) senza Silvio Berlusconi?
Entrambi pontificano sia sul piano politico che su quello giudiziario e, specie sulle vicende giudiziarie, non hanno bisogno di aspettare le sentenze definitive: per Travaglio, Berlusconi è uomo “da galera sempre e comunque”, uno con cui “non si può riformare neppure il codice della strada”. Per Feltri, all’opposto, è il “salvatore della Patria”, cui tutto è dovuto e concesso.
Anche sulla prospettiva politica, i due non si incontrano.
Travaglio non crede che il Premier giochi la carta delle elezioni politiche anticipate. “Una ipotesi troppo azzardata”. Mentre Feltri spinge il Cav. al voto: “Un plebiscito per Silvio. Così Fini sarebbe spiazzato, fuori dal Pdl, politicamente finito. E l’opposizione ko”.
E il diretto interessato, pur col naso malmesso, “fiuta” l’aria che tira e, soprattutto, i sondaggi. Se questi ultimi lo convincono, non c’è Fini o Casini (o Napolitano) che tengono: Berlusconi decide per le urne. Soluzione finale?
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