
“La più grave crisi degli ultimi 35 anni.”
Così Michael Oren, ambasciatore israeliano a Washington, ha definito il momento di grande tensione tra Israele e Stati Uniti dopo la “Missione Biden”, in cui il vice presidente statunitense si è trovato davanti al nuovo piano del governo Netanyahu, che prevede 1.600 nuovi insediamenti in Cisgiordania e mette a rischio il percorso di pace con i palestinesi. Quale, viene da chiedersi.
Più passa il tempo meno diventa credibile la “presunta volontà” di pace del governo israeliano, più aumentano i nuovi insediamenti in Cisgiordania più appare evidente come gli Stati Uniti abbiano fatto troppo poco in questi ultimi anni e ora non riescano neanche a far valere molto il loro peso sul processo di pace. Di certo Obama per la Palestina ha fatto poco o nulla.
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Il premier dice che con meno immigrati diminuiscono i reati. Pare infatti che i marocchini siano specializzati nella frode fiscale, gli ucraini nella creazione di fondi neri, gli egiziani tendano alla corruzione in atti giudiziari, i filippini preferiscano le false fatturazioni e i romeni siano maestri nel falso in bilancio. Buc-arrest
Il Senato vota per la deregulation della caccia. Vince (per il momento) il partito delle doppiette, che ha tradizionalmente ottimi agganci con la politica. Sparano “castate”
Il Cav potrà disporre a piacimento di veline e letterine, ad esempio potrà farle comparire o sparire dalle liste in un batter d’occhio. Ma una donna come la Poli Bortone, una gran donna così non è evidentemente a disposizione di nessuno. “Non mi sVendo(la)”
Obama rilancia la ferrovia negli Usa e punta sull’alta velocità. Scettici i repubblicani: “Parla così perché non conosce il manager italiano Mauro Moretti e il Frecciarossa”. Binario morto

Oggi torniamo ad occuparci di politica estera per fare il punto sulla situazione mediorientale, troppo spesso trascurato dalla ristretta visione politica del Belpaese. Gli echi di vari attentati, più o meno riusciti, hanno spinto la presidenza Obama a puntare i fari sullo Yemen, stato misconosciuto - fatte salve le meraviglie architettoniche di Sana’a - e che da un quindicina d’anni riunisce i vecchi Yemen del Nord e del Sud in un’unica repubblica culla suo malgrado (si dice) del terrorismo islamico.
Tutto vero, così come non è escluso che attaccare o bombardare questa estrema frangia meridionale della penisola araba possa ridurre le potenzialità degli attentatori internazionali. Ma per quanto sia apprezzabile benché tardiva la scoperta dello Yemen, credo non sfugga a nessuno che la partita vera sulla sicurezza globale si gioca in Iran.
Molti ottimi commentatori hanno sbraitato negli ultimi mesi sulla passività di Usa e Unione Europea. Vero. Ma cos’hanno proposto come alternativa? Niente; il vuoto pneumatico. Cosa più che ovvia, perché prendersela con chi non fa nulla è facile, facilissimo; proporre il da farsi espone invece a ogni tipo di critiche, specie dai pacifisti a oltranza. E per favore, non mi si venga a parlare di sanzioni. A parte il fatto che contro l’Iran sono pressoché inattuabili, ma poi basta ipocrisie: le sanzioni non hanno mai risolto niente. Sono solo la soluzione comoda per chi non vuole decidere affatto.
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Ieri vi avevamo anticipato il raggiungimento di un accordo “mutilato” alla conferenza sul clima di Copenaghen, oggi possiamo darvene la conferma. L’arrivo di Obama ha consentito la firma del trattato, ma quella che ci rimane è la sensazione di un contratto monco, stipulato giusto per non uscire dalla convention a mani completamente vuote.
In pratica non si è riusciti a mettere nero su bianco un impegno numerico dei paesi per la riduzione dei gas serra, vera chiave della questione. La decisione a riguardo, sempre con tempo limite il 2020, è stata rimandata all’anno prossimo. Il solo risultato raggiunto dall’assemblea sono i 30 miliardi di dollari di aiuto ai paesi poveri da erogarsi entro il 2012. La cifra prevista inizialmente è stata dunque triplicata, e gli Usa contribuiranno al fondo nella misura di 3,6 miliardi.
Obama ha parlato trionfalmente di «Storico accordo», ponendo enfasi sull’adesione di Cina, India, Brasile e Sudafrica; ma come dicevamo la realtà è che il solo accordo raggiunto prevede l’emissione della cifra di cui sopra per dotare i paesi poveri di “tecnologie verdi”. L’ottimismo di maniera del leader Usa si esplica anche nella dichiarazione successiva, un po’ meno enfatica: «Non è sufficiente per combattere il cambiamento climatico, ma si tratta di un importante primo passo. Nessuna nazione è interamente soddisfatta con tutte le parti dell’accordo. Ma questo è un significativo e storico passo avanti, è una base sulla quale costruire ulteriori progressi».
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Una lunga notte di trattative ha portato finalmente a una bozza di accordo grazie alla fondamentale mediazione di Sarkozy. Questa l’eredità di una conferenza intergovernativa sul clima che sarà ricordata più per la feroce battaglia tra Cina e Usa che per le soluzioni concrete adottate.
Il pericolo tuttavia era che l’evento si concludesse in una drammatica bolla di sapone, per cui un accordo per quanto debole è sempre meglio di nulla. Due i punti chiave della bozza, sempre in attesa dell’arrivo di Obama previsto per stamattina.
Punto primo. Contenimento della temperatura entro i due gradi dalla media del periodo pre-industriale. Ancora da stabilire i provvedimenti concreti per arrivare a questo risultato (o meglio per contenere lo sforamento). Il documento parlerà genericamente della riduzione dei gas serra, ma su questo sarà prevedibile il rinfocolamento della solita guerra tra la Cina in ascesa e i paesi occidentali.
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Il cerchio si chiuderà dopodomani domenica 13 dicembre, con la manifestazione del Pdl a Milano.
Sarà la prova di forza del Cavaliere, forse l’ultima adunata prima della chiamata anticipate alle urne, per tentare il plebiscito/referendum fasullo.
Si chiude la fase del partito del “predellino” e si entra (questo l’obiettivo del Premier) nell’ultimo miglio per dare corso all’era dell’Italia “presidenzialista” firmata Silvio Berlusconi.
Non la “grande” Italia, sull’onda dell’America nuova, aperta, democratica e liberale dello Zio Sam, alias Obama l’”abbronzato”, ma un Ducato vintage, alla mercè di un sultano brianzolo, Zio Paperone “montato” e “spompato”, che grida e minaccia emulando “caudilli” d’altri tempi e d’altri posti, poi diventati marionette patetiche.
Adesso l’Italia vive sul filo fra la farsa e la tragedia.
L’irresponsabilità di Bossi e di quasi tutto il Pdl (grave il silenzio del presidente del Senato Schifani) nell’accodarsi al “delirio” del Premier dovrà presto misurarsi con le conseguenze politiche e sociali delle prossime settimane.
Un anno fa, di questi tempi, impazzavano i party a Palazzo Grazioli. Ora si fa un grande party per la caduta del muro: il nostro premier ci va e si diverte, ma lui preferisce comunque ‘picconare’ altre cose. Grande gagliardia! Il pelo sopra Berlino
Obama invece è assente giustificato. Il SuperCav, stavolta, non si lascia andare ad amene battute su abbronzatura e cose del genere. Nemmeno un cucù alla Merkel tra le colonne della Porta di Brandeburgo. Mannaggia! Condizione di…Stasi
I comunisti italiani, ancora dopo 20 anni, recriminano e mugugnano. Rifondazione: “Senza più il muro, i tedeschi ubriachi in giro di notte contro che cosa faranno la pipì? Si è perso un punto di riferimento“. E il dolor non si lenì(n)
Al Superpremier non piacciono gli ex comunisti di casa nostra. Preferisce decisamente quelli all’estero. Specie in Russia. Con loro si possono mescolare bene affari e divertimenti. Cazprom
Purtroppo per una domenica dovremo fare a meno del classico appuntamento con Report. Il programma di inchieste condotto da Milena Gabanelli lascia infatti il posto allo Speciale Elisir sulla lotta contro il cancro e tornerà domenica prossima.
Anche Lucia Annunziata per una volta non intervisterà un politico, anche se l’ospite del giorno indirettamente si può considerare tale. Si tratta infatti del regista Michael Moore, uno dei più feroci critici dell’ex-presidente George W. Bush e autore di film come Bowling for Columbine e il recente Capitalism: a love story. Sarà probabilmente l’occasione per parlare dello storico voto della Camera Usa, che proprio oggi ha detto sì alla nuova riforma sanitaria di Obama. Il tutto a In 1/2 h (Rai3, ore 14,30).
Chiusura con l’ospitata di Gianfranco Fini a Che tempo che fa, in onda su Rai3 alle 20,10.
Buona visione.
Continua a leggere: Domenica in tv senza Report. Gianfranco Fini a Che tempo che fa
Il Cav annuncia la costruzione di nuove carceri per 20mila detenuti. Ci chiediamo: si riserva un posticino anche per sé? E soprattutto: è l’ennesima favola? Chi crede più ai nani di Biancaneve? Pisolo, Brontolo, Mammolo, Ergastolo
Un anno fa, di questi tempi, Obama entrava alla Casa Bianca e la D’Addario entrava nelle lenzuola bianche di Palazzo Grazioli. Quest’anno Berlusconi si darà a un inverno più sobrio e tranquillo? Sciarpa-me senza pudore
Usa irritati con l’Italia per la nostra politica filo-russa e filo-libica? Il Superpremier la definisce “fantapolitica” e riferisce: “Obama apprezza la mia ’strong leadership’. E io mi vanto della mia politica del cucù”. Beh, non sembra che la Casa Bianca apprezzi…almeno a giudicare dalla prima, irrituale, intervista (a metà settembre) del nuovo ambasciatore americano a Roma. La stronz leadership
Crocifissi sì, crocifissi no. Quando fu crocifisso Walter, qualcuno piangeva. Altri facevano finta. Maria MadD’Alema
Finalmente un record anche per l’Italia. E che record!
In soli due anni il Belpaese perde 14 posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Adesso siamo scesi al 49° posto (dal 44°), più o meno nel mezzo, con la Danimarca davanti a tutti e l’Eritrea in maglia nera.
A certificarlo è l’autorevole “Reporters sans Frontieres” che traccia un quadro non privo di novità e di preoccupazione.
Lapis rosso per Iran (73° posto), Iraq, Afghanistan e ancor peggio per Turkmenistan, Corea del Nord, Eritrea, ultimi della lista dal 174° al 175° posto. Fa un gran balzo in avanti l’America di Obama (dal 40° al 20°) posto, mentre la vecchia Europa arranca con solo 15 nazioni nei primi venti (erano 18 lo scorso anno). La Francia (43° posto) sta un po’ meglio dell’Italia, superata anche dalla Slovacchia (46°).
In Europa avanza la destra ma si riducono gli spazi per la libertà di stampa. Chissà perché?
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