
Riprende i guantoni del picchiatore, Silvio Berlusconi e mena duro. Almeno ci prova, seguendo l’antico adagio che “chi mena per primo, mena due volte”.
Stavolta il Premier cerca il centro del ring ma non lo trova: annaspa, agita cazzotti al vento ed è costretto all’angolo.
Non si capisce bene se il match è alle prime riprese in vista dell’importante voto delle regionali che s’avvicina, o se l’incontro sta volgendo al termine, prima del gong finale, trascinando al tappeto il Cavaliere con tutta la sua “cricca”.
Il capo/padrone del Pdl e del Governo spara ad alzo zero contro i magistrati, contro il Pd e contro Di Pietro e i radicali, definiti “eversivi”. E’ il segnale delle difficoltà in cui il Premier si dibatte e che lo porta in uno stato confusionale.
Sì, Antonio Di Pietro (stavolta) c’azzecca: “Il fatto che il Governo sia stato colto con le mani nella marmellata lo innervosisce e spaventa”. Già.
Di fronte alla bufera giudiziaria e politica in atto, e ai suoi possibili deflagranti sviluppi, parte dell’opinione pubblica arriccia il naso e, quanto meno, comincia ad avere dubbi sulla vera “natura” di Berlusconi “unto del Signore” e del suo Governo del “fare”.
E i consensi sul “gradimento” dell’esecutivo scendono come la pioggia: meno otto punti in un mese! Berlusconi fiuta l’aria e teme che negli italiani si radichi l’equazione tra il Pdl di oggi e il Psi dei primi anni ’60.
Altri tempi? Altre storie? In parte, sì. Ma il “film” di oggi, potrebbe finire come allora.
Continua a leggere: Ore 12 - Berlusconi mena fendenti. Ma all'angolo del ring ...

Venerdì 11 e sabato 12 dicembre il Partito democratico torna in piazza per proporsi come alternativa. Dopo aver snobbato il No Berlusconi day con le solite motivazioni pretestuose quanto penose, Bersani ora si inventa le 1000 Piazze per l’alternativa, con l’obiettivo di tornare a occuparsi dei problemi di tutti e non di quelli del premier.
Un week end di mobilitazione, quello di dicembre, che stando agli annunci non resterà isolato, con inziative che continueranno durante il 2010, per delineare un programma alternativo di governo, insieme al popolo delle primarie. Sarà il modo per ricordare al governo, che si preoccupa solo dei problemi giudiziari di Berlusconi cosa davvero non va: il lavoro dove abbiamo registrato un milione di disoccupati in più, senza contare il livello di persone che non riescono a trovare un’occupazione, il più alto in Europa. E se le persone non hanno lavoro è evidente che a soffrire sono le imprese e i piccoli studi professionali. 50.000 quelli che rischiano di chiudere per sempre.O la sanità, dove a fronte dei risultati ottenuti dalle regioni di centrosinistra senza sacrificare i servizi per i cittadini il Governo ha messo zero euro in Finanziaria per la ristrutturazione e la costruzione di ospedali più moderni.
Senza mai dimenticare la necessità di polemizzare con i competitori più prossimi (energie sempre ben spese…), il lancio delle 1000 Piazze spiega che si tratta di “iniziative diverse dal No B. Day che serve solo a convincere chi è già convinto, senza portare nuovi consensi, occupandosi invece di tutti i problemi che riscontrano gli italiani”. Magari, già che si trovano nelle piazze e in mezzo al popolo, avranno anche modo di spiegare come mai le truppe parlamentari del Partito democratico si disperdono misteriosamente quando c’è da votare qualche atto davvero importante…
Continua a leggere: Bersani porta il Pd in 1000 Piazze per l'alternativa

Il mini-rimpasto nella giunta milanese di centrodestra guidata da Letizia Moratti non è stato molto dibattuto al di fuori della città. Ed è un peccato, perché si tratta di un caso molto emblematico di un certo modo di fare politica nel nostro paese.
I fatti: il sindaco di Milano ha prima tolto alcune deleghe, poi fatto dimissionare del tutto Edoardo Croci, tecnico giunto all’incarico di assessore di ambiente, mobilità e trasporti dopo essere stato candidato nella lista di “indipendenti” della Moratti alle elezioni del 2006.
Il motivo? Secondo la maggior parte degli osservatori, banalmente, l’avvicinarsi delle nuove elezioni comunali, che impone al sindaco l’esigenza di blandire i partiti – da un lato – ma anche l’opinione pubblica.
Per capire bene questa vicenda bisogna tuttavia tornare sulla storia di Ecopass, il famoso ticket di ingresso al centro-città della metropoli lombarda, e sul complesso delle contraddittorie politiche di mobilità della giunta milanese in questi anni.
Il No Berlusconi Day del prossimo 5 dicembre si preannuncia fin da ora come uno degli eventi più degni di nota degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda il rapporto tra politica e nuovi media: una manifestazione indetta “dal basso” su Facebook, che raggiunge in un mese quasi 300.000 aderenti potenziali e a cui ben 2 partiti decidono di aderire, non certo è cosa di tutti i giorni.
C’è chi però si è chiamato fuori: stiamo parlando ovviamente del Partito Democratico. Con motivazioni che spaziano dagli equilibrismi di Pierluigi Bersani (”non aderiremo però esprimiamo rispetto“), degni della peggior scuola delle Frattocchie, e candide dimostrazioni di anacronismo. Una su tutte quella di Anna Finocchiaro:
Il più grande partito di opposizione alle manifestazioni non aderisce, le organizza. Su piattaforme magari condivise ma pensate prima
Poche uscite di dirigenti del PD in questi ultimi anni hanno dimostrato meglio la drammatica arretratezza culturale della sua classe dirigente, prigioniera di una visione novecentesca del rapporto tra partiti, opinione pubblica e media.
Continua a leggere: No Berlusconi Day: l'anacronistico niet del Partito Democratico

Ieri ho azzardato una previsione: la proposta di ripristino dell’immunità parlamentare, lanciata dal PdL e dal Tg1 di Augusto Minzolini, non troverà il favore dell’opinione pubblica italiana. Vediamo un po’ che cosa indicano i primi sondaggi on-line realizzati sulla questione.
Tra i lettori di Quotidiano.net, quasi il 75% è contrario: una maggioranza che si conferma e si fa ancora più schiacciante sul sito della Gazzetta di Parma (85%) e del Sole 24 Ore (87). Certo, l’affidabilità dei sondaggi condotti attraverso Internet è prossima allo zero ma, in attesa della pubblicazione delle prime indagini scientifiche, questi dati ci consentono di farci un’idea delle tendenze in atto.
E l’impressione è quella di un provvedimento decisamente mal visto: anche - con ogni probabilità - tra gli elettori dello stesso PdL. Facciamo un esperimento: rispondete al sondaggio qua sotto, e vediamo se tra i lettori di polisblog le cifre cambiano.
Foto | Flickr.
Continua a leggere: Immunità parlamentare: sondaggi negativi per Minzolini e PdL

Dell’irrituale (per usare un eufemismo) editoriale televisivo pro-ritorno dell’immunità parlamentare di Augusto Minzolini si è parlato sia su queste pagine che su TvBlog. Tra le varie prese di distanza manca a mio avviso una constatazione fondamentale: il tentativo del direttore del Tg1 (e di chi dietro di lui coltiva questo genere di aspirazioni) è votato al fallimento.
Può essere, infatti, che si arrivi davvero ad un ritorno dell’immunità parlamentare: se i numeri in parlamento lo consentono, (quasi) tutto è possibile. Quello che è invece impossibile è ottenere il consenso dell’opinione pubblica italiana su un ritorno al passato di questo genere. Vediamo perchè.
Nella psicologia della nazione, Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica hanno costituito un punto di svolta irreversibile. Prima di allora, lo abbiamo visto in un recente sondaggio, anche presidenti del consiglio non propriamente immacolati come Giulio Andreotti godevano della fiducia della maggioranza della popolazione. Dopo, un crollo devastante, di almeno 10 punti.

[qui la prima puntata]
Si assiste sempre più spesso ad uscite offensive da parte di uomini politici di entrambi gli schieramenti (Padoa Schioppa e i “bamboccioni”, Brunetta e i “pecoroni”) nei confronti dei giovani. Anche i Comuni sono sempre più attivi nell’emanare ordinanze anti-giovani. Come interpreta questi fenomeni?
“Secondo me c’è una tendenza generale da parte del mondo adulto a considerare i giovani minacciosi: ma questo non avviene solo oggi, è sempre stato così. Nel campo delle politiche giovanili vi sono due strade possibili: la prima è considerare i giovani come minaccia, e attuare quindi politiche di tipo repressivo, che poi si manifestano anche verbalmente, come negli esempi che mi ha citato lei. Oppure si possono scegliere le politiche che concepiscono il giovane come una risorsa. Sto parlando di tutte le politiche attive: quelle per la casa, per la costituzione di una famiglia, per il lavoro, eccetera. L’Italia si caratterizza per le sue politiche repressive: i giovani sono visti come una minaccia, come un gruppo da tenere a bada”

[Le “puntate” precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte, nona parte]
Possiamo trarre, a questo punto arrivati, alcune conclusioni. Si può affermare, innanzitutto, che la libertà di stampa, profilo della più ampia libertà di manifestazione del pensiero riconosciuta e garantita dall’articolo 21 della Costituzione italiana, ha un ruolo fondamentale per la democrazia. Essa, in primo luogo, in quanto contenuto della libertà di espressione, costituisce una manifestazione insopprimibile della dignità umana e, come tale, va tutelata nel modo più ampio possibile. In secondo luogo, tale libertà consente la diffusione delle informazioni relative ai fatti (o alle interpretazioni correnti dei fatti) che abbiano rilevanza per la gestione della cosa pubblica.
In un ordinamento nel quale la sovranità appartiene ai cittadini, questi ultimi devono continuamente vigilare affinchè i propri rappresentanti esercitino in modo responsabile le funzioni che sono state loro delegate. La stampa, insieme a tutti gli altri mezzi d’informazione, assolve, pertanto, un ruolo insostituibile: essa dà all’opinione pubblica la “vista” sui fatti. Proprio per questo il pluralismo della stampa e, più in generale, delle fonti di informazione è una condizione necessaria per la sopravvivenza di una sana democrazia.
L’appello di Repubblica evidenzia un problema che non può essere liquidato senza un’attenta osservazione delle condizioni in cui attualmente versa l’informazione in Italia. Su questo versante, assistiamo quotidianamente ad episodi molto inquietanti. E la decisione del Presidente del Consiglio di citare in giudizio, al fine di ottere un risarcimento di considerevole entità, un giornale che gli ha posto delle domande riguardanti fatti che hanno una indubbia rilevanza pubblica non può che destare preoccupazioni, poiché le pressioni che il Capo del Governo può esercitare sui giudici chiamati a decidere la causa sono, com’è evidente, notevoli. Esiste, poi, una ragione d’inopportunità che avrebbe dovuto indurre il Premier ad astenersi da simili iniziative.

[Le “puntate” precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte]
Un’altra importante previsione contenuta nell’articolo 21 della Costituzione è quella secondo la quale “La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica”. Lo scopo di tale norma è quello di promuovere la diffusione delle informazioni relative all’identità dei proprietari e dei finanziatori dei giornali. E ciò al fine di consentire una lettura critica e consapevole degli stessi, da parte dell’opinione pubblica.
L’orientamento di un quotidiano o di un periodico può essere meglio compreso se si sa a chi (direttamente o indirettamente) fa capo quel giornale. E poco importa (o meglio: poco dovrebbe importare, per un’opinione pubblica attenta e severa) che poi il proprietario (o il finanziatore) asserisca la propria estraneità alla linea editoriale del giornale o che il direttore dello stesso proclami pubblicamente la propria autonomia.
La conoscenza dei proprietari dei giornali è ovviamente una condizione necessaria affinché possa impedirsi il fenomeno della concentrazione delle testate, incompatibile con le esigenze di pluralismo dell’informazione proprie di una sana democrazia.

[Le “puntate” precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte]
La libertà di cronaca costituisce una particolare espressione del diritto di manifestazione del pensiero. Abbiamo visto quanto sia importante la conoscenza dei fatti (o anche solo delle possibili interpretazioni dei fatti) rilevanti per l’opinione pubblica. Tra questi, certamente possono avere un’importanza significativa le vicende giudiziarie riguardanti gli uomini politici.
L’attuale articolo 684 del codice penale, che punisce chiunque pubblica, in tutto od in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione, atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione, ha suscitato non poche perplessità tra gli studiosi, poiché contiene una previsione eccessivamente rigida e non del tutto in armonia con le esigenze di garanzia del diritto di cronaca. Accese polemiche ha poi scatenato il disegno di legge sulle intercettazioni attualmente al vaglio delle Camere, che, da un lato, intende regolamentare in senso più restrittivo l’uso delle intercettazioni telefoniche in ambito giudiziario e, dall’altro, limitare sensibilmente la possibilità di pubblicare, da parte dei giornalisti, il contenuto delle stesse. Tale disegno tende a tutelare molto più incisivamente il diritto alla riservatezza di indagati e imputati, riducendo sensibilmente gli ambiti di esercizio del diritto di informazione. Non è questa la sede per un esame approfondito del testo, ma una considerazione generale può essere comunque svolta.
Benché la libertà di cronaca, come tutti i diritti (e, in definitiva, i valori) costituzionali, vada bilanciata con altri diritti (e valori), il bilanciamento stesso non può essere “cieco”: deve tener conto dei fatti rilevanti nel contesto di riferimento. Così la riservatezza di chi ricopre incarichi pubblici (e ancor più quella di chi assume compiti istituzionali di governo) non può avere la stessa estesione della privacy di un comune cittadino.