Non molla l’osso Famiglia Cristiana che, nell’ultimo editoriale del prossimo numero in edicola attacca “gli uomini che hanno scelto la politica per sistemare se stessi e le proprie pendenze”.
E il settimanale dei paolini continua: “Siamo lontani dall`idea di Paolo VI, che concepiva la politica ‘come una forma di carità verso la comunità’, capace di aiutare tutti a crescere”.
Ma sotto accusa non c’è solo la politica: “ La politica, anzitutto, non svolge la funzione che dovrebbe competerle. Ma analoghe carenze si riscontrano nel mondo imprenditoriale, nella comunicazione e nella cultura. Persino nella società civile e nell`associazionismo”.
Per ‘Famiglia cristiana’ “mancano persone capaci di offrire alla nazione obiettivi condivisi. E condivisibili. Non esistono programmi di medio e lungo termine. Non emerge un`idea di bene comune, che permetta di superare divisioni e interessi di parte. Se non personali. Si propone un federalismo che sa di secessione. Senz`anima e solidarietà”.
In questo quadro, “l`opinione pubblica, sebbene narcotizzata dalle Tv, è disgustata dallo spettacolo poco edificante che, quasi ogni giorno, ci viene offerto da una classe politica che litiga su tutto. Lontana dalla gente e impotente a risolvere i gravi problemi del Paese”.
Che dire? Niente.

Il 9 Luglio la FNSI ha organizzato uno sciopero contro il ddl intercettazioni, contro la legge bavaglio. La decisione è stata seguita, con qualche sorpresa, dalle critiche di Marco Travaglio e Paolo Flores D’Arcais. Il primo ha scritto:
“Intendiamoci, il bavaglio è talmente vergognoso e demenziale che meriterebbe non uno sciopero, ma una serrata. Però l’obiezione di Feltri (che aveva scritto che un auto-bavaglio contro una legge che impone il bavaglio è un’idea folle, nda) mette a dura prova il riflesso condizionato dei sindacati, Fnsi compresa, che ricorrono sempre e soltanto allo sciopero come se fosse l’unica forma di protesta. […] Sicuri che la forma più efficace di protesta contro il bavaglio sia autoimbavagliarci per un giorno?
Non sarebbe meglio uscire tutti in edizione straordinaria, listata a lutto, in forma di dossier con le intercettazioni e gli atti d’indagine più importanti di questi anni che, col bavaglio in vigore, non avremmo potuto pubblicare?”
Il problema, dice ancora Travaglio, è che in edicola, il 9 Luglio troveremo solo Il Giornale, Libero, Il Foglio, il Tempo, il Riformista. Insomma, si lascia campo libero “agli altri”.
Continua a leggere: Ddl intercettazioni: è giusto lo sciopero contro la legge bavaglio?

Riprende i guantoni del picchiatore, Silvio Berlusconi e mena duro. Almeno ci prova, seguendo l’antico adagio che “chi mena per primo, mena due volte”.
Stavolta il Premier cerca il centro del ring ma non lo trova: annaspa, agita cazzotti al vento ed è costretto all’angolo.
Non si capisce bene se il match è alle prime riprese in vista dell’importante voto delle regionali che s’avvicina, o se l’incontro sta volgendo al termine, prima del gong finale, trascinando al tappeto il Cavaliere con tutta la sua “cricca”.
Il capo/padrone del Pdl e del Governo spara ad alzo zero contro i magistrati, contro il Pd e contro Di Pietro e i radicali, definiti “eversivi”. E’ il segnale delle difficoltà in cui il Premier si dibatte e che lo porta in uno stato confusionale.
Sì, Antonio Di Pietro (stavolta) c’azzecca: “Il fatto che il Governo sia stato colto con le mani nella marmellata lo innervosisce e spaventa”. Già.
Di fronte alla bufera giudiziaria e politica in atto, e ai suoi possibili deflagranti sviluppi, parte dell’opinione pubblica arriccia il naso e, quanto meno, comincia ad avere dubbi sulla vera “natura” di Berlusconi “unto del Signore” e del suo Governo del “fare”.
E i consensi sul “gradimento” dell’esecutivo scendono come la pioggia: meno otto punti in un mese! Berlusconi fiuta l’aria e teme che negli italiani si radichi l’equazione tra il Pdl di oggi e il Psi dei primi anni ’60.
Altri tempi? Altre storie? In parte, sì. Ma il “film” di oggi, potrebbe finire come allora.

Venerdì 11 e sabato 12 dicembre il Partito democratico torna in piazza per proporsi come alternativa. Dopo aver snobbato il No Berlusconi day con le solite motivazioni pretestuose quanto penose, Bersani ora si inventa le 1000 Piazze per l’alternativa, con l’obiettivo di tornare a occuparsi dei problemi di tutti e non di quelli del premier.
Un week end di mobilitazione, quello di dicembre, che stando agli annunci non resterà isolato, con inziative che continueranno durante il 2010, per delineare un programma alternativo di governo, insieme al popolo delle primarie. Sarà il modo per ricordare al governo, che si preoccupa solo dei problemi giudiziari di Berlusconi cosa davvero non va: il lavoro dove abbiamo registrato un milione di disoccupati in più, senza contare il livello di persone che non riescono a trovare un’occupazione, il più alto in Europa. E se le persone non hanno lavoro è evidente che a soffrire sono le imprese e i piccoli studi professionali. 50.000 quelli che rischiano di chiudere per sempre.O la sanità, dove a fronte dei risultati ottenuti dalle regioni di centrosinistra senza sacrificare i servizi per i cittadini il Governo ha messo zero euro in Finanziaria per la ristrutturazione e la costruzione di ospedali più moderni.
Senza mai dimenticare la necessità di polemizzare con i competitori più prossimi (energie sempre ben spese…), il lancio delle 1000 Piazze spiega che si tratta di “iniziative diverse dal No B. Day che serve solo a convincere chi è già convinto, senza portare nuovi consensi, occupandosi invece di tutti i problemi che riscontrano gli italiani”. Magari, già che si trovano nelle piazze e in mezzo al popolo, avranno anche modo di spiegare come mai le truppe parlamentari del Partito democratico si disperdono misteriosamente quando c’è da votare qualche atto davvero importante…

Il mini-rimpasto nella giunta milanese di centrodestra guidata da Letizia Moratti non è stato molto dibattuto al di fuori della città. Ed è un peccato, perché si tratta di un caso molto emblematico di un certo modo di fare politica nel nostro paese.
I fatti: il sindaco di Milano ha prima tolto alcune deleghe, poi fatto dimissionare del tutto Edoardo Croci, tecnico giunto all’incarico di assessore di ambiente, mobilità e trasporti dopo essere stato candidato nella lista di “indipendenti” della Moratti alle elezioni del 2006.
Il motivo? Secondo la maggior parte degli osservatori, banalmente, l’avvicinarsi delle nuove elezioni comunali, che impone al sindaco l’esigenza di blandire i partiti – da un lato – ma anche l’opinione pubblica.
Per capire bene questa vicenda bisogna tuttavia tornare sulla storia di Ecopass, il famoso ticket di ingresso al centro-città della metropoli lombarda, e sul complesso delle contraddittorie politiche di mobilità della giunta milanese in questi anni.
Il No Berlusconi Day del prossimo 5 dicembre si preannuncia fin da ora come uno degli eventi più degni di nota degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda il rapporto tra politica e nuovi media: una manifestazione indetta “dal basso” su Facebook, che raggiunge in un mese quasi 300.000 aderenti potenziali e a cui ben 2 partiti decidono di aderire, non certo è cosa di tutti i giorni.
C’è chi però si è chiamato fuori: stiamo parlando ovviamente del Partito Democratico. Con motivazioni che spaziano dagli equilibrismi di Pierluigi Bersani (”non aderiremo però esprimiamo rispetto“), degni della peggior scuola delle Frattocchie, e candide dimostrazioni di anacronismo. Una su tutte quella di Anna Finocchiaro:
Il più grande partito di opposizione alle manifestazioni non aderisce, le organizza. Su piattaforme magari condivise ma pensate prima
Poche uscite di dirigenti del PD in questi ultimi anni hanno dimostrato meglio la drammatica arretratezza culturale della sua classe dirigente, prigioniera di una visione novecentesca del rapporto tra partiti, opinione pubblica e media.
Continua a leggere: No Berlusconi Day: l'anacronistico niet del Partito Democratico

Ieri ho azzardato una previsione: la proposta di ripristino dell’immunità parlamentare, lanciata dal PdL e dal Tg1 di Augusto Minzolini, non troverà il favore dell’opinione pubblica italiana. Vediamo un po’ che cosa indicano i primi sondaggi on-line realizzati sulla questione.
Tra i lettori di Quotidiano.net, quasi il 75% è contrario: una maggioranza che si conferma e si fa ancora più schiacciante sul sito della Gazzetta di Parma (85%) e del Sole 24 Ore (87). Certo, l’affidabilità dei sondaggi condotti attraverso Internet è prossima allo zero ma, in attesa della pubblicazione delle prime indagini scientifiche, questi dati ci consentono di farci un’idea delle tendenze in atto.
E l’impressione è quella di un provvedimento decisamente mal visto: anche - con ogni probabilità - tra gli elettori dello stesso PdL. Facciamo un esperimento: rispondete al sondaggio qua sotto, e vediamo se tra i lettori di polisblog le cifre cambiano.
Foto | Flickr.

Dell’irrituale (per usare un eufemismo) editoriale televisivo pro-ritorno dell’immunità parlamentare di Augusto Minzolini si è parlato sia su queste pagine che su TvBlog. Tra le varie prese di distanza manca a mio avviso una constatazione fondamentale: il tentativo del direttore del Tg1 (e di chi dietro di lui coltiva questo genere di aspirazioni) è votato al fallimento.
Può essere, infatti, che si arrivi davvero ad un ritorno dell’immunità parlamentare: se i numeri in parlamento lo consentono, (quasi) tutto è possibile. Quello che è invece impossibile è ottenere il consenso dell’opinione pubblica italiana su un ritorno al passato di questo genere. Vediamo perchè.
Nella psicologia della nazione, Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica hanno costituito un punto di svolta irreversibile. Prima di allora, lo abbiamo visto in un recente sondaggio, anche presidenti del consiglio non propriamente immacolati come Giulio Andreotti godevano della fiducia della maggioranza della popolazione. Dopo, un crollo devastante, di almeno 10 punti.

[qui la prima puntata]
Si assiste sempre più spesso ad uscite offensive da parte di uomini politici di entrambi gli schieramenti (Padoa Schioppa e i “bamboccioni”, Brunetta e i “pecoroni”) nei confronti dei giovani. Anche i Comuni sono sempre più attivi nell’emanare ordinanze anti-giovani. Come interpreta questi fenomeni?
“Secondo me c’è una tendenza generale da parte del mondo adulto a considerare i giovani minacciosi: ma questo non avviene solo oggi, è sempre stato così. Nel campo delle politiche giovanili vi sono due strade possibili: la prima è considerare i giovani come minaccia, e attuare quindi politiche di tipo repressivo, che poi si manifestano anche verbalmente, come negli esempi che mi ha citato lei. Oppure si possono scegliere le politiche che concepiscono il giovane come una risorsa. Sto parlando di tutte le politiche attive: quelle per la casa, per la costituzione di una famiglia, per il lavoro, eccetera. L’Italia si caratterizza per le sue politiche repressive: i giovani sono visti come una minaccia, come un gruppo da tenere a bada”

[Le “puntate” precedenti: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte, nona parte]
Possiamo trarre, a questo punto arrivati, alcune conclusioni. Si può affermare, innanzitutto, che la libertà di stampa, profilo della più ampia libertà di manifestazione del pensiero riconosciuta e garantita dall’articolo 21 della Costituzione italiana, ha un ruolo fondamentale per la democrazia. Essa, in primo luogo, in quanto contenuto della libertà di espressione, costituisce una manifestazione insopprimibile della dignità umana e, come tale, va tutelata nel modo più ampio possibile. In secondo luogo, tale libertà consente la diffusione delle informazioni relative ai fatti (o alle interpretazioni correnti dei fatti) che abbiano rilevanza per la gestione della cosa pubblica.
In un ordinamento nel quale la sovranità appartiene ai cittadini, questi ultimi devono continuamente vigilare affinchè i propri rappresentanti esercitino in modo responsabile le funzioni che sono state loro delegate. La stampa, insieme a tutti gli altri mezzi d’informazione, assolve, pertanto, un ruolo insostituibile: essa dà all’opinione pubblica la “vista” sui fatti. Proprio per questo il pluralismo della stampa e, più in generale, delle fonti di informazione è una condizione necessaria per la sopravvivenza di una sana democrazia.
L’appello di Repubblica evidenzia un problema che non può essere liquidato senza un’attenta osservazione delle condizioni in cui attualmente versa l’informazione in Italia. Su questo versante, assistiamo quotidianamente ad episodi molto inquietanti. E la decisione del Presidente del Consiglio di citare in giudizio, al fine di ottere un risarcimento di considerevole entità, un giornale che gli ha posto delle domande riguardanti fatti che hanno una indubbia rilevanza pubblica non può che destare preoccupazioni, poiché le pressioni che il Capo del Governo può esercitare sui giudici chiamati a decidere la causa sono, com’è evidente, notevoli. Esiste, poi, una ragione d’inopportunità che avrebbe dovuto indurre il Premier ad astenersi da simili iniziative.