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Un’altra importante previsione contenuta nell’articolo 21 della Costituzione è quella secondo la quale “La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica”. Lo scopo di tale norma è quello di promuovere la diffusione delle informazioni relative all’identità dei proprietari e dei finanziatori dei giornali. E ciò al fine di consentire una lettura critica e consapevole degli stessi, da parte dell’opinione pubblica.
L’orientamento di un quotidiano o di un periodico può essere meglio compreso se si sa a chi (direttamente o indirettamente) fa capo quel giornale. E poco importa (o meglio: poco dovrebbe importare, per un’opinione pubblica attenta e severa) che poi il proprietario (o il finanziatore) asserisca la propria estraneità alla linea editoriale del giornale o che il direttore dello stesso proclami pubblicamente la propria autonomia.
La conoscenza dei proprietari dei giornali è ovviamente una condizione necessaria affinché possa impedirsi il fenomeno della concentrazione delle testate, incompatibile con le esigenze di pluralismo dell’informazione proprie di una sana democrazia.

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La libertà di cronaca costituisce una particolare espressione del diritto di manifestazione del pensiero. Abbiamo visto quanto sia importante la conoscenza dei fatti (o anche solo delle possibili interpretazioni dei fatti) rilevanti per l’opinione pubblica. Tra questi, certamente possono avere un’importanza significativa le vicende giudiziarie riguardanti gli uomini politici.
L’attuale articolo 684 del codice penale, che punisce chiunque pubblica, in tutto od in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione, atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione, ha suscitato non poche perplessità tra gli studiosi, poiché contiene una previsione eccessivamente rigida e non del tutto in armonia con le esigenze di garanzia del diritto di cronaca. Accese polemiche ha poi scatenato il disegno di legge sulle intercettazioni attualmente al vaglio delle Camere, che, da un lato, intende regolamentare in senso più restrittivo l’uso delle intercettazioni telefoniche in ambito giudiziario e, dall’altro, limitare sensibilmente la possibilità di pubblicare, da parte dei giornalisti, il contenuto delle stesse. Tale disegno tende a tutelare molto più incisivamente il diritto alla riservatezza di indagati e imputati, riducendo sensibilmente gli ambiti di esercizio del diritto di informazione. Non è questa la sede per un esame approfondito del testo, ma una considerazione generale può essere comunque svolta.
Benché la libertà di cronaca, come tutti i diritti (e, in definitiva, i valori) costituzionali, vada bilanciata con altri diritti (e valori), il bilanciamento stesso non può essere “cieco”: deve tener conto dei fatti rilevanti nel contesto di riferimento. Così la riservatezza di chi ricopre incarichi pubblici (e ancor più quella di chi assume compiti istituzionali di governo) non può avere la stessa estesione della privacy di un comune cittadino.

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La previsione contenuta nello stesso articolo 21 della Costituzione, secondo cui “Sono vietate le pubblicazioni a stampa … contrarie al buon costume”, non impone la richiesta di autorizzazioni e non legittima alcuna forma di censura (entrambe - è bene ribadirlo - tassativamente vietate dallo stesso articolo). Pertanto, in caso di violazione del limite del buon costume, il solo strumento utilizzabile sarà ancora una volta il sequestro.
Ma cosa deve intendersi per “buon costume”? La Corte costituzionale ha chiarito che tale espressione, nell’uso che ne fa l’articolo 21 della Costituzione, “non può essere fatta coincidere con la morale o la coscienza etica”, dal momento che la legge morale vive nella coscienza individuale e non può formare oggetto di un regolamento legislativo. Sarebbe troppo pericoloso dare un contenuto così ampio e indeterminato a tale limite. E chi interpretebbe i principi morali da far valere? Il legislatore? Significherebbe attribuirgli un potere straordinario.
La Consulta ha collegato invece tale concetto alla tutela della sfera del pudore sessuale. Più precisamente, il “buon costume” risulterebbe “da un insieme di precetti che impongono un determinato comportamento nella vita sociale di relazione, la inosservanza dei quali comporta in particolare la violazione del pudore sessuale, sia fuori, sia soprattutto nell’ambito della famiglia, della dignità personale che con esso si congiunge e del sentimento morale dei giovani, aprendo la via al mal costume, con la possibilità di comportare anche la perversione dei costumi, il prelavere cioè di regole e comportamenti contrari ed opposti”.

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Il fatto che “tutti” abbiano il diritto di manifestare, con ogni mezzo, il proprio pensiero non può certo significare che ad ognuno debba essere effettivamente assicurata la materiale disponibilità di tutti gli strumenti di diffusione esistenti. Il che sarebbe impossibile. Più realisticamente - come ha chiarito la Corte costituzionale - la disposizione normativa contenuta nell’articolo 21 prevede che a tutti la legge debba garantire la “giuridica possibilità” di usare i mezzi di diffusione del pensiero, “con le modalità ed entro i limiti resi eventualmente necessari dalle particolari caratteristiche dei singoli mezzi o dalla esigenza di assicurare l’armonica coesistenza del pari diritto di ciascuno o dalla tutela di altri interessi costituzionalmente apprezzabili”. Dunque, a nessuno può essere generalmente precluso l’accesso ai mezzi di diffusione del pensiero, anche se poi tale diritto va bilanciato con altri diritti e valori.
Il problema dell’accesso ai mezzi di diffusione del pensiero, che - com’è evidente - riveste un ruolo fondamentale in una democrazia, si pone soprattutto riguardo alla stampa e alle telecomunicazioni. La formazione di un’opinione pubblica consapevole dipende, in buona misura, dal pluralismo dell’informazione. Anche se si ritiene che non esistano fatti, ma solo interpretazioni, è necessario pur sempre ascoltare tutte le interpretazioni correnti di un medesimo fatto per formarsi un’idea sufficientemente consapevole di quanto sia realmente accaduto. In Italia, com’è noto, il pluralismo nell’informazione non è adeguatamente garantito, come testimoniano numerose sentenze della Corte costituzionale. Si tratta di una carenza che si ripercuote, per le ragioni che abbiamo visto, sul corretto funzionamento del sistema istituzionale democratico.
Limitando l’attenzione alla stampa, secondo la normativa vigente, con tale termine si indica ogni riproduzione tipografica o comunque ottenuta con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinata alla pubblicazione (libri, stampa periodica - quotidiani e riviste -, opuscoli, manifesti, ecc.). L’articolo 21 vieta ogni forma di “autorizzazione” o “censura” della stampa. Per “autorizzazione” si intende un consenso preventivo alla pubblicazione: essa precede la stampa dello scritto. Per “censura” un’approvazione preventiva dello stampato: essa interviene direttamente su quest’ultimo, prima della sua diffusione. Nessuna di queste forme di controllo è ammessa nel nostro ordinamento. L’unica limitazione consentita è il sequestro, ma per adottare tale provvedimento sono necessarie due condizioni.

Non molto tempo fa ho sostenuto su queste pagine che in Italia i giovani, che soffrono di una regolazione del mercato del lavoro e del welfare per loro discriminante, vengono sistematicamente incolpati delle pene che li affliggono (disoccupazione, ritardo dell’uscita da casa, ecc.), secondo un classico processo di stigmatizzazione delle vittime.
Manco a farlo apposta, ecco che compare sul Corriere della Sera un articolo che - involontariamente - dimostra in pieno questa tesi. Si tratta di un pezzo di ieri sulla cosiddetta “generazione boomerang“, ovvero quei giovani che, dopo un periodo fuori casa, tornano ad abitare presso l’abitazione dei genitori.
La fonte originaria è l’indagine di un istituto di ricerca britannico, i cui dati sono stati commentati in un articolo dal Daily Telegraph, al quale la giornalista del Corriere fa a sua volta riferimento con un link. Ed è proprio il confronto diretto tra i due articoli a mettere in evidenza come dalle nostre parti la figura del giovane sia circondata da pesanti ed ingiuste stereotipizzazioni negative.
Continua a leggere: Giovani: la leggenda dei "bamboccioni", un'ingiusta fissazione italiana?

Ricordate lo scandalo dei rimborsi ai parlamentari britannici? La sua risonanza nel nostro paese servì anche a rivelare, per contrasto, la normalità di tale tipo di prassi in Italia. Scrisse infatti all’epoca Repubblica:
Conti stracciati, conti allegri, conti che non quadrano ma chi se ne frega, nel nostro Paese. Altro che Inghilterra indignata per pochi spiccioli di note spese. Qui lo scandalo è codificato, è a norma di legge, è tanto palese da non destare, appunto, scandalo. (..) Montecitorio e Palazzo Madama, in questo 2009, distribuiranno ai nostri 630 deputati e 322 senatori rimborsi spese destinati sulla carta a viaggi, diaria e segreterie per qualcosa come 96 milioni di euro, parenti molto vicini di 100 milioni. E il tutto, va da sé, senza chiedere lo straccio di una prova documentale che attesti se davvero saranno utilizzati per gli scopi “istituzionali”
Ora giunge dalla Germania l’eco di un nuovo scandalo che coinvolge politici stranieri e denaro pubblico, che forse dovrebbe spingerci a rivedere con occhio più critico alcune notizie del passato recente. Protagonisti questa volta sono una ministra socialdemocratica e una limousine.

Chissà se Renato Brunetta legge Polisblog. Solo alcuni mesi fa il ministro più amato dagli italiani sosteneva infatti, a fronte della proposta del PD di un assegno di disoccupazione unico, che l’Italia avesse il miglior sistema di ammortizzatori sociali d’Europa. Noi di Polis realizzammo vari post, e una lunga intervista al Professor Emilio Reyneri, per cercare di smentire questa affermazione completamente al di fuori della realtà.
Ora Brunetta sembra aver cambiato idea: in un’intervista a Oggi, riportata dal sito del Corriere della Sera, afferma infatti: “Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie“.
Quale dei due Brunetta ha ragione? Secondo me, inutile dirlo, il secondo. Entrambi però hanno capito una cosa fondamentale: in un paese in cui l’opinione pubblica è perlopiù assolutamente priva di memoria, anche a breve termine, si può affermare tutto e il contrario di tutto. Ed essere, nonostante questo, il ministro più popolare d’Italia.
Foto | Flickr.
Lo ricorda il senatore Giulio Andreotti che “a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”.
Specie in politica. Con la sua casta, i suoi privilegi, i suoi soprusi, i suoi eccessi. E le spese inutili, gli sprechi abissali.
Per anni c’è stata battaglia sacrosanta contro gli “Enti inutili”. Qualche buon risultato s’è visto. Poi il tiro è stato spostato principalmente contro le segreterie dei partiti e soprattutto contro i parlamentari, oggi sempre più “nominati” che effettivamente eletti. Spesso si fa di tutta un’erba un fascio, scadendo nell’antipolitica.
Fra gli “scandali”, quello delle “società partecipate” è quello più … scandaloso. Sottovalutato dai media e quindi non compreso dall’opinione pubblica.
Fra società partecipate e consorzi, regioni ed enti locali si contano 25 mila (venticinquemila!) rappresentanti negli organi di gestione.
Compensi da nababbi, impegno discutibile, criteri di selezione prettamente politici (cioè scandalosi). Un qualcosa come il cimitero degli elefanti per politici in età avanzata o “contentini” per politici trombati.
E’ la più vergognosa spartizione politica dal dopoguerra ad oggi.

Come altre formule “pop” della destra di governo, lo slogan “sinistra del no” è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il cliché rientra nel “normale” fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative.Ma c’è, specie in un caso come questo, strutturale per il futuro di tutti, un’aggravante sostanziale. L’aggravante è questa: che il merito delle questioni scompare. Si fissano (o si rifissano) le parti in commedia, quella dell’operoso Berlusconi e quella dei suoi neghittosi osteggiatori, e si evita accuratamente di parlare delle scelte concrete, delle loro conseguenze, dei pro e dei contro.
Così Michele Serra in un editoriale quanto mai appropriato su Repubblica di ieri. E’ il baratro in cui è sprofondata l’opinione pubblica italiana. Una modalità di disinformazione tipicamente televisiva, ossia diretta all’emotività tralasciando completamente le argomentazioni.
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