
In queste ore di crescente tensione, non sarà facile per il Pd dimostrare agli italiani di non essere un’accozzaglia di fischiatori di professione, ma una opposizione responsabile e pronta per l’alternativa a Berlusconi.
La manifestazione (o le manifestazioni?) di sabato prossimo contro il decreto della vergogna salva liste, invece che dare una spallata al governo, rischia di destabilizzare l’opposizione, un boomerang per i promotori.
Se Antonio Di Pietro insiste nel mettere sotto accusa il capo dello Stato e porterà in Parlamento la sua richiesta di impeachment a Napolitano, il tenue filo unitario riallacciato col Partito democratico, si strapperà.
Quella di sabato prossimo rischia di trasformarsi nella piazza “contro” Napolitano. In tal modo, davvero Berlusconi prenderebbe più “piccioni” con una sola fava.
La forzatura del governo che lede i principi di civiltà democratica passerebbe in secondo piano. E il Cavaliere dimostrerebbe ancora una volta di saper tirar fuori il coniglio dal cilindro, capace di ribaltare la frittata e di scatenare la rissa in casa altrui. Il premier, con i sondaggi in picchiata, riaccende le polveri per rianimare una campagna elettorale oramai compromessa.
La via d’uscita di Berlusconi è una sola: ricacciare Pd e opposizione nella trincea dell’antiberlusconismo. In questo il Cavaliere è maestro.
Anche il Pd e gli altri “alleati” sono insuperabili: ma nel cadere nelle trappole. Si saprà presto se il partito di “lotta e di governo” è solo uno slogan dell’albo dei ricordi.
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Il centro sinistra e Massimo D’Alema premier (primo ex Pci capo del Governo) saltarono per il risultato negativo in una consultazione amministrativa, considerata un viaggio trionfale.
Peggio ancora, oggi, stanno il Pdl e il premier Berlusconi, appesi al nodo scorsoio del pasticcio delle liste.
I sondaggi di queste ore parlano di una crescente disaffezione dell’elettorato del Pdl: l’astensionismo stavolta farà un brutto scherzo al partitone del Cavaliere. Oramai tutto (o quasi) è possibile: quel che è certo è che sulla graticola c’è Berlusconi.
E se l’invincibile degli invincibili dovesse davvero aver imboccato il tunnel con un muro finale? Sarebbe davvero un bel guaio. Non solo per l’immensa corte, a cominciare dai triumviri Verdini/La Russa/Bondi. A centinaia, a migliaia, perderebbero poltrone e strapuntini, prebende e affari di ogni tipo.
Ma il peggio toccherebbe all’opposizione, in primis ad Antonio Di Pietro che, orfano di Berlusconi, imploderebbe inesorabilmente. Privato dell’antiberlusconismo, chi sarebbe l’ex Pm?
Sul decreto che il Governo starebbe preparando per “salvarsi” dal patatrac liste, Di Pietro è però lapidario: “sarebbe un golpe”. Come dargli torto?
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Il coniglio dal cappello l’ha tirato fuori Pier Ferdinando Casini. Il leader dell’Udc auspica un Governo di “passaggio”, con dentro Fini, Bersani, Letta (Enrico), Pisanu, Finocchiaro.
Il Premier? Casini, ovviamente, perno e baricentro “moderato” di una Grosse Koalition alla tedesca, Merkel docet.
Insomma, Casini, più che affidarsi alla logica dei “partiti”, sembra puntare tutto sul valore e sul ruolo delle “persone perbene”, da mettere insieme per salvare l’Italia che “sta perdendo competitività, credibilità e che non uscirà dalla crisi meglio e prima degli altri, ma peggio”.
Pare proprio che Pierferdy abbia già superato l’ostacolo delle Regionali, prefigurandosi come vincente, protagonista e volano di un nuovo corso politico. Aspettative legittime ma troppo ottimistiche, per non dire avventate.
Le Regionali (a meno di imprevedibili terremoti fantapolitici …) non smotteranno la fortezza berlusconiana aggregata con la Lega, ancora più forte (non solo al Nord). Anzi, le prossime elezioni, arrecheranno altri danni all’opposizione, in particolare al Pd, porteranno più poltrone all’Udc, ma meno voti.
Altra questione irrisolta è la “terza gamba”, che non c’è. “Questa” Udc non decolla e non dura. Ma Casini, al di là delle ripetute promesse, non sembra in grado di lanciare il messaggio “moderati di tutti i colori unitevi!” e costruire il nuovo grande partito di centro.
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La preparazione al prossimo appuntamento elettorale sta mettendo a dura prova l’opposizione. Da una parte c’è Pierluigi Bersani, e i candidati talmente forti da poter proseguire indipendente dal suo appoggio, dall’altra Antonio Di Pietro.
Il leader dell’Idv, malgrado il congresso, è solo contro i suoi stessi uomini che gli rimproverano l’appoggio della candidatura di Vincenzo De Luca. Sindaco, in quota Pd, che punta a prendere il posto di Antonio Bassolino malgrado le indagini che sul suo conto sono state avviate.
A far saltare la pace tra l’ex magistrato e il suo elettorato sarebbero stati i probabili crimini commessi dal candidato del Partito Democratico. In molti, Luigi De Magistris in primis, hanno rimproverato Antonio Di Pietro per la sua scelta poco coerente con quanto fino ad oggi predicato.
Quelli della maggioranza, ligi agli ordini di patron Berlusconi, una “libertà” a quelli dell’opposizione l’hanno concessa: possono scegliere il cappio a cui impiccarsi.
Il legittimo impedimento approvato ieri alla Camera, al di là di tante fumoserie, è solo l’impunità per Berlusconi. Peraltro, una tappa pesantissima su un percorso già tracciato. Il Premier impone al suo Governo e alla sua maggioranza di andare avanti a testa bassa: con il processo breve, la stretta sulle intercettazioni, la regolazione dei conti con i pentiti.
La teorizzazione del “male minore” scelta dall’Udc per motivare politicamente la propria astensione, non regge. Perché, di fatto, Casini “aiuta” Berlusconi a tirare diritto per la sua strada, forte di uno “scudo” che lo preserva e lo rende al di sopra di tutto e di tutti.
Ancora una volta il leader dell’Udc ha guardato il suo dito e non la luna, incartandosi sulla “tattica”, senza badare al respiro strategico di un progetto politico che sembra sempre più impantanato nella palude.
L’alleanza con il Pd avanza col passo del gambero, il fossato con il Pdl s’allarga, il terzo polo attende nella terra di nessuno, il nuovo grande partito di centro pare l’araba fenice.
Basterà qualche poltrona in più delle Regionali per rilanciare i sogni di Pierferdy?
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Eh sì, “questo” (il Premier), salta da un fosso all’altro e quel che dice al mattino lo sconfessa la sera stessa.
Stavolta non si può non concordare con Pier Luigi Bersani che inchioda Silvio Berlusconi per la sua ennesima “irresponsabile giravolta”.
Avrete capito bene che il capo del Governo ha fatto retromarcia sulle tasse: “L’attuale situazione di crisi impedisce di pensare a una riduzione delle imposte, è assolutamente fuori discussione”.
Ma come, non è sempre stato quello del “giù le tasse” lo spot degli spot del Cavaliere? Il “ghe pensi mi” per salvare dallo statalismo comunista dei governi Prodi il popolo delle partita Iva, il ceto medio agonizzante, i professionisti travolti dal fisco, le famiglie strozzate dalle tasse?
Non si volevano appendere sul pennone più alto i “sanguisuga” Padoa Schioppa e Vincesco Visco?
E la crisi non era tutta una invenzione dell’opposizione, comunque superata dall’arrivo di una nuova alba radiosa che ridà fiato alle trombe del liberalismo assoluto e del capitalismo che fa tutti liberi, ricchi e felici?
Insomma, basta! Questo è un Premier che continua a mentire agli italiani.
Fino a quando gli italiani continueranno a farsi prendere per i fondelli?
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L’annus horribilis, dopo oltre quindici anni di una transizione che non finisce mai, si chiude con l’appello all’”amore” di Silvio Berlusconi.
Un “vogliamoci bene” che i più sentono come l’ennesimo spot del Cavaliere per continuare a farsi i fatti propri a scapito del bene del Paese.
L’antipolitica è stata la “furbata” del berlusconismo per fare la politica di Silvio Berlusconi. Il “nuovo”, così come le riforme, è fatto solo di promesse non mantenute.
Il Premier traballa ma è lui “l’uomo solo” al comando: gli altri sono ombre clonate, con bulli, pupe, nani e ballerine ad accendere la politica dell’inutile, quando non del “nulla”.
La crisi ha colpito duro e non allenta la morsa, con le famiglie impoverite e impaurite, i ceti medi ridotti all’osso, i lavoratori appollaiati sui tetti, per una protesta disperata, iceberg della crisi della sinistra e dei sindacati. L’opposizione è sfarinata, alla ricerca di angoli di potere.
Gli spazi di libertà non si sono ristretti. Si è però “ristretta” l’Italia, che è la “peggiore” dal dopoguerra in qua. Il sempiterno Marco Pannella vede “iene, corvi e parassiti”. Si è passati dalla partitocrazia dei partiti alla partitocrazia senza partiti. La crisi è mondiale. Ma solo nel Belpaese lo show è becero e stantio e, come il pesce andato a male, puzza dalla testa.
E’ vero: c’è un’altra Italia “trasversale” che lavora, studia, e crede nel futuro. Vietato illudersi, però. L’Italia è il paese delle caste. Forse ai più va bene così: con un Governo senza progetto, una opposizione senza rotta, un premier “barocco”, un po’ sultano, un po’ caudillo e (purtroppo) capace di tutto. Comunque meglio la farsa della tragedia. Anche se è solo una questione di filo di lana.
Aspettando il “colpo di reni”, lo scatto che sblocchi questo quadro, buona fine e buon principio a tutti. Proprio a tutti.
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Nei giorni scorsi come spiegato da Christian De Mattia, il Presidente della Camera Gianfranco Fini, venendo meno all’aplomb che lo ha contraddistinto negli ultimi mesi, ha inviato al direttore del Giornale, Vittorio Feltri, un flacone di valium.
Un presente che sarebbe stato gradito dal giornalista che intervistato dal Corriere della Sera ha invitato l’esponente politico a limitare il consumo del vino rosso.
“Però – ha dichiarato Vittorio Feltri - ho una raccomandazione per il Presidente della Camera: ci vada piano con il lambrusco, il rosso fa bene ma non bisogna esagerare. E lui ultimamente ha fatto parecchio uso di “rosso”, e non gli ha fatto bene…”
Continua a leggere: Vittorio Feltri replica a Gianfranco Fini, meglio il valium del vino rosso
Chi aveva dubbi dovrà ricredersi. E presto. Il Governo del fare, fa.
Fa (quasi) sempre quel che non dovrebbe fare e anche stavolta, dopo il fattaccio di Milano non si smentisce.
Il ministro Roberto Maroni, col cipiglio da mini caudillo incrociato con la brutta copia di Totò, lancia i tre squilli di tromba e anticipa che giovedì prossimo presenterà al Cdm “misure più adeguate sulla sicurezza”.
Tradotto, significa che il Governo vuole approvare per decreto, leggi speciali per un giro di vite sulle manifestazioni di piazza e sul web. Cioè imbrigliare i cortei e imbavagliare la rete.
Nel frattempo il Premier Berlusconi, novello “Francesco” da Arcore, scrive su Internet che “l’amore vince su tutto”.
Berlusconi (il … “buono”) e Maroni (il … “cattivo”), come il gatto e la volpe. Più Bossi (il … “furbo”), che incassa.
Un passo alla volta: dalla repubblica delle “banane” al Paese delle leggi speciali. E l’opposizione? Vigila. Come i capponi di manzoniana memoria.
Continua a leggere: Berlusconi (il" buono"), Bossi (il "furbo"), Maroni (il "cattivo")
Non c’era bisogno di Renato Mannheimer per dire che l’aggressione di ieri sera a Milano rafforza Silvio Berlusconi. E non c’era bisogno neppure di Giampaolo Pansa per capire che c’è (quasi) un clima da anni Settanta.
Chi è Berlusconi, si sa. Chi sono i suoi sodali, pure. Da quel fronte non c’è da aspettarsi molto di buono.
In gioco non c’è la poltrona di un assessore comunale, ma la democrazia italiana, la prospettiva di questo Paese in crisi fino alle midolla per responsabilità del Cavaliere e di questo bipolarismo fasullo.
Il punto adesso è uno solo: cosa deve fare l’opposizione, in primis il Pd?
Se ci si ferma alla “puerile” considerazione che il Premier “se l’è cercata”, si sa già come finirà la partita: il Cavaliere farà “cappotto” alle urne.
L’antiberlusconismo come “unica” strategia politica è il più bel regalo per il Premier.
La violenza va condannata senza “se” e senza “ma”, la personalizzazione della lotta politica va quanto meno attenuata, bisogna tornare alle proposte (e alle contro proposte) politiche.
O il Pd tiene la barra diritta, o la partita è persa. Anzi, è perso l’intero campionato.
Non è previsto il girone di ritorno. Altro che ciance da curva sud!
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