
Dopo i fuochi d’artificio di settimana scorsa, culminati nell’insulto proferito da Daniela Santanché nei confronti del giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Ronconi (in giuria) stasera La 7 torna Tetris, l’originale programma di approfondimento politico condotto da Luca Telese.
La puntata si intitolerà Stato e Chiesa.
Quali sono oggi i rapporti tra Stato e Chiesa? Le prese di posizione del Vaticano sui temi della nascita, della morte, della famiglia sono espressione legittima del pensiero cattolico o un’ingerenza nella vita di uno Stato laico? E i cattolici in politica, sono indipendenti o soffrono di subalternità rispetto al potere del Vaticano. I finanziamenti alle scuole cattoliche e le agevolazioni fiscali per lo Stato pontificio (come l’esenzione dall’Ici) sono figlie di questa subalternità?
Per una volta l’evento televisivo principale di una domenica sconvolta - si fa per dire - dall’annunciato divorzio di Veronica Lario da Berlusconi - avverrà a In 1/2 h. Il programma di Lucia Annunziata, in onda su Rai3 alle 14,30, vedrà infatti un interessante faccia a faccia tra le due anime della sinistra comunista, Nichi Vendola e Paolo Ferrero.
Questa sera alle 21,30, sempre su Rai3, Report affronterà invece il tema dei manicomi e della legge 180 in una puntata dal titolo Porte girevoli.
Gli interessi nel campo dell’assistenza e l’impostazione della legge 180 non hanno consentito un’adeguata applicazione delle norme che puntavano sostanzialmente alla riabilitazione e al reinserimento nella società della persona affetta da malattia mentale.
La legge 180 è tra le più inapplicate, se si pensa che sono serviti mediamente 18 anni per chiudere i manicomi e che ancora oggi ne esistono tre. Oggi il disturbo psichico è sempre più dilagante e diffuso e sempre meno intercettato e curato dall’assistenza psichiatrica italiana. Depressione, disturbi alimentari, fino alle più gravi psicosi, ma l’assistenza sanitaria si prende carico soltanto del 10% delle persone che avrebbero bisogno di un supporto.
La cura del disagio psichico rappresenta un costo enorme per le aziende sanitarie che possono fingere di non vedere una malattia che, a differenza di tutte le altre, è senza materia.
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La premessa è questa: quando nelle sezioni del Pci un compagno si permetteva di criticare l’Urss, veniva subito zittito: “E allora, in America?”.
In gergo era la linea dello “storicismo”: essendoci il nemico, tutte le nefandezze del comunismo erano accettate perché considerate “necessarie”, quando non “indispensabili”. E’ così che l’Urss non c’è più, che il Pci pure.
Questo per dire che se si parla di Caio, di Caio bisogna parlare. E se si critica Caio, non significa che si difende Tizio. Chiaro?
Oggi parliamo dei due comunisti (si fa per dire), Oliviero Diliberto (il fascinoso, onesto, prof snob) e Paolo Ferrero (finto burbero, ex ministro inchiodato alla poltrona del governo Prodi), i cui partiti comunisti si sono riuniti (dopo nuove divisioni) per poter superare il muro del 4% alle elezioni europee.
Illuminante, per comprendere di che pasta sono fatti i due capi rossi, è il giudizio sui sequestri dei manager.
Il segretario del Pdci: “Io comprendo che li fa”. E Ferrero: “Io se fossi un licenziato, sequestrerei personalmente i manager”. E’ esattamente l’opposto del comunismo di Gramsci, Togliatti, Berlinguer ecc ecc. Ai tempi di Enrico Berlinguer e di Luciano Lama, i due che invitano ai sequestri e quindi alla violenza, sarebbero stati cacciati “democraticamente”.
Scrive Peppino Caldarola: “Questi leader falliti, in pantofole e sigaro in bocca, non hanno un grande seguito”. Già.
Il grande seguito ce l’ha Silvio Berlusconi. Che grazie (anche) ai Ferrero e ai Diliberto è diventato il Caimano. Avanti popolo!

Diamo vita ad una lista anticapitalista che unisce una proposta politica per l’Europa. Lo facciamo insieme ad esponenti della Sinistra, del mondo del lavoro e sindacale, del mondo femminista, ambientalista e pacifista. Così Paolo Ferrero, Olivierio Diliberto, Cesare Salvi e Bruno de Vita a nome di Rifondazione comunista, Pdci, Socialismo 2000 e Consumatori uniti, hanno presentato oggi alla stampa la lista unitaria con la quale parteciperanno alle prossime Elezioni europee.
Tra le priorità politiche del nuovo raggruppamento, che potrebbe consolidarsi anche oltre l’Election day di giugno, c’è la lotta ad una crisi economica che sarebbe un prodotto strutturale dell’attuale capitalismo finanziario-speculativo, sostanzialmente favorito dal Trattato di Maastricht che in 15 anni ha peggiorato sensibilmente le condizioni di vita e lavorative della maggioranza della popolazione europea.
Non saranno della partita Salvatore Cannavo’ e Franco Turigliatto, di Sinistra critica, dato che non sarebbe stata accolta la loro proposta di costituire una lista anticapitalista della sinistra di classe che presentasse alcuni elementi di discontinuità con il recente passato.

La scelta di ritornare al nucleare è uno dei cavalli di battaglia del Governo Berlusconi IV fin dalla campagna elettorale, e l’accordo di ieri con la Francia di Nicolas Sarkozy per la costruzione di 4 nuovi reattori non è che l’ultima conferma di una notizia annunciata.
Ora che le cose si fanno serie e concrete però, la questione rischia di diventare politicamente spinosa per il Cavaliere: prima o poi infatti, bisognerà individuare i siti dove le centrali nucleari dovranno essere installate. Una scelta che sembra fin da ora particolarmente difficile da operare.
L’Italia è infatti un paese in cui la maggior parte del territorio è ad alta pericolosità sismica, e energia nucleare e terremoti sembrano non andare molto d’accordo, come ci raccontano i colleghi di Ecoblog. D’altra parte, le zone dove il rischio sismico è minimo, come il Nord-Ovest o la Puglia, sono, manco a farlo apposta, quelle caratterizzate da una maggiore densità di popolazione. Date un’occhiata alle mappe nella gallery se non ci credete.
Dove mettere le nuove centrali nucleari italiane? Sismicità e densità di popolazione a confronto
Continua a leggere: Ritorno del nucleare, un dilemma per il governo: dove situare le nuove centrali?
Lega Nord: svendite. Voto + 8. L’ultima querelle sugli immigrati ha visto la Lega messa ko nel governo. Si difende Roberto Maroni: “Era un emendamento scritto, sostenuto e votato da tutta la maggioranza. Volevamo fare uno sconto agli immigrati. Hanno bocciato i 50 euro? Torneremo ai 200”. Saldi stoppati.
Rifondazione comunista: riscissione. Voto – 10. Consumata l’ennesima resa dei conti interna con il cambio del direttore di Liberazione (Dino Greco al posto di Piero Sansonetti), Rifondazione corre verso una nuova scissione: da una parte i seguaci del segretario Paolo Ferrero, dall’altra la minoranza vendoliana. Dal leninista “proletari unitivi” al nostrano “comunisti dividetevi”. L’eredità bertinottiana in frantumi.

Non c’è luce alla fine del tunnel: chi pensava che dopo la catastrofe elettorale si potesse solo risalire è invece costretto ad osservare lo zelo con cui la dirigenza di Rifondazione comunista continua ad operare per assicurarsi l’estinzione completa dal panorama politico nazionale.
L’ultimo boomerang, talmente letale da costringermi a concordare con quanto scritto su Il Giornale, è stato lanciato dopo la vittoria di Vladimir Luxuria allo show l’Isola dei Famosi. Liberazione, il suo direttore e il segretario Paolo Ferrero hanno fatto a gara a sputtanarsi, ravvisando una rivincita sulle avversità dei tempi e prospettando addirittura una candidatura alle elezioni Europee.
Benché sia superfluo, è bene ribadire che non si tratta di un problema di genere, ma di un altro genere di problema. Se l’idea di candidare Valdimir Luxuria alle Europee fosse scaturita da una serena valutazione sul lavoro svolto durante il suo mandato parlamentare, non ci sarebbe stato niente da obiettare. Ma portare in trionfo una persona e prospettargli un futuro a Strasburgo soltanto in seguito alla sua vittoria all’Isola dei famosi è uno dei punti più bassi mai toccati a sinistra (dove peraltro di abissi ne abbiamo esplorati parecchi).
Se avesse vinto l’altra finalista, Belen e il Popolo della libertà le avesse offerto una candidatura anche soltanto alle elezioni comunali, si sarebbe levato un meritato coro per evidenziare il reiterato uso pubblico di veline e ballerine. Ma evidentemente la spinta all’autodistruzione è troppo forte e resisterle è troppo arduo per dirigenti politici di questo calibro: in ogni caso, se Luxuria rinuncia al seggio europeo, non dovranno disperare, ci sarebbe sempre un certo Pietro Taricone…
Sergio Cofferati: fuggitivo. Voto – 8. Non sono pochi a esultare per la “fuga” di Cofferati da Bologna. Il centro destra, che, via il “cinese” si trova strada libera per un nuovo successo del rientrante Guazzaloca. Ma anche il centro sinistra. “Via un macigno, ora discutiamo con il Pd. Cofferati era un fattore dirompente, di rottura” – si è precipitato a dire il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. Spiazzati, i vertici del Pd emiliano, che cercano di reagire: “ Abbiamo personalità autorevoli che possono raccogliere il testimone di Cofferati” , assicura il segretario federale Andrea De Maria. Si fa anche il di Bersani, che però non sembra disponibile a prendersi la patata bollente. Cofferati lascia il Pd con il culo per terra.
Mara Carfagna: bingo! Voto – 8. Il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna ha chiesto un milione di euro di danni all’attrice Sabina Guzzanti per le sue dichiarazioni rilasciate nel corso della manifestazione “No Cav Day” dello scorso 8 luglio, a Piazza Navona a Roma. A renderlo pubblico è stata la stessa Guzzanti che ha commentato: “La citazione della Carfagna è arrivata il 7 agosto. Aveva tempo fino all’8 agosto per querelarmi. Ci ha pensato bene. Poi ha optato per una causa solo civile. Strano per una preoccupata di essere stata diffamata, no?”. Fra una battuta satirica e un gossip, qui di strano c’è solo il balletto di ministri (soprattutto ministre) che pensano a tutto meno che ai problemi del paese. Ma gli italiani sono contenti così. Pare.
Tutto già visto. Un ragazzo di colore che fugge alla vista delle forze dell’ordine, la colluttazione che provoca due giorni di prognosi al ragazzo e venti al vigile incaricato di fermarlo, il tutto nell’ambito di un’indagine sullo spaccio di droga quindi in ambienti la cui frequentazione e contiguità non porta nulla di buono. E poi le accuse di razzismo al corpo di polizia municipale, guarda caso in una città amministrata dal centro-destra, Parma, che fa magicamente da sponda alla presunta strategia “anti-intolleranza” della sinistra.
Infine la questione della busta intorno alla quale ruota tutta la vicenda. Secondo Emmanuel Bonsu, il ragazzo che avrebbe subito l’aggressione, la busta del Comune con i verbali del fermo consegnata alla famiglia avrebbe riportato la scritta «Emmanuel negro». Il tutto con scritta malferma e frettolosa. Dunque un componente del corpo dei vigili urbani, notoriamente gente facinorosa che non vede l’ora di menare le mani, dopo tutto l’accaduto si sarebbe anche preso la briga di rischiare il posto, ben sapendo che ci sarà una perizia calligrafica approfondita, per recapitare un insulto da terza elementare al ragazzo di origine ghanese.
Ma perché prima di strepitare intorno all’accaduto, come ha fatto ieri Paolo Ferrero del Prc («il clima di intolleranza, di odio e di vera e propria istigazione al razzismo e alla xenofobia che questo governo ha messo in atto è la perfetta cornice per il ripetersi di episodi di razzismo») non ci poniamo un paio di semplici interrogativi, del tipo: cosa ci faceva il ragazzo in prossimità di un gruppo di spacciatori al punto da far ritenere che agisse da palo per coprirli? Perché, se non aveva nulla da nascondere, si è dato alla fuga di fronte alle forze dell’ordine invece di fermarsi e consegnare i documenti come farebbe qualunque persona normale? E infine perché, una volta raggiunto, ha reagito furiosamente al punto da causare una distorsione al ginocchio e una al polso ai due agenti, come riporta l’Ansa?
Foto: Tg3 via corriere.it
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Si considera chiusa la fase di collaborazione organica con il Partito Democratico. Questa la lapidaria linea con cui la mozione Paolo Ferrero ha vinto il congresso di Rifondazione Comunista. E sempre questo in buona sostanza il motivo base per cui Vendola se n’è andato infuriato, annunciando ai quattro venti che “hanno voluto distruggere il partito”.
Ma quali sono le conseguenze pratiche della linea impostata dal nuovo leader? Sul fronte nazionale per il momento nessuna, dato che Rc non ha parlamentari, ma dal lato amministrativo sono innumerevoli le giunte che potrebbero cadere a causa dell’irrigidimento dei vertici. Il primo caso bollente è quello della Regione Calabria, che alle spalle già ha uno storia travagliata di fuoriuscite e ventilati rientri. «Entrare nella giunta regionale calabrese – ha detto Ferrero- è una cosa pessima politicamente e moralmente». Ma Scarpelli (vendoliano) ribatte che la decisione in questo senso era già presa, e che il neo-segretario “capirà”.
Più difficile la situazione a Bologna, dove gli organi locali di Rc hanno già fatto presente che “a fronte della ricandidatura dal Pd di Sergio Cofferati o di un candidato di stampo cofferatiano, il nostro partito ribadisce che sarebbe indisponibile a costruire un’alleanza elettorale con le forze moderate e sosterrà un candidato alternativo”. Ma l’attuale sindaco ha già annunciato che si ricandiderà, rinunciando dunque all’aiuto di una fetta consistente di chi lo appoggiava. A Milano dal canto suo Penati vanta il primato di presidente provinciale più detestato da Ferrero che lo ha sprezzantemente definito “uno dei volti peggiori della linea legge & ordine che oggi va di gran moda”. Per ora Rc siede in consiglio senza problemi, in futuro chissà.
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