Dietrofront del governo: sul taglio degli stipendi dei parlamentari sarà il Parlamento a decidere, non l’esecutivo, con un decreto, come aveva deciso il Consiglio dei ministri.
Uno slittamento che sa di beffa per gli italiani che attendevano almeno un segnale di discontinuità nei confronti dei privilegi della casta. Ma anche una scelta doverosa, istituzionalmente corretta. Vediamo perché.
Mai come oggi la politica ha un consenso così basso (14%), per l’inadeguatezza a tutti i livelli e per i suoi costi esorbitanti. In particolare tocca ai parlamentari essere sotto il mirino perché sono “nominati”, sono troppi, guadagnano troppo, godono di incredibili privilegi, non sono all’altezza del compito e i più sono pure lavativi. Per non dire altro.
Ciò detto, va ribadito che attaccare la casta non deve significare eliminare la politica, criticare i parlamentari non significa cancellare il Parlamento, che deve rimanere sovrano, non può essere né surclassato, né svuotato della propria autonomia, né commissariato dal governo o da altri poteri. L’alternativa è la fine della democrazia. Perché?
“Perché – come scrive Giuseppe Sanzotta sul Tempo - se si toglie a loro l’autonomia, diventano inutili. Così diventa inutile anche il voto degli italiani. Se votare è inutile è la democrazia che muore”.
Ridurre e adeguare gli stipendi dei nostri parlamentari a quelli europei ed eliminare i privilegi è doveroso e giusto, ogni ritardo è colpevole. Ma non può e non deve farlo il governo per decreto. E se i parlamentari la tirassero alla lunga fino a lasciare le cose come sono? I cittadini devono farsi sentire e utilizzare alla fine l’arma decisiva: quella del voto. Altra via non c’è. Gli errori (quelli nostri, cioè quelli dei cittadini) si pagano. Importante non perseverare nell’errore. Ciò non vuol dire la resa, tutt’altro.
Ricordarsi, però, del monito di Winston Churchill: “La democrazia è veramente un sistema politico pieno di difetti, ma non ne conosco uno migliore”. Già.
Vola in Europa Mario Monti. Ma vola di più la forbice fra prezzi e salari, con gli italiani oramai con le tasche vuote. Ora, con l’equipaggio al completo, il “capitano” Monti deve far salpare la nave del suo governo di “supertecnici”. Il dossier europeo su Roma è pesante: subito 11 miliardi! E poi, a seguire, il rosario delle misure ripetutamente annunciate, che hanno poco di tecnico e molto di politico.
Quale sarà l’impatto della nuova stretta sugli italiani? Fin qui, anche per la strategia di comunicazione di Monti incentrata sulle “bocche cucite”, c’è un distacco fra il governo che pensa e discute chiuso nel palazzo con il premier che fa la spola in Europa, e il Paese reale, che attende, in apnea, sul … “disperato”. Non si tratta solo di comunicazione oggi ridotta al lumicino, l’opposto della grancassa assordante di Berlusconi e del suo governo. La questione è politica e riguarda qualsiasi governo, anche questo dichiarato “tecnico”.
Chi prepara e come, il terreno per fare in modo che le nuove durissime misure non siano considerate dagli italiani come una nuova disgrazia piovuta sulla loro groppa incurvata, per nulla eque e per niente utili alla ripresa? Il rischio è che in un attimo il consenso di Monti (e del supporter Napolitano) si disgreghi e si entri in una terra di nessuno, disorientati in un nebbione dove ognuno va per proprio conto verso il caos.
Pessimismo? No. Vogliamo semplicemente dire che per fare stare in piedi il governo “tecnico” deve tornare in campo la politica. Non con summit notturni da carboneria fra premier e leader dei partiti. Il Parlamento e i partiti devono esprimersi nei rispettivi ruoli, da protagonisti, non da osservatori o da esaminatori finali con il lapis rosso e blu.
Tocca soprattutto ai partiti, Pd in testa, tenere vivo il confronto attivo con il Paese reale. Senza il quale le misure annunciate diventeranno un boomerang, il governo non reggerà, i partiti penseranno solo ai loro interessi elettorali e l’Italia precipiterà.
Ora il governo mobilita il Cipe e parla di nuove risorse (7 miliardi) per le infrastrutture. In realtà si tratta sempre degli stessi soldi che girano, girano, si spostano di qua e di là e non si sbloccano mai. Una finta, un fumetto. Cipe e Ciop
I mercati continuano a fibrillare, i rendimenti dei titoli si impennano e il governo si prepara a un cocktail alle Camere per poi fare l’ultimo aperitivo con le parti sociali. Quindi, finalmente, tutti in vacanzaaaa. Con spread del pericolo
Un giornalista “scomodo” ci lascia in età ancora giovane. Una voce in meno tra quelle che protestano sotto il balcone del potente che, da su, cerca di incantare una folla sempre più scettica. Il D’Avanzale
Il maggiore ostacolo istituzionale che poteva frapporsi tra il premier e la sua visita in Parlamento? E’ racchiuso in una frase che a Berlusconi hanno attribuito: “Se vado alla Camera, le signore d’Italia si accorgeranno che sono ingrassato”. Tutto grasso che crolla
Trascriviamo da “RE Inchieste” (Le inchieste di Repubblica) una sintesi di quanto dice l’On Carlo Monai (Idv) sui privilegi della casta.
“Si lavora pochissimo, si comprano auto scontate e per viaggiare si sceglie sempre Alitalia, che è la più cara, tanto paga lo Stato e così si accumulano punti per portare la famiglia in vacanza”.
Inoltre: “Si entra gratis allo stadio e a teatro, come non si pagano le multe per eccesso di velocità e come si può incassare il gettone di presenza anche se si resta a casa: basta dire che ci si trovava a un convegno”. E c’è dell’altro. Dov’è questo paradiso? In Italia, al Parlamento.
Neppure una parola di commento? No comment.
L’ultimo (per adesso) ad apporre la sua augusta firma è stato tale on. Emerenzio (sì, avete letto bene: Emerenzio) Barbieri, già noto (?!) in quanto capogruppo Pdl in commissione Cultura della Camera. Cosa ha firmato? Il “nostro” e altri 19 deputati (ma la lista lievita al tepore primaverile) vogliono eliminare dalle scuole i libri “comunisti”.
Questi “onorevoli”, sotto l’illuminata guida di Gabriella Carlucci (di cui, quando calcava le scene come soubrette si ricorda l’acume culturale nella battuta: “Non fare lo sciocco, guardati Cocco”) se la prendono con i testi scolastici di storia, su cui studiano migliaia di ragazzi, perché nasconderebbero «tentativi subdoli di indottrinamento» per «plagiare» le giovani generazioni «a fini elettorali» dando «una visione ufficiale della storia e dell’attualità asservita a una parte politica», il centrosinistra, «contro la parte politica che ne è antagonista», ossia il centrodestra.
Di fronte a questa situazione definita «vergognosa», secondo quelli del Pdl, il parlamento «non può far finta di non vedere» e per questo chiedono, attraverso una proposta di legge, l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta «sull’imparzialità dei libri di testo scolastici».
Continua a leggere: Nuova crociata Pdl (la Carlucci in testa): "al rogo i libri comunisti!"
Va in onda in Parlamento, oramai senza interruzione, l’Italia della rissa continua. Anche oggi, nuova gazzarra in Aula (e fuori), con grida, fischi, insulti, lancio di giornali persino contro il presidente Fini, ministri che buttano in faccia ai deputati il loro tesserino.
Lo spettacolo che ci regala questo parlamento non è degno di nessun paese democratico e non è degno dell’Italia della prima Repubblica. Sembra di assistere a una telenovela di quart’ordine di un Paese di quart’ordine. Invece è reality vero, scene disgustose che portano a vergognarsi di essere italiani.
Ma, in questa povera Italia ridotta a curva sud, a scene da Bud Spencer prima maniera, c’è più un italiano capace di indignarsi? I cosiddetti sit in, sono anch’essi delle messe in scena salottiere. E comunque la protesta, anche quella in Piazza Montecitorio, è legittima. Solo la violenza, qualsiasi atto di violenza, è inaccettabile, va isolato e colpito.
Per ora, la violenza è quella degli occhi torbidi del ministro La Russa e dei suoi gesti sconsiderati. La maggioranza, con la calma, sta perdendo anche la testa: oramai in piena crisi di nervi.
Ma, a dire il vero, l’isterismo è trasversale, domina da una parte e dall’altra. Alla fin fine, a rimanere … in mutande è sempre il Pd, diviso sul da farsi. Ultimo atto, quello del vice presidente del Senato Vannino Chti che ha bacchetta Rosy Bindi dopo la sua proposta dell’uscita dei parlamentari del Pd dall’aula a seguito dello scontro sul processo breve. Avanti così.
Silvio Berlusconi: comprati. Voto 2. Il Cav temeva le Tv e le ha comprate (quasi) tutte, temeva il parlamento e ha comprato (quasi) tutti i deputati. Dopo i “nominati”, altri 20 “onorevoli” nel carniere dorato del premier. La caccia è aperta.
Francesco Nucara: venduti. Voto 2. Il segretario del Pri “consegna” al premier i 20 deputati del “gruppo dei responsabili” pronti a votare per la prima volta la fiducia all’esecutivo. Mazzini e La Malfa si girano nella tomba. Parlamento o cloaca?

Il recente arresto di Flavio Carboni, faccendiere già coinvolto, anni fa, nel caso Calvi, ha riaperto lo scontro nel PDL. I finiani, quasi inutile dirlo, fanno la parte del leone nel colpire duramente il governo. Intanto, per chi si fosse perso le puntate precedenti, ecco qui e qui un breve riassunto della vicenda.
I soliti elementi: logge massoniche, incontri tra magistrati e politici, dossier falsi su importanti politici, ombre sulla costruzione di centrali eoliche. E il PDL continua ad implodere, con Bocchino che chiede l’intervento di Berlusconi:
“Il Berlusconi ‘ghe pensi mi’ come ha risolto il caso Brancher così deve risolvere il caso Verdini”
Continua a leggere: Caos PDL: finiani contro tutti. Il caso Verdini - Carboni: una nuova P2?
La parola d’ordine è una sola: prepararsi! E non è un invito ma un ordine, quello dato da Silvio Berlusconi al suo stato maggiore.
Il premier per ora riscalda i toni, tenta di risollevare il morale alle truppe del partito del “predellino”, sfiduciate e deluse, ridefinisce il quadro dei nemici e degli amici.
Insomma, il Cavaliere sa che i nodi stanno venendo al pettine. Così sta meditando una crisi di governo in autunno ed elezioni politiche anticipate nella prossima primavera.
Il Caimano si lancia in “uno strappo” al giorno. Perchè?
Berlusconi “confonde la leadership con la monarchia assoluta”, disse qualche mese fa polemicamente Gianfranco Fini.
Ma da lunedì il presidente della Camera ha trovato un accordo con il Cavaliere sulle modifiche da apportare al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche, e non è esclusa una nuova intesa politica dopo gli scontro clamorosi degli ultimi mesi.
Cos’ha davvero in testa, Fini? Il presidente della Camera avrebbe firmato una tregua con il Cavaliere, per due motivi: 1) ha il problema di contrattare con Berlusconi le candidature dei suoi uomini in Parlamento, 2) il progetto del terzo polo centrista con Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini è in alto mare.
Ma c’è chi (Bossi su tutti) non si fida dell’ex leader di An.
Berlusconi, da consumato giocatore, si muove su più tavoli e prepara la resa dei conti: o la va o la spacca!
La tegolata delle “irrevocabili” dimissioni del finiano Bocchino, numero due del gruppo Pdl alla Camera, sintetizzano la grave crisi politica del partito del “predellino”.
E quando il Governo va sotto alla Camera, come è successo ieri per un voto, è sempre un fatto politico. E’ la 46esima volta, dall’inizio della legislatura, che il Governo viene battuto nell’Aula di Montecitorio. E non sarà, quella di ieri, l’ultima volta.
Non si tratta solo di colpevole sciatteria di quella che Berlusconi definisce “Armata Brancaleone” (è uno schifo che parlamentari profumatamente pagati “marinino” il Parlamento quando si devono votare provvedimenti che interessano tutti) ma anche di segnali politici. E che segnali!
Il Pdl è allo sbando e la maggioranza è sempre più dilaniata (ieri c’è stata una rissa indecente fra “finiani” e “berlusconiani”). Le conseguenze di questa situazione da “separati in casa” si riflettono sul piano parlamentare.
Berlusconi sa che lo attendono ben altre prove, dove le “imboscate” possono essere fatali al premier e al governo.
Si … “annunciano” nuovi passi falsi su nodi fondamentali quali quello della giustizia. E altri nuvoloni promettono tempesta: la “inevitabile manovrina economica” dimostra lo stato pesante dei nostri conti pubblici. Non c’è un euro per far decollare la riforma del federalismo fiscale.
Bossi lo sa: finge di non saperlo, ma il suo viso è già “livido” e non passa giorno che dice ai suoi di tenersi pronti per il “botto”.
Oramai Berlusconi è sempre più stretto fra l’incudine e il martello. Non sarà facile, stavolta, per il Cavaliere, uscirne … indenne.