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Tutti gli articoli con tag partito comunista italiano

Bersani "resuscita" le Frattocchie. A quando il ritorno al... Pci?

pubblicato da Massimo Falcioni

E adesso chi lo tiene, Berlusconi! Lui che vede comunisti ovunque, la notizia che rinascono le Frattocchie, lo farà sobbalzare, rilanciando nuove crociate. L’equazione Frattocchie-comunisti ci sta come un cappello da prete.

Perché le Frattocchie erano la “mitica” scuola di formazione quadri del Partito comunista italiano. Per decenni, nell’austero palazzo del paesone dei castelli romani, sono passati i militanti comunisti di ogni età e ceto, uscendone (per lo più) dirigenti di buon e ottimo livello, per il partito e per le istituzioni.

Il Pd, su idea di Bersani, ha deciso di rispolverare l’esperienza della scuola di formazione dei quadri di partito e si chiamerà Officina politica, un vero e proprio «master» con tanto di divise targate Pd, che si svolgerà dall’8 aprile per un week end al mese. 40 tra ragazzi e ragazze under 35, selezionati dai segretari regionali che hanno già avuto un’esperienza nell’amministrazione locale o nel partito, si ritroveranno a Roma a Casa San Bernardo, sulla Laurentina, per ascoltare le lezioni di docenti e le esperienze dei dirigenti nazionali del partito.

L’Officina aprirà ogni anno e approfondirà tre aree di insegnamento: Cultura politica, cultura istituzionale e comunicazione. «Vent’anni dopo le Frattocchie e la scuola dei giovani quadri della Dc che si teneva sulla Camilluccia - ha spiegato Parente - vogliamo recuperare quell’esperienza perché vogliamo sostenere la formazione che è fondamentale per il ricambio della classe dirigente», quasi una risposta a chi parla di «rottamazione».

Non sono pochi a considerare il ritorno delle Frattocchie al “ricopiare” il Pci. Chissà come sono contenti i “popolari” del Pd!

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Anniversari: gli 88 anni del Pci. Ma il "festeggiato" non c'è più ...

pubblicato da Massimo Falcioni

Se ci fosse stato ancora, il Partito comunista italiano ieri avrebbe compiuto 88 anni.

Vogliamo ricordarlo da una fase che segnò il suo percorso e quello del comunismo mondiale: 1956, il XX congresso del Pcus, con la relazione “segreta” di Chruscev sulla destalinizzazione.
Il segreto del rapporto durò pochi giorni. Il 16 marzo il New York Times pubblica indiscrezioni della relazione di Chruscev in cui si condanna Stalin per aver imposto un “regime di sospetto, paure, terrore”. Il 4 giugno sempre il New York Times stampa integralmente il rapporto segreto di Chruscev riattizzando ovunque devastanti polemiche. Il 4 luglio il Dipartimento di Stato americano distribuisce un fascicolo di 58 pagine con la registrazione integrale del rapporto Chruscev.

Scoppia la bomba in tutto il mondo.

In Italia, al ritorno da Mosca, il 7 marzo, Togliatti risponde in modo sprezzante alle domande dei giornalisti che premono per saperne di più “Gli sciocchi e i venduti latrano e continueranno a latrare, ma di essi la storia non terrà conto”. Il leader del Pci, sotto il peso di pressioni interne e di attacchi sempre più precisi e pesanti dei partiti avversari, si chiude nella sua ostinata reticenza.

Ma un vento impetuoso scuote il Pci, colto da un malessere e un disorientamento senza precedenti.

Vacilla l’alleanza con i socialisti. Influenti esponenti della cultura di area comunista partono all’attacco. Carlo Cassola critica aspramente Togliatti in una lettera al Contemporaneo di Antonello Trombadori per il suo appiattimento verso l’Urss e l’adorazione verso il comunismo sovietico. Drammatico Pier Paolo Pisolini che in “Una polemica in versi”, uno dei poemetti che compongono “Le ceneri di Gramsci” rivolge un duro attacco al Pci e al suo crescente burocratismo: “L’ora è confusa, e noi come perduti/la viviamo… Hai voluto che la tua vita fosse/una lotta ed eccola ora sui binari/morti, ecco cascare le rosse/bandiere, senza vento”.

Il 14 marzo inizia a Roma, al Comitato centrale del Pci, la discussione sui lavori del XX Congresso. C’è tensione e agitazione perché tutti i dirigenti del partito avevano appreso le terribili rivelazioni di Chruscev solo per vie traverse. Il rapporto di Togliatti evita i nodi di fondo, minimizza la portata delle confessioni di Chruscev, deludendo tutti.

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Recensione: "Storia dei Laici nell'Italia clericale e comunista" di Massimo Teodori

pubblicato da Giulio Mattioli

I titoli servono spesso a trarre in inganno il potenziale lettore, più che a informarlo: nessuno lo sa meglio di noi della blogosfera, quotidianamente impegnati a rendere il più possibile google friendly le intestazioni dei nostri post.

In questo caso si tratta di un libro solido, reale ed anche piuttosto spesso, ma il principio è esattamente lo stesso. A giudicare dal titolo mi sarei infatti aspettato una ricostruzione circostanziata e approfondita delle ragioni storiche per cui nel nostro paese quasi ogni partito politico è più o meno soggetto (asservito?) agli imperativi che arrivano dal Vaticano. Massimo Teodori invece, in questo volume, parla prevalentemente d’altro.

Nel corso delle oltre 300 pagine che lo costituiscono infatti l’autore fa una descrizione minuziosa di tutto quel mondo politico, intellettuale ed editoriale che nel secondo dopoguerra cercò (inutilmente) di creare una “terza forza” in grado di competere con la DC, da un lato, e il PCI dall’altro. Uomini allo stesso tempo genuinamente anticomunisti e antifascisti, con idee tanto liberali ed europee quanto democratiche e socialiste.

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Il dramma dei comunisti italiani: dopo la batosta un'altra scissione?

pubblicato da Luca Landoni

Il congresso di Chianciano che doveva vedere la rinascita del Partito della Rifondazione Comunista sta lentamente trasformandosi nel mezzogiorno di fuoco della sinistra, come anticipato ieri dal nostro Falcioni. La divisione è totale, a partire dagli accordi di compromesso che i due principali candidati Vendola e Ferrero dovranno fare con le correnti minoritarie (in particolar modo Essere Comunisti di Claudio Grassi, 7% dei delegati) per assumere la guida del partito.

Entrambi i pretendenti appaiono la versione scialba e depressa dell’ex-segretario Bertinotti, fino a ieri plenipotenziario indiscusso di Rifondazione, e oggi malinconicamente seduto in settima fila come un delegato qualunque, esiliato nel buen retiro da lui stesso deciso, e apparentemente o volutamente incapace di incidere sulla “svolta” dei suoi. Le feroci polemiche piovute su di lui dopo la batosta elettorale hanno certamente contribuito all’esilio volontario di un uomo che, ricordiamolo, in passato aveva condotto Rc a grandissimi successi, facendo da ago della bilancia in entrambi i governi di centro-sinistra.

E quindi ci tocca assistere al triste discorso di un personaggio anti-carismatico come Nichi Vendola, che già nel suo incedere bofonchiante fa venire il latte alle ginocchia, ma a questo aggiunge una terrificante prosopopea da finto secchione. O per meglio dire, quando apre bocca si capisce benissimo che declama il discorso scrittogli da un altro, come il classico studente che ha ingoiato un tomo prima dell’interrogazione di fine anno.

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Oliviero Diliberto:"Uniti contro il nemico di classe!"

pubblicato da V.

Oliviero Diliberto, accanito bibliofilo e secondariamente segretario di uno dei due partiti comunisti italici, torna a far parlare di sè. Rieletto segretario del Pdci, formazione insostituibile nell’attuale scenario politico - alle ultime elezioni ha preso più o meno tre voti, come ricordava Marco Paganini qualche post fa - chiede unità ai compagni di Rifondazione

”Non ha senso nel 2008 avere due partiti comunisti, l’ho detto e lo ripeto. Dobbiamo unirli anche per essere più forti nella contrattazione con il Pd”

Certo. Certo. E al congresso si discute di “centralismo democratico”, con uno sguardo rivolto al futuro, più o meno come se stessimo discutendo di Togliatti, frazionismo, e socialismo in un solo paese.

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Quale spazio a sinistra del Pd? Uno, nessuno o centomila partiti?

pubblicato da paganini


Un sondaggio lanciato ieri da Repubblica.it chiedeva Quale spazio a sinistra del Partito democratico? Facendo riferimento alla stagione congressuale che ha interessato e sta agitando le acque all’interno di Sinistra democratica, Rifondazione comunista, Verdi e Pdci, Repubblica proponeva quattro risposte possibili (oltre al classico non so): c’è spazio per una sola forza politica; c’è spazio per un partito di sinistra e per uno ambientalista; non c’è spazio per altri partiti; a sinistra del Pd possono esistere solo i movimenti. Dagli ultimi risultati la prima opzione sembra aver raccolto una buona maggioranza tra i votanti…

Anche se la domanda in realtà sembra retorica dopo la batosta subita dalla Sinistra arcobaleno (che ha azzerato i consensi delle quattro forze politiche determinandone il ritorno all’extraparlamentarità) gli esiti dei congressi dei partiti in questione la rendono invece di grande attualità, dato che i rispettivi dirigenti sembrano non aver tratto alcuna utile lezione dalle ultime elezioni.

I Verdi hanno confermato la linea scelta da Pecoraro Scanio eleggendo il suo “uomo” – che in realtà è una donna, Grazia Francescato - alla presidenza. I Comunisti italiani hanno confermato

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La storia sottovoce. Venti anni fa moriva Giorgio Almirante

pubblicato da Luca Landoni

Il 22 maggio 1988 Giorgio Almirante si spegne nella clinica di Villa del Rosario dopo una più che quarantennale attività politica spesa in difesa della destra democratica. La sua morte segna la fine di un’era politica, l’era del proporzionale e dei grandi uomini come lui e Berlinguer, del quale volle a tutti i costi presenziare al funerale nonostante molti la considerassero una pura provocazione.

Ma Almirante era questo. Se ne infischiava delle convenzioni e pur fiero del suo indiscutibile retaggio fascista (molti ricordano un congresso MSI in cui replicò all’ospite Pannella che lo metteva in dubbio, “il fascismo è in questa sala”), aveva il massimo rispetto per i suoi avversari e per le regole democratiche in generale. A lui si deve infatti la salvezza di molti giovani “duri e puri”, che al terrorismo rosso degli anni 70-80 intendevano contrapporre la stessa lotta violenta, e che invece impararono a non odiare e a difendere le proprie idee con la parola e non con le armi, come ha recentemente ricordato anche il suo successore Gianfranco Fini alla presentazione del libro di Giampaolo Mattei sul rogo di Primavalle.

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Enrico Berlinguer e la questione morale

pubblicato da Luca Landoni

Vista la domenica relativamente piatta che ci attende, tutta incentrata sull’ultima giornata del campionato di calcio, andiamo controcorrente e torniamo a parlare dei grandi personaggi del passato. Dopo Aldo Moro ci occupiamo di Enrico Berlinguer, storico segretario del Partito Comunista post-togliattiano; colui che seppe sottrarre la sinistra italiana all’influenza dell’Unione Sovietica, facendosi in molti casi garante di democrazia.

Oltre alla reiterazione della teoria gramsciana dell’intellettuale organico, volta a far propria la cultura italiana e a conquistare la società partendo da questa “casamatta”, Berlinguer è ricordato per una grande eredità etica, che si riassume nel nome di questione morale. In un’epoca, gli anni ottanta, in cui la politica si andava sempre più imbastardendo e cadendo preda dei cosiddetti mariuoli (da una celebre definizione involontariamente autocelebrativa dell’on. Bettino Craxi) quest’uomo venuto dalla Sardegna seppe intercettare per primo il bisogno di pulizia e di onestà che veniva dal popolo, e ne fece uno slogan politico.

Naturalmente il P.C.I., come tutti i grandi partiti italiani, spesso predicò bene e razzolò male, come si vide all’epoca di Tangentopoli e in varie altre occasioni, ma con una differenza: che i vantaggi illeciti che cercò di ottenere furono sempre volti a rafforzare il partito stesso e non ad arricchirne i singoli membri. Non che si voglia giustificare questo, ma siamo comunque su ben altro piano rispetto alle altre forze uscite massacrate dall’epoca borrellian-dipietrista.

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Sottovoce, la storia alle 9. Aldo Moro e il compromesso storico

pubblicato da Luca Landoni


Alle 9 della sera si sa, non è più ora di accapigliarsi o di litigare. Alle 21, sotto la rassicurante e oscura coperta stellata, è tempo di letture e approfondimenti, e perché no, tempo anche di tornare sui passi della nostra storia. La storia siamo noi, disse qualcuno; io più modestamente dico che la Storia è dentro di noi, e la nostra percezione di essa contribuisce a fare di noi quello che siamo.

E allora il vostro umile cronista, questa volta sì semplice cronista, non commentatore nè costruttore di sentenze e della soggettività che portano con sè, proverà ad accompagnare chi di voi lo vorrà in un viaggio alla riscoperta delle nostre radici e degli eventi che hanno caratterizzato la vita di tutti noi. E’ un viaggio di conoscenza per me, che spesso ho vaghi ricordi di ciò che accadde o forse non ero nemmeno nato, e forse talvolta anche per chi avrà la bontà di leggere e chissà, contribuire alla comprensione degli eventi tramite i commenti e il dibattito che vi invito ad aprire.
Questa sera, vista la tragica e incombente ricorrenza che ci attende, ho pensato di partire da Aldo Moro. Ma non dalla strage di via Fani o dal suo assassinio, bensì dalla sua teoria politica e da ciò che forse fu causa del suo sacrificio, se così lo possiamo chiamare.

Il lascito più grande del presidente Moro fu la cosiddetta teoria delle tre fasi, che mantiene uno stretto rapporto di causa-effetto con quella del compromesso storico, enunciata da Berlinguer all’indomani del colpo di stato Pinochet in Cile nel 1973. L’allora segretario del Partito Comunista intendeva così uscire da una logica di ghettizzazione e lotta senza quartiere che i suoi avevano subito e perseguito dal dopoguerra. La violenza della campagna elettorale del 48, quella del Fronte Popolare e dei fantasmi rivoluzionari evocati dalla DC, era stata tale da ripercuotersi fino agli anni settanta, quando finalmente Berlinguer prese le distanze dall’Unione Sovietica e cercò una via democratica al governo del paese.

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