
Dopo l’uscita di Rutelli che ha annunciato la sua exit strategy dal Pd per “andare da Casini, non subito e non da solo” l’ex Presidente della Camera recupera il centro dell’attenzione nel panorama politico. Le mosse di Rutelli e Casini cambieranno sicuramente gli scenari nazionali e il gioco delle alleanze dipenderà fortemente dalle loro decisioni future.
L’Udc è la formazione nettamente più corteggiata per le prossime regionali. Privatamente e pubblicamente non mancano gli appelli da destra e da sinistra per portare i centristi nelle proprie coalizioni. Il Pd e il centrosinistra in generale vogliono riproporre lo schema, già provato alle scorse amministrative in Puglia, dell’alleanza allargata (addirittura da Rifondazione all’Udc).
D’altronde è l’unica alternativa per arginare il favore dei pronostici del centrodestra nella maggior parte delle regioni in cui si voterà. Berlusconi invece cercherà di rendere le regionali il banco di prova per confermare definitivamente la sua leadership e ha bisogno di Casini (soprattutto al Centro e al Sud) per portare a termine il suo piano di definitiva legittimazione popolare…
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Da “vecchio” diccì doc, Pier Ferdinando Casini conosce l’arte del depistaggio. Da settimane parla del partito della Nazione, la nuova forza politica del “grande” centro.
In effetti il “furbo” Pierferdi non vuole rifare una Dc in sedicesimo ma costruire un nuovo contenitore trasversale, dai confini molto più ampi.
Ed ecco l’idea appena lanciata del “Partito buonsenso”, in grado di gettare le basi per un nuovo esecutivo, il “governo del buonsenso”. Formato da chi?
Questa la soluzione di Casini: “Sui temi della politica estera, della cittadinanza, dell’economia, io, D’Alema, Pisanu e altri abbiamo una visione comune. Mi sembra che il partito del buonsenso stia facendo strada in Italia. Noi non abbiamo fretta ma mi sembra già tutto in movimento”.
D’Alema e i suoi (meno Franceschini e i suoi) annuiscono. Pisanu e molti ex Dc nel Pdl pure.
Berlusconi, intanto, “gioca” con i “grandi” fuori dai confini. Quando il gatto manca, i topi ballano. Ma la conta (anti Cav) è cominciata.
Governo del buonsenso o “governissimo”?
Dopo il disastro elettorale, nel Pd si stanno facendo strada due ipotesi di strategia politica. Entrambe con spunti di fantapolitica o addirittura cervellotici.
Un’idea è quella di raccogliere tutte le forze antiberlusconiane e di metterle in un contenitore unico (nuovo super Pd) per trasformarsi nella vera alternativa al centrodestra.
Miche Salvati (do you remember?) è convinto che “In un partito unico siffatto sarebbe possibile rimettere insieme anche quelle anime socialiste che oggi non trovano spazio nel Pdl. Io uno come Tremonti potrei immaginarmelo persino ai vertici di un partito del genere”.
L’ipotesi di “tutta la sinistra dentro un partito unico” piace anche a Fausto Bertinotti (do you know?) che però vuole prima “scomporre tutto e tutti e poi ricomporre” per non confluire nel Pd.
L’altra idea è quella di Massimo D’Alema (e di Enrico Letta) convinti che la “fusione a freddo” (ex Pci ed ex sinistra Dc) del Pd è fallita e che è meglio dividersi i compiti per battere la destra, cioè fare un Partito democratico socialdemocratico e lasciare emigrare i cattolici democrat nel nuovo partito della Nazione di Casini.
In altre parole, costruire un polo di centro e un polo di sinistra. Quindi addio definitivo al bipartitismo di veltroniana memoria, una camicia di forza che fa vincere solo e sempre uno: Berlusconi.
Le due opzioni sono impossibili?
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Pier Ferdinando Casini: ok corral. Voto + 8. Il premier vuole “alleggerire” il Parlamento? Il leader dell’Udc rilancia: “Siamo pronti a ridurre anche a 100 il numero dei parlamentari. Basta che Berlusconi non si smentisca come per l’abolizione delle province”. Duello all’Ok corral.
Silvio Berlusconi: per chi suona la campana. Voto – 8. Il premier galoppa e minaccia nuove “cariche”: “Sto pensando a un ddl di iniziativa popolare per portare i deputati a 300 e i senatori a 150”. Nel Pdl e nella Lega preparano le sciabole. Il Cavaliere, riformista o visionario?
Silvio Berlusconi dimostra di saper cavalcare bene anche il terremoto.
Non solo per il ritorno di immagine (e poi di consensi e voti) per il premier “che c’è” e “che fa”.
Ma soprattutto per come il leader del Pdl sa cogliere le opportunità per affrontare i nodi interni e spostare a proprio favore i rapporti di forza. Usando sempre la sana pratica del “bastone e della carota”.
Adesso nel mirino c’è la Lega.
Dopo la battuta d’arresto sul decreto sicurezza e la ritrovata quadra “politica” (ma concretamente non si sa ancora come si potrà recuperare la bocciatura della Camera …) Berlusconi punta le sue bocche da fuoco verso il campo leghista.
L’idea del mettere insieme il referendum elettorale con le elezioni europee e amministrative del 7 giugno sarebbe una “pugnalata” a freddo per Bossi (deciso a far fallire la consultazione).
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Si apre oggi all’Auditorium di Roma la manifestazione di due giorni “Vento di centro”, primo passo per la costituzione del nuovo Partito della Nazione.
Non è solo la risposta mediatica (in sedicesimo) al mega show della settimana scorsa che ha portato alla nascita del Pdl.
E’ soprattutto un atto politico nazionale per porre la prima pietra di quella nuova formazione di centro che entro l’anno prenderà vita nel nome (forse) di Partito della Nazione.
Non è l’allargamento dell’Udc, bensì il suo superamento per avviare un progetto politico alternativo al bipolarismo made in Italy e al suo sbocco bipartitico.
La realtà dimostra che c’è oggi in Italia uno spazio per il ritorno di una grande forza moderata: oltre la … Democrazia cristiana ma anche e soprattutto oltre il partito moderato-padronale-di-destra di Berlusconi.
Insomma, sono i fatti degli ultimi 15 anni (comprese le ultime elezioni politiche e i segnali delle ultime amministrative in Abruzzo e Sardegna, nonché i sondaggi per l’Election day di giugno) a dimostrare che il tentativo di fare davvero le grandi riforme con questo sistema bipolare è fallito e che è fallito anche il tentativo (del Pdl e del Pd) di “eliminare” il cosiddetto centro moderato “autonomo” (né col Pdl e né col Pd) incentrato nell’Udc ma ben più ramificato nel paese reale.
In altre parole, gli italiani vogliono la “semplificazione” del sistema politico e la “potatura” dei partiti ma restano scettici sul bipolarismo secco, temendo derive bipartitiche con possibili conseguenze istituzionali di tipo “presidenzialistico” che imbavaglierebbero l’articolazione costituzionale democratica italiana esponendo il paese, come scrive Stefano folli: “alle suggestioni di un modello plebiscitario, insofferente alle regole e propenso a considerare la legislatura una sorta di campagna elettorale permanente”.
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Da lontano, Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini si mandano segnali.
Di pace e di guerra a seconda degli umori. O, come dicono i bene informati, a seconda dei sondaggi del giorno.
Berlusconi sbandiera contento l’Udc appena sopra il 5 per cento, e in discesa. Casini risponde trionfante che l’Udc è già sopra l’8 per cento, in costante aumento.
Il leader del Pdl giura che almeno un terzo dei dirigenti dell’Udc bussa alle porte del Pdl per garantirsi un futuro e una … poltrona, sia a Strasburgo che nel territorio. Il capo dello scudo crociato risponde che i fuoriusciti sono “quattro gatti”, zavorra che è meglio perdere che tenere.
Il Cavaliere dice ai suoi che l’Udc si sta spegnendo come una candela e che Casini cadrà nell’oblio. L’ex presidente della Camera conferma la propria autonomia e rilancia ben oltre l’Udc lavorando ventre a terra per il nuovo “grande centro”.
Casini, oggi su Radio 2: “L’Udc andrà da sola alle prossime elezioni per lanciare il seme di un evento nuovo della politica italiana. Sullo sfondo c’è, entro l’anno il partito della nazione, per unire laici e cattolici. Mi auguro che molti nel Pdl e nel Pd capiscano che devono crollare i muri divisori della politica italiana”.