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Tutti gli articoli con tag partito democratico

Ore 12 - Matteo Renzi lancia il wiki-Pd. Per Berlusconi dardo fatale o salvagente ?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroCon la logica del bicchiere mezzo pieno Matteo Renzi, con il suo Big bang, ha mosso le acque stagnanti del Partito democratico portando ossigeno a tutta la politica.

Visto invece con il realismo politico, spenti i riflettori della Leopolda, il bicchiere mezzo vuoto vede un Pd dilaniato da guerre intestine di una nomenklatura che al di là delle etichette (“pionieri” o “reduci”) si divide sulla premiership e non su identità, linea politica, progetto, programma, alleanze.

Renzi gioca a fare il battitore libero, coperto però dal suo ruolo istituzionale che gli consente di lanciare il sasso evitando il confronto negli organismi del Pd eletti democraticamente (è l’unico partito in Italia). E’ evidente che il sindaco di Firenze ha oramai interesse ad esasperare il suo rapporto con la dirigenza del Pd: tira la corda per ricevere la scomunica e poter fare il martire sostenuto dai tanti scontenti di Bersani, dagli avversari del Pd, dai media.

A tutti gli effetti Renzi ha dato vita a una corrente organizzata dentro un partito che vive (sopravvive) di rivoli e rigagnoli senza il coraggio di ammetterlo. Quando Bersani contrattacca dicendo che Renzi ha idee vecchie da anni 80, non va al cuore della questione, dimostrando la propria impotenza. Quando Fassino getta fango su Renzi perché “figlio di papà e portaborse miracolato” aggira maldestramente l’ostacolo con uno stalinismo riverniciato.

Ma chi paragona la Leopolda al Midas del Psi non sa di cosa parla: Renzi brandisce l’arma spuntata del ricambio generazionale senza proporre un progetto politico alternativo in grado di cambiare i contenuti e non solo il contenitore. Il sindaco di Firenze, pur avendo molte ragioni, non recide il nodo che attanaglia l’Italia, quello della partitocrazia vorace e invadente, affarista e inquinata, nominata e incapace, uscita dalla prima Repubblica con un Bipolarismo made in Italy intriso di populismo e demagogia che in 17 anni l’ha messa in ginocchio.

Dov’è il grimaldello ideologico di Proudon contro Marx usato da Bettino Craxi per “cancellare” il comunismo sganciandosi dalle catene del Pci di Berlinguer dalla parte della ragione storica e non come azione stizzita per avere l’ok della Dc e entrare nella stanza dei bottoni?

Dov’è il colpo d’ala del Tony Blair del “New Labour” che fa saltare le impostazioni ideologiche dei decenni passati, dogmaticamente indirizzate alla nazionalizzazione del sistema economico?

Sepolte le ideologie e i vecchi “santoni”, alla Leopolda c’è stato il silenzio assenso del berlusconismo, l’esaltazione di Marchionne inteso come ideologo e gestore dei “rottamatori”, quando a settembre c’è la doccia fredda del boom dei disoccupati e un giovane su tre è senza lavoro. Poi, gridando l’esigenza del rinnovamento del gruppo dirigente del Pd Renzi ha talmente ragione da essere ovvio. Ma, ribadiamo, non è solo questione di carta d’identità, bensì di sostanza politica: quella “sostanza” di cui però è figlio (degenere?) lo stesso “rottamatore”.

Basta lo slogan del Wiki-Pd per renderlo credibile come forza alternativa di governo e dimostrare che Matteo Renzi non è la (inutile) copia del Cavaliere?

Ore 12 - Berlusconi con l'acqua alla gola. E il Pd che fa?

pubblicato da Massimo Falcioni

altroMai come in queste ore, con Berlusconi e il suo governo appeso a un filo, il Partito democratico ha il diritto-dovere di mettere sul tavolo le sue carte.

Bersani non può però limitarsi a ripetere che “Il Cavaliere deve andarsene”e non può pensare che, oggettivamente, le proposte presentate ieri alla stampa “per affrontare la crisi e rimettere il Paese sulla via della riscossa democratica” siano il perno del progetto politico-programmatico del Pidì e la base per l’aggregazione di una nuova coalizione di governo.

Così facendo il Pd, più che un partito, resta un luogo geometrico dove convive tutto e il suo contrario, e a dominare resta la politica del: “ma anche”. La parola d’ordine di Bersani: “Allearci con gli italiani” è, appunto, l’iceberg di questo Pd che non sa cosa vuole e con chi vuole fare l’Italia del dopo Berlusconi, se con Casini o Vendola e Di Pietro.

E’ vero, prima della leadership vengono le alleanze e prima ancora vengono i programmi.

Dice preoccupato Marco Follini:”Dobbiamo dire con chiarezza che siamo dalla parte della Bce e non di quanti la avversano. Chiarire numeri alla mano qual è la riforma delle pensioni che abbiamo in mente e come si può spostare la tassazione dai redditi ai patrimoni. Decidere se la proposta Ichino è sua o di tutti noi. E soprattutto qual è il nostro posto, e quali i nostri impegni nel nuovo contesto internazionale”.

Già. Semplice? Tutt’altro. Dietro a ogni domanda non c’è una risposta del Pd, ma ci sono due, dieci, cento posizioni diverse. La buona volontà di Bersani è ammirevole, ma politicamente sterile. Uscire dal guado delle correnti e dei personalismi si può o si sfascia quel poco di partito che c’è?

Ore 12 - Pd, la "rivoluzione d'Ottobre" di Matteo Renzi & C

pubblicato da Massimo Falcioni

altroNon è la Rivoluzione d’Ottobre. E’ solamente l’ottobre surriscaldato del Partito democratico o, meglio, di bellicose componenti interne che tengono sui carboni ardenti il segretario Bersani e inquietano la base stanca delle manfrine dei capi.

In pratica si tratta di tre kermesse organizzate dai tre “discoli” Renzi, Civati, Orlando. Di fatto sono tre meeting per dare organizzazione e visibilità a tre correnti all’interno di un Pd che non trova mai pace e si impegna sempre sull’unica cosa che gli riesce meglio: farsi del male.

Si comincia il 16 ottobre con i 30-40enni chiamati a L’Aquila dal ligure Andrea Orlando per “Rifare l’Italia, rinnovare il Pd”. Seguirà il 22 e 23 ottobre a Bologna l’incontro di Pippo Civati e Debora Serracchiani incentrato sul rapporto partito-movimenti-società civile. Chiuderà il “rottamatore” Matteo Renzi con una tre giorni a fine mese alla stazione Leopolda di Firenze .

“Ogni giorno – dice l’indaffarato sindaco di Firenze – sui media o in rete ci sono nuovi sostenitori del ricambio totale. Ma adesso noi sentiamo il bisogno di fare il salto di qualità. Non basta la rivendicazione anagrafica e non basta dire che gli altri hanno fallito: è il momento di tirare fuori le idee”.

C’è voglia di confronto, ed è bene. Pare però che ci si voglia confrontare indossando la giubba e i “gradi” del Pd, ma senza i “proprietari” del partito che sono gli iscritti e senza il segretario scelto dalle primarie. Il nodo è il rapporto tra elaborazione e decisione, che in politica è sempre mutevole. Se nell’applicazione della linea del partito si esprime il grado di adesione e di convinzione di Renzi, Civati, Orlando, non c’è da stare allegri.

Dopo i convegni “aperti”, poi chi decide nel Pd? Prevarrà il senso di unità e appartenenza al partito Democratico o le ambizioni di chi è in cerca di nuovi posti e di rivincite personali? L’impressione è che nel Pd Bersani e (pochi) altri tirano la carretta e altri (come Renzi & C) passano il tempo a lucidarsi i bottoni in attesa del “big bang”.

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PD "sfasciato", Arturo Parisi "infilza" Bersani

pubblicato da il passator cortese

L’avevamo scritto l’altro giorno che ogni occasione è buona nel Pd per dividersi. Ecco Arturo Parisi: “In un partito quale quello che voi pensate di costruire o di avere costruito noi, dovremmo essere deferiti agli organi di disciplina per la grave disubbidienza ai deliberati ufficiali. In un sistema quale quello che voi proponete per il governo del Paese il segretario dovrebbe presentarsi dimissionario per difendersi dall’accusa di aver inferto un grave danno al partito proponendo una linea che si è dimostrata radicalmente sbagliata”. Chiaro?

Questo un passaggio, non letto per mancanza di tempo, ma lasciato agli atti, dell’intervento di Arturo Parisi alla direzione del Pd.

L’ex ministro, tra i sostenitori del referendum per il cambiamento della legge elettorale ha chiesto “una grande scossa di democrazia, che scuota l’immobilismo, figlio dell’unanimismo, e nipote del continuismo che ha impedito al Pd di nascere come un partito veramente nuovo”.

“Una scossa - si legge - che contrasti l’idea che anche il Partito democratico abbia paura della democrazia, delle primarie che non siano la conferma di decisioni già prese, delle riunioni che si concludono con voti che non siano bulgari, delle riunioni degli organi ufficiali che non si limitano ad applaudire decisioni assunte in organi inesistenti”.

“Il partito che abbiamo in mente - prosegue Parisi - non guarda il movimento passare, limitandosi a salutarlo e ad ospitarlo. Il partito che abbiamo in mente non si nasconde dietro la teoria che i referendum sono cosa della società civile o degli altri partiti, una tesi adatta alla maggioranza non all’opposizione. Il partito che abbiamo in mente è esso stesso movimento, e dentro la società che si muove sta alla testa, e qualche volta può finire in coda, ma mai fuori o di lato”.

“Un partito - ammonisce il democratico - non può accontentarsi, come ha detto oggi Bersani, di rivendicare il merito di essere uscito dal Referendum senza farsi del male. La sua ambizione deve essere quella di fare del bene all’Italia, non quella di fare male al Partito”.

Che deve fare un iscritto al Pd se non stracciare la tessera?

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Referendum elettorale, al Pd serve per ... dividersi. Bersani ci mette il cappello ma Parisi ....

pubblicato da il passator cortese

Ogni motivo è buono, nel Partito Democratico, per litigare e dividersi. Adesso l’occasione è quella del referendum elettorale, che contribuisce a tenere alta la tensione nei democrat.

Il segretario Bersani ha rivendicato i meriti del suo partito ribadendo che si è trattato di “una vicenda in cui abbiamo messo ordine, abbiamo aiutato la raccolta firme, abbiamo fatto un disegno di legge elettorale, siamo andati incontro a qualcosa che si era mosso prima di noi. Il partito che ho in testa - ha concluso - si comporta così”.

Una doverosa puntualizzazione per ribadire l’insostituibile ruolo del Pd o una inopportuna avances, un mettere forzatamente il cappello fuori posto?

Le parole di Bersani ai referendari doc come Arturo Parisi sono suonate però velleitarie, come un volersi attribuire meriti non propri. “Lasciamo perdere - ha commentato l’ex ministro prodiano - La domanda da fare a Bersani è una sola: ha messo la sua firma? Visto che mi si chiede di Prodi posso dire che dopo vent’anni che camminiamo insieme è stato facile fare festa con lui per la limpida vittoria dei cittadini, così come limpida è stata la firma che lui ha messo nel suo comune. Sarei stato ancora più lieto se oggi avessi potuto condividere con Bersani la stessa gioia per la stessa vittoria”.

Caro Bersani, incassa e porta a casa!

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Ore 12 - Pd caos, Mario Adinolfi "se n'è ghiuto". Ed è subito supponenza, come nel Pci di Togliatti

pubblicato da Massimo Falcioni

altroSpesso in politica sono i fatti apparentemente poco significativi che fanno capire di più delle grandi vicende storiche. Il Pci fu un grande partito democratico? Non servono i gulag e il Kgb per tenersi in corpo i caratteri stalinisti, la mentalità arrogante di chi pensa di aver sempre ragione, di chi alimenta il culto del capo che schiaccia il pidocchio annidatosi nel partito.

Nel 1951 un intellettuale antifascista dal valore di Elio Vittorini (direttore del Politetcnico e insieme ad Italo Calvino del Menabò) lasciava il Pci per incompatibilità .. culturali. Rodrigo di Castiglia (alias Palmiro Togliatti) su Rinascita lo stroncava con un pezzo dal titolo: “Vittorini se n’è ghiuto, e soli ci ha lasciati”. Con il plauso dell’intellighenzia e della base. Capito?

Oggi, con tutte le grandi differenze del caso, Mario Adinolfi “se n’è ghiuto” dal Partito democratico con critiche più o meno condivisibili alla linea politica, alla strategia, al gruppo dirigente. Nel Pd non c’è nessun Rodrigo di Castiglia, ma non mancano pidocchi che con alterigia ridicolizzano e spandono letame su chi dissente, fanno spallucce, hanno sempre atteggiamenti di chi pontifica dall’alto di fronte a chi cambia idea e strada.

Ha ragione il direttore di Europa Stefano Menichini: “Non ci pare che il Pd si possa permettere atteggiamenti supponenti quando qualcuno va via. Non se tutti i sondaggi inchiodano il partito mezzo punto sopra il disastrato Pdl …”. E Menichini conclude: “…Soprattutto, non se nessuno, ma proprio nessuno, si fa avanti da fuori per occupare lo spazio lasciato vuoto da un Adinolfi che lascia. Spazio abbondante, tra l’altro”.

Già. Poi, basta aspettare: alla formazione delle prossime liste elettorali ci sarà gran ressa.

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Bossi sproloquia e Berlusconi tace. Ma il Pd non ci sta

pubblicato da il passator cortese

Il Partito democratico non ci sta a subire in silenzio gli sproloqui di Bossi e i silenzi-assensi di Berlusconi. La Presidente dell’Assemblea Nazionale del Pd Rosy Bindi, Vicepresidente della Camera, denuncia l’esistenza di “un sistema intollerabile di ricatti politici incrociati” che “continua a paralizzare l’esecutivo. Non si spiega altrimenti il silenzio del presidente del Consiglio sulle gravissime affermazioni di Bossi oggi a Venezia”.

“Un ministro della Repubblica - ha affermato Bindi- non puo’ permettersi impunemente di incitare alla secessione e dileggiare la Costituzione”. E “se Belrusconi avesse un briciolo di senso dello Stato e amore delle Istituzioni esigerebbe una pronta smentita e si scuserebbe a nome del governo con tutti gli italiani”. “Ma il nostro ‘premier a tempo perso’ - ha accusato la presidente Pd- ha bisogno dei voti della Lega in Parlamento e per questo e’ pronto a tollerare qualunque offesa all’Italia”. E dunque “bisogna uscire al più presto da questo pantano, e permettere al paese di tornare a respirare aria pulita”.

Rincara la dose Anna Finocchiaro: “Le parole usate anche oggi a Venezia, e non e’ la prima volta, rendono Umberto Bossi incompatibile con il ruolo di ministro della nostra Repubblica”. Ed “è inaccettabile che la maggioranza accetti silenziosamente le uscite bossiane, ma del resto la maggioranza accetta silenziosamente anche la vergogna a cui ci sottopone Berlusconi con i suoi comportamenti”.

Lo ha denunciato la presidente dei senatori Pd sottolineando come “l’Italia grazie a questi personaggi sta perdendo ogni giorno la sua dignità”. “E’ urgente e necessario un nuovo governo - ha affermato ancora Finocchiaro- e un nuovo Premier che responsabilmente portino l’Italia fuori da questa immonda palude. Questo governo non esiste più’. Ormai e’ una accozzaglia politica che sta in piedi solo con i voti di fiducia in Parlamento. Da una parte Berlusconi, impegnato a tempo perso a fare il Premier, che svergogna il nostro Paese agli occhi dell’opinione pubblica. Dall’altra Bossi che, ricattando il Pdl, torna a invocare la secessione del Nord per paura di perdere i propri elettori. Questo non e’ più’ accettabile”.

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Ore 12 - Vendola e Di Pietro inseguono Bersani che insegue Casini ... "sora Rosa"

pubblicato da Massimo Falcioni

altroUn Silvio Berlusconi “costretto” a cedere e farsi interrogare nella procura di Napoli sull’affaire Lavitola-Tarantini dimostra il suo pessimo stato di salute politica. E gli ultimi sondaggi danno il centrosinistra sopra di sette punti!

Motivo in più per le opposizioni di sperare nel getto della spugna del premier che, pur all’angolo del ring, resiste e non fa il tanto atteso “passo indietro”. Insomma, le opposizioni, in mancanza di una alternativa politica credibile, sperano nel ko del Cavaliere, o travolto dalla manovra o travolto dai giudici.

Ciò dimostra l’inconsistenza e la miopia del Pd e del campo antiberlusconiano, dai centristi alla sinistra, tutti dediti a coltivare furbescamente i propri orticelli, abili nel gioco delle tre carte. Che succede?

Innanzi tutto c’è il Partito Democratico indeciso. Non è una novità, ma in politica i tempi contano. E chi sta fermo resta indietro e perde il treno. Bersani continua a fare la corte a Casini mentre Vendola e Di Pietro chiedono al Pd di puntare a una immediata risposta politica e di piazza della “sinistra”, escludendo i centristi. “Regalare” il Centro alla destra berlusconiana o post berlusconiana sarebbe un errore politico esiziale.

Ma lo stesso Casini non aiuta a dipanare la matassa. Nessuno sa se il Terzo Polo è un progetto politico o uno specchietto per le allodole. Nelle rispettive feste nazionali sia Fini che Rutelli hanno lanciato appelli al leader Udc: “Uniamoci per davvero”. I capi di Fli e Api temono che Casini si smarchi, interessato a giocare la carta dell’Udc e non quella del Terzo Polo. Questo perché da una parte, il Pd è interessato ad un’alleanza centrista non escludendo la leadership per Casini, ma non ad abbracciare Fini (ex Msi ex An) e Rutelli (fondatore del Pd poi fuggito), e dall’altra il Pdl (Alfano in primis) vuole Casini figliol prodigo (per il Colle?) ma chiude le porte a Fini e Rutelli. Infine, il referendum anti porcellum che potrebbe riproporre il bipolarismo puro eliminando ogni velleità terzo polista.

Ecco perché Casini tentenna e non decide rischiando di fare come sora Rosa: tutti la vogliono e nessun se la sposa. Ecco perché Berlusconi non molla.

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Sciopero generale Cgil, Bersani riporta il Pd in piazza

pubblicato da il passator cortese

Pier Luigi Bersani fa (mezza) marcia indietro sullo sciopero generale del 6 settembre, riavvicinandosi alla Cgil. Masticano amaro Fioroni, Marini, Veltroni e l’agguerrita fronda interna dei “40enni” e torna a sorridere Susanna Camusso.

Il Partito democratico sta con il “suo” sindacato. “Il Partito democratico sarà presente ovunque si criticherà questa manovra. Leggo anche in casa mia - ha detto Bersani ospite al Meeting di Rimini - una discussione che non capisco. Tutti protestano per questa manovra, non ho sentito nessuno che sia d’accordo. C’è chi sceglie lo sciopero, chi fa assemblea, chi una raccolta di firme… Io dico: ognuno scelga in autonomia la forma che vuole, il Pd sarà presente in tutti i luoghi, sciopero o quant’altro, organizzati da chi vuol chiedere più equità e crescita nella manovra, correggendola”.

Insomma, il Pd non può e non vuole aderire con un suo documento ufficiale allo sciopero della Cgil ma sarà nelle 100 piazze d’Italia sotto le bandiere rosse del primo sindacato italiano. Tutti contenti o tutti scontenti?

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Ore 12 - (Anche) la "questione morale" divide il Pd

pubblicato da Massimo Falcioni

altroDopo le ultime vicende giudiziarie riguardanti Alberto Tedesco e Filippo Penati, sulla questione morale del Pd c’è chi, come il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, ex Pci e derivati, sceglie la vecchia impostazione, che la miglior difesa è l’attacco.

Le inchieste su dirigenti Pd? Errani: “La nostra diversità si vede dal rispetto del ruolo della magistratura”. E c’è chi come Paolo Gentiloni, ex Margherita, responsabile comunicazione del Pd, alza l’asticella: “C’è bisogno di una reazione intransigente da parte nostra, forse ancora più netta di quella che c’è stata finora. Minimizzare, dire che si tratta di problemi isolati, anche se è vero che non bisogna generalizzare, è un errore”.

Insomma, non ha più senso, se mai lo avesse avuto, affermare una superiorità morale del Partito democratico. Oggi, specie l’elettorato antiberlusconiano, non ha nessuna indulgenza. Sulla questione morale, il rischio è che il Pd possa dilapidare il capitale di fiducia avuto dalle urne con il voto delle amministrative e con i referendum.

Nel Pd, specie nella componente ex Pci-Pds-Ds, si crede ancora al partito berlingueriano delle mani pulite, alla diversità. Ma oggi, non basta dire di essere diversi, bisogna dimostrarlo, coi fatti, tutti i giorni e a tutti i livelli. Basta nascondersi dietro al paravento “ideologico” e illudersi dicendo che gli altri sono peggiori?

Purtroppo, vicende come quella di Penati, invece di rappresentare un’occasione di analisi politica su un nodo cruciale qual è la questione morale, rischiano di diventare l’occasione ghiotta per la solita e stantia resa dei conti interna. In questo caso contro il segretario Bersani.