Francesco Rutelli: ignorans 1. Voto 3 La piccola Margherita (coofondatrice del Pd) spendeva oltre diecimila euro al giorno in comunicazione, un milione l’anno per le trasferte: spese assurde, dubbi e incognite dal caso Lusi. Il “bello guaglione” non c’era, se c’era dormiva. Come il Psi di craxiana memoria?
Gianfranco Polillo: ignorans 2. Voto 3 Il sottosegretario all’Economia incensa Silvio Berlusconi, prospettandogli il Colle: “Nel ‘94 il Cav ha organizzato un fronte moderato che ha salvato la democrazia dagli ex Pci”. E lo “lancia” al Quirinale. Monti tace. Chissà come sarà contento Pier Luigi Bersani!
Gli eredi del Pci, una generazione di vincenti: Occhetto ha perso le elezioni, Veltroni ha perso le elezioni, Bersani non tocca palla. Sfigati e portatori di sfiga. Menagramsci
La grande finanza ha massacrato l’economia reale, Wall Street ha azzoppato Main Street e poi ha mentito, provando a mascherare gli enormi buchi. Quante palle hanno raccontato questi magnati della carta straccia. Ball Street
I canali all news italiani hanno l’abitudine di intervistare i politici già alla mattina presto nelle varie rubriche “un caffè con…” e similari. E sono tanti i peones disposti a far la levataccia pur di apparire in tv. Anche di fronte a una tazza di caffè al bar. Mezza sega(fredo)
Poi ci sono le trasmissioni tv che generano i personaggi. La Polverini e la Brambilla, ad esempio, sono creature di Giovanni Floris (che esclamò a suo tempo: “Sii puoooò faaareeeeee”). Ora il debuttante Corrado Formigli è proprio dispiaciuto per non aver creato lui una come la Brambilla. Pazza-pulita
A volte ritornano. Forse non proprio i comunisti, come prospetta da sempre Silvio Berlusconi. Ma il Pci, sì.
Tant’è che nell’anno di grazia 2011, a una riunione della direzione nazionale del Pd, il segretario Pier Luigi Bersani, stava descrivendo le posizioni nel suo partito sulla riforma della legge elettorale, riferendosi ai promotori del referendum per il Mattarellum ha detto che il quesito è stato presentato “da dirigenti e parlamentari del Pci”. Lapsus freudiano?
Ad alcuni esponenti ex Popolari-Dc per poco non viene un coccolone. Per altri è stata musica per le orecchie. Tutto è finito con una risata ma anche con qualche borbottio.
Insomma, mentre Nichi Vendola preferisce il termine ‘amici’ invece che ‘compagni’, il segretario del Pd torna alle origini. Poi c’è chi dice che la sinistra non ha idee …

Sono 96 gli anni di Pietro Ingrao, e ben portati, splendidamente portati nel corpo e nella mente. Voleva la luna, voleva il comunismo planetario come disegno culturale ma tutto italiano come progetto politico.
Ingrao è stato per molti anni l’altra faccia della medaglia del PCI, lui da una parte e Giorgio Amendola, più anziano, dall’altra. La sinistra e la destra del partito. Nel mezzo, al “centro”, il segretario: Togliatti, poi Longo, Berlinguer, Natta.
Ingrao è quello che fa de l’Unità – come dice Emanuele Macaluso - “il volto stesso del partito, il suo modo di essere” ed è il direttore che sui tragici fatti d’Ungheria titola: “Da una parte della barricata”, parteggiando per i carri armati sovietici che uccidono gli operai comunisti.
Sul primo centro sinistra, il primo grande scontro interno, con Togliatti che vede la nuova formula di governo (con DC e Psi insieme) una “trincea più avanzata per le riforme” e con Ingrao che bolla come “tentativo pericoloso di modernizzazione capitalistica”.
Dopo la morte di Togliatti, Ingrao giudica il nuovo segretario Longo, inadeguato, “di transizione” e diventa l’iceberg degli “scontenti” al centro e in periferia.
Non c’è dubbio che Ingrao fu il più impegnato e testardo a ricercare “vie nuove” da imboccare come PCI e sinistra di fronte ai grandi mutamenti nazionali e internazionali sociali, politici, culturali. Ingrao era intellettuale finissimo ma forse sottovalutò la dimensione della politica, dei partiti e dei rapporti politici.
Continua a leggere: Ore 12 - I 96 anni del "giovane" Pietro Ingrao
Lo sforzo, o quanto meno un tentativo, Pierluigi Bersani e il suo Pd, lo fanno. Vedi la manifestazione di sabato.
Non per ricostruire una identità e un progetto politico inesistenti, ma per battere un colpo e dire: “eccoci, noi ci siamo!”. Servirà? Chissà!
E’ arduo recuperare il terreno perduto, detronizzare Berlusconi, scardinare il berlusconismo. Allora?
Il Partito democratico “critica” Berlusconi e il Governo. Ma lo fa in termini propagandistici, per occupare uno spazio mediatico, per galvanizzare i suoi, per non perdere il proprio elettorato. Gioca in difesa.
Giogio Amendola, “maestro” dell’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, diceva: “Criticare per noi vuol dire comprendere e migliorare”. Questo era il Pci di “lotta e di governo”. In piazza, prima ancora dentro le fabbriche, nelle campagne e nelle scuole, poi in Parlamento con le proposte in mano.
Un “ora et labora” di stampo quasi francescano. Prima lo studio della realtà, la conoscenza, il pensiero, poi il coinvolgimento delle “masse” e la lotta, quindi la proposta, infine la trattativa, la mediazione. Per ultimo, la valorizzazione di quanto ottenuto, fosse anche una “briciola”. Di Vittorio docet.
Rivoluzione comunista? No, semplicemente “riformismo”, il passo dopo passo per l’affermazione degli “obiettivi intermedi”.
Pomigliano esiste (e Bersani finge di non vederlo), ma non è il detonatore di una crisi che mette in ginocchio il “liberalismo” (vallettiano?) di Marchionne, né il “liberalismo” populista e demagogico berlusconiano.
Il Pci togliattiano (e berlingueriano) avanzava lottando sui due fronti (contro il settarismo, contro l’opportunismo).
La Dc degasperiana (e di Aldo Moro), sostanzialmente, pur sotto diverse sembianze, faceva lo stesso percorso.
Oggi il Pd è fermo. Evidentemente non c’è posto né per Togliatti, né per De Gasperi. Tant’è che comanda Berlusconi.
Non è impossibile che anche uno come Umberto Bossi dica cose sensate.
A dire il vero, il Senatur, che fiuta l’aria meglio e prima di tanti altri, sa fin dove è possibile tirare la corda: sbraita, ulula, minaccia, ma alla fine tira fuori spesso il coniglio dal cilindro.
Come non valutare con attenzione le “aperture” del leader del Carroccio sul ddl intercettazioni?
Nel bombardamento rasoterra trasversale pro e contro il decreto, nessuno pare interessato a entrare nel merito e verificare se c’è spazio per modifiche importanti.
Per decenni il Pci, con capacità di proposta e di mobilitazione, ha imposto cambiamenti sostanziali a leggi targate Democrazia Cristiana, la quale si impuntava ma non si chiudeva mai e …”accettava” le modifiche. Anche grazie a questa impostazione l’Italia procedeva e progrediva.
Oggi c’è solo il muro contro muro. Peggio dello scontro ideologico.
Va riconosciuto e apprezzato che su un tema così bollente, da Bossi sono venute parole di responsabilità. Un’occasione da non perdere per cambiare sostanzialmente il testo senza l’ennesima disfida tra maggioranza e opposizione. Un accordo è possibile. Non sarebbe un segnale positivo per tutti gli italiani?
Lo stesso Berlusconi, costretto dall’”intransigenza” di Fini, pensa di far slittare il voto della Camera a settembre.
Per la maggioranza è l’ultimo treno. Anche per l’opposizione. Altrimenti tutti a casa. E in primavera, alle urne!
Non fa notizia. Ma cosa sarebbe oggi il “mondo” del lavoro in Italia, senza lo Statuto dei diritti dei lavoratori entrato in vigore 40 fa, il 20 maggio 1970?
Si era partiti dalla suggestione del “New Deal” roosweltiano, ed era stato soprattutto il segretario generale della Cgil Giuseppe Di Vittorio a lanciare nel ’52 la parola d’ordine per “La Costituzione nelle fabbriche”.
Dopo la rinascita del sindacato nel dopoguerra (dal mitra al contratto di lavoro), lo Statuto è stata la conquista più importante per i lavoratori italiani, frutto dei fermenti e delle lotte del biennio ’68-’69, del peso politico della sinistra (di governo, il Psi, e di lotta, il Pci), ma anche della “lungimiranza” della Dc di saper governare le tensioni e i processi di cambiamento.
Lo Statuto fu conquistato soprattutto per la nuova spinta unitaria dei lavoratori,dopo le sconfitte nelle fabbriche degli anni ’50, i sindacati gialli, la cinghia di trasmissione dei partiti, giungendo al “miracolo economico, alla programmazione e ai governi di centro-sinistra.
C’è da dire che la “contestazione” non fu tutto rosa e fiori, nemmeno nelle fabbriche (nascita di comitati di base, ma anche con tendenze pansindacaliste, spontaneistiche e sedicente rivoluzionarie) e nei sindacati, non sempre capaci di guidare il movimento.
Alla fine però il sindacato fu capace di respingere l’ipotesi che potesse nascere in fabbrica, con i consigli dei delegati, una istanza operaia “autonoma” e “rivoluzionaria”, una specie di soviet, con la funzione “politica” di rovesciare le strutture politiche e istituzionali democratiche del Paese.
Continua a leggere: Ore 12 - Lo "Statuto" compie 40 anni. E' l'ultima "bandiera" dei lavoratori
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco scrive delle “inutili nostalgie della Prima Repubblica”, restando però prigioniero della nostalgia del “nulla”. Perché la Seconda repubblica italiana è un guscio vuoto.
La storia di ieri e i fatti di oggi non si possono stravolgere. Panebianco accomuna la rivalutazione dei “vecchi” partiti (il 45% degli italiani giudica oggi positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi) alla nostalgia dei russi per il Pcus e il regime sovietico.
La prima Repubblica italiana (pur con tutti i limiti ed errori) garantì e sviluppò libertà, democrazia, sviluppo economico, portando l’Italia ai vertici mondiali. Il comunismo russo (e non solo quello) distrusse ogni libertà, instaurando un regime dittatoriale e di miseria.
La Prima Repubblica produsse un benessere diffuso grazie al sostegno della libera iniziativa (artigianato e piccola e media impresa intrecciata a grandi e vere industrie in settori strategici), mentre l’economia italiana (non solo per la crisi mondiale) da anni è in caduta libera e il Paese, senza la rete protettiva dell’Euro, sarebbe già alla bancarotta. I partiti.
E’ vero, ieri come oggi occupavano e occupano le Istituzioni. Ma la differenza c’è. Le poltrone erano occupate da esponenti di partito, frutto di una vera e dura selezione, uomini preparati e capaci. E in Parlamento sedevano deputati scelti e votati dagli elettori e non imposti dal padrone del vapore. Le assemblee elettive decidevano in modo collettivo (giunte e consigli) e le gare d’appalto avvenivano con procedure articolate e controlli serrati.
Ancora. Ieri i partiti non erano proprietà “privata”, erano formati dagli iscritti, militanti dall’impegno gratuito, duri ideologicamente contro l’avversario, ma capaci di lavorare sui progetti per il proprio quartiere e capaci di indignarsi per gli errori e le malefatte dei propri capi. Chi sbagliava, pagava. Chi perdeva le elezioni, fuori.
Continua a leggere: Ore 12 - E (non) va l'Italia del "menga"
Che la gente è disgustata e stufa di questa politica e di questi politici, è più che noto. Ma con questa infinita bagarre sulle liste la gente è ancor più disgustata e più stufa.
Adesso il rischio è che il Paese possa trasformarsi in un campo di battaglia. Se si torna allo scontro di una “piazza” contro l’altra “piazza, se la lotta politica si rifugia nello scontro di “civiltà”, il cappio si stringe.
A preoccupare non è solo la mancanza di “idee”, l’assenza di una visione nuova dell’Italia, bensì la scomparsa del buon senso e del realismo, del senso di responsabilità nei partiti (tutti) e nel governo. Ognuno è chiuso in se stesso, grida più forte per avere ragione, fregandosene delle ragioni altrui.
Il Pci e la Dc di una volta, la bega liste l’avrebbero risolta con un paio di telefonate.
L’appello di ieri del presidente emerito Ciampi che fa riferimento al De Senectute di Cicerone è caduto nel vuoto: forse non è solo Silvio Berlusconi a disinteressarsi della “strage delle illusioni” e del “massacro delle istituzioni”.
Questo pasticcio ha già diviso l’opposizione, con l’Udc che non va in piazza, con il Pd sfilacciato, con l’Idv rilanciato dal “tanto peggio tanto meglio”. Ha ragione il saggio Emanuele Macaluso, ex riformista del Pci: “Lo spirito di fazione è ormai bipartisan”.
Ma la realtà non piove dal cielo. Il bipolarismo italiano ha alzato due “muri”, ha inventato la furbata dell’antipolitica non per migliorare i partiti, ma per usarli a proprio uso e consumo.
Così siamo in mano a un Berlusconi che comanda le “crociate” contro l’Italia “comunista”, a un capo dell’Idv ex Pm come De Magistris che accusa il capo dello Stato di “avallare il piano piduista di Berlusconi”, a un Bersani che insegue Di Pietro che sabato griderà contro “Benito Berlusconi”, con gli evviva dei sempre più smarriti compagni dell’ex Pci e amici della ex Dc.
Se questa è la partita, la gente non fa più nemmeno il tifo. In pochi si chiedono se un’altra politica è possibile. I più non sanno che dire.
A scuotere il Partito democratico, stavolta è la candidatura di Emma Bonino alla regione Lazio.
E’ l’ennesima cartina del tornasole dei limiti e delle contraddizioni di un partito che non trova pace.
Al di là del rispetto per la persona, è evidente che non è facile per ex Pci ed ex dicì farsi rappresentare da una radicale doc, qual è Emma. Donna “straordinaria”, ma pur sempre “figlia” di tal … Marco Pannella che ha ben poco da spartire con il Pd.
Semplicemente, il Pidì è nel classico cul de sac. Il problema non è la Bonino, non sono i radicali. Casomai, stavolta, Pannella porge al Pd un legno per non affondare. Quindi, basta orpelli e fragili eufemismi!
Il nodo vero è un altro e riguarda il Pd, il suo infinito e inconcludente vagare, il suo assurdo e testardo autolesionismo. Di fatto, nel partito senza identità e progetto, per reggere si sono ammesse le cordate: il suo formarsi ne attira e aggrega un’altra e un’altra ancora e così via, secondo un processo di proliferazione a catena verso una inarrestabile degenerazione del partito, verso la sua paralisi politica. Questo è il Pd.
In questo partito,e non da oggi, chi perde rema contro. A cascata, dai vertici alla base. L’ex segretario Dario Franceschini ha ricordato che a Bersani non spetta decidere ma “fare la sintesi”.
Che vuol dire? Che primarie e congressi del Pd non servono a niente. Che il segretario deve sottostare alle pressioni e ai ricatti delle correnti interne e non può andar oltre un “compromesso al ribasso”.
La degenerazione del Pd, dove in mancanza di leadership effettive dominano i personalismi, richia il punto di non ritorno. Tanto valeva, allora, affidare la “ditta” direttamente a Massimo D’Alema.
Dalle Regionali giungerà un altro duro colpo. Poi seguirà un’altra lunga notte dei lunghi coltelli. Un film già visto.