Massimo D’Alema: fair play. Voto + 8. Bocciato dalla Ue, l’ex premier se la cava egregiamente: “Faccio i migliori auguri alle persone nominate. E’ stato un onore essere stato candidato per un incarico così prestigioso”. Il marchio ex Pci colpisce ancora. Figli di Dio minore?
Pietro Ingrao: il dito o la luna. Voto – 8. Per decenni il Pci fu inchiodato dal duello interno Amendola (destra)-Ingrao (sinistra). Eugenio Scalfari non perdona l’ex (ottimo) presidente della Camera: “Pietro non ne ha mai azzeccato una”. E c’è ancora oggi chi pende dalle sue labbra.

Credo che siano molti, al di là degli schieramenti, gli italiani che considerano negativamente la piega presa dalla nostra democrazia negli ultimi anni: populismo, sfiducia sempre crescente verso la “casta” politica, incapacità di crescere e di guardare al futuro, non solo dal punto di vista economico.
Se vi capitato spesso di chiedervi: “Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?” allora questo libro di Guido Crainz (docente di Storia Contemporanea all’Università di Teramo) fa decisamente per voi.
Crainz esordisce facendo un po’ di chiarezza: le radici della situazione ordierna non vanno cercate in “vizi plurisecolari” o in tare sociali dell’“italiano tipo”. “Si può prescindere dal Cinquecento”, dunque, perché le cause vanno cercate molto più vicino a noi, nella storia della Prima Repubblica Italiana nata nel ’45, e in particolare nella sua traumatica scomparsa dopo Tangentopoli.
Tornando dopo 20 anni alla Bolognina, Achille Occhetto non ha sciolto il nodo che dalla svolta dell’89 lo perseguita: fu il “liquidatore” di un grande patrimonio o il salvatore del salvabile?
Di lui, uno che lo conosceva bene, Emanuele Macaluso, scrisse: “Achille tiene conto di dove spira il vento, ma difficilmente naviga controvento: non per opportunismo, ma per vocazione movimentista”.
La lingua batte sempre dove il dente duole: perché Occhetto disse no all’appuntamento coi socialisti di Bettino Craxi? Dopo 20 anni, Achille oggi risponde così: “Mi avrebbero inseguito per strada”.
Occhetto è stato considerato, nel Pci, un “saltimbanco”: prima ingraiano, poi (XI congresso del 1966) addirittura amendoliano con pronto sbocco nel più comodo centro di Longo e Berlinguer. Alla morte del segretario “più amato”, Occhetto, proprio al ritorno dal funerale di Berlinguer, fece il “patto del garage” con Massimo D’Alema che, puntualmente, (baffino) non mantenne.
Il Pds, Ds, Pd ha sempre messo all’indice l’ultimo segretario del Pci. . E lui, sempre più irato e isolato, ha sempre risposto per le rime, dando il peggio di sé.
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L’opposizione che vive alimentando la logica del nemico, che fa il cane da guardia contro tutto e tutti arrogandosi diritti che non ha, non serve al Paese.
Anche il PCI, il più grande partito d’opposizione dell’occidente, ha pagato cara l’incapacità (o l’impossibilità?) di trasformare l’opposizione in alternativa di governo. Chissà se la lezione serve oggi al Pd di Bersani.
I tre milioni delle primarie sono su un crinale: o diventano l’avanguardia per aggregare un elettorato che oggi guarda altrove o non vota, o fa la fine dei tentativi precedenti. Cioè si ripiega su se stesso, volatizzandosi nell’inconsistenza politica.
Se la logica resta la stessa, con Berlusconi nella parte del “nemico” da eliminare, anche stavolta la partita è segnata e il Cav. resta bello e tranquillo a Palazzo Chigi in attesa di salire sul Colle. Le alleanze vanno fatte sui contenuti credibili e fattibili, per ampliare l’elettorato, per portare via voti all’avversario (in questo caso Pdl e Lega).
Gli alleati che portano alla sconfitta, meglio perderli.
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Dove eravamo rimasti, compagni e amici del piddì? E chi lo sa?
La “conta” dei congressi locali premia alla grande Bersani ma Franceschini finge di non vedere che due su tre iscritti non lo hanno votato e aspetta le primarie del 25 ottobre sperando di ribaltare il risultato a proprio favore.
In poche parole, Franceschini ha due terzi del Pd contro: come fa a dirigere un partito così, con quale credibilità? Da qui le ultime infuocate polemiche fra le varie fazioni interne, non sulle idee ma sulla conta.
Ma quando la finiscono di sbranarsi fra loro, questi fasulli eredi di Pci e Dc? Il dilemma è tutto qui: contano o no i 450 mila voti degli iscritti, cioè militanti che pagano una tessera, fanno vita di partito, sono di fatto i “proprietari” del partito?
Non si sa bene. Una sola cosa è certa: i capi del Pd sono stati così … “abili” che alla fine ci sarà una frattura (insanabile?) fra iscritti ed elettori. Insomma, un altro passo falso annunciato, anticipatore di nuove divisioni e nuove batoste elettorali.
Il tutto, ovviamente, in nome della “diversità”: un partito più democratico e organizzato e una leadership politicamente ed eticamente “superiore”.
Poi si fa difficoltà (non solo all’estero) a capire perché gli italiani sostengono e votano … Berlusconi!
Sbaglia chi sottovaluta il congresso del Pd. Perché questo può essere (anzi sarà) il congresso della “chiarezza”.
Da sempre (giustamente) si critica il Pd, partito liquido e senza identità, una “amalgama mal riuscita”.
Il nuovo Pd (se continuerà a chiamarsi ancora così) tornerà a radicarsi nel territorio, si cucirà addosso una giubba ben riconoscibile, non temerà più “rigetti”, dato che farà piazza pulita dei “corpi estranei”.
Non c’è partita fra gli attuali candidati alla segreteria. Non è solo una questione di peso specifico dei contendenti. E’ che le parti, in primis quelle principali legate a Bersani e a Franceschini, sanno già come andrà a finire e non vedono l’ora di dividersi e proseguire il cammino ognuno per proprio conto.
Vincerà Bersani. Cioè D’Alema. Cioè il Pci.
Un Pci inedito, più emiliano che togliattiano o berlingueriano. Altro che via italiana al socialismo! Sarà il partito della via emiliana al laburismo.
Chi non ricorda il motivetto di Renzo Arbore, quello del “clarinetto”? Ci siamo: il clarinetto sarà il Pd di Bersani-D’Alema. E la “chitarrina”? Ci pensano Casini-Pezzotta-Tabacci-Adornato (con i prossimi fuoriusciti da Pd e … Pdl) a metterla in campo.
Non è l’Ulivo prodiano. E’ semplicemente il ritorno del centrosinistra col trattino. A Berlusconi già fischiano le orecchie.
Al di là dello sberleffo, l’affaire della candidatura di Beppe Grillo è tutt’altro che comico perché evidenzia un problema terribilmente serio, un nodo politico che investe il Pd: la sua natura, la sua identità, la sua credibilità, la sua leadership.
E’ vero: un comico dovrebbe fare il comico. Come un politico dovrebbe fare il politico. Scambiarsi i ruoli è deleterio, oltre che farsesco.
Inutile girarci attorno: il problema non è Beppe Grillo (e le presunte trame del … “burattinaio” Antonio Di Pietro) ma il Pd degli equivoci e delle ambiguità, un partito sempre più avvitato in una deriva confusa e inconcludente, dominato da pulsioni autodistruttive.
Con dei cavilli burocratici e il fuoco di sbarramento si può chiudere la porta a chi chiede provocatoriamente la tessera del partito. Ma con i cavilli burocratici e gli atti di prepotenza non si dà forza, dignità, autorevolezza a un partito e a un gruppo dirigente ridotti davvero al lumicino. Non è con l’indignazione o il disprezzo che si risolvono problemi politici.
Pure Togliatti ci cascò quando, per dimostrare la giustezza dell’espulsione di due dirigenti del Pci, ironizzò che “anche nella criniera di un cavallo da corsa poteva nascondersi un pidocchio”. Ma lui era “il migliore” del più grande e autorevole partito comunista del mondo occidentale. Chi sono questi, se non gli artefici di un fallimento annunciato e realizzato?
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L’Unità si libera di Zorro (così si intitolava la rubrica curata negli ultimi sette anni da Marco Travaglio) e investe sul Sergente Garcia. Alias Paolo Villaggio che sul quotidiano diretto da Concita De Gregorio occuperà lo spazio gestito da uno dei collaboratori di Michele Santoro.
Per capire come questo cambio sia ben più di una semplice scelta editoriale è sufficiente ragionare su alcune dichiarazioni che lo stesso Villaggio ha rilasciato a Libero prima di iniziare la sua collaborazione con il quotidiano da sempre vicino alla sinistra italiana.
“Alla direttora dell’Unità ho chiesto la libertà assoluta di dire: con questi qua siamo già morti. La libertà di bastonare questa sinistra che cerca di risorgere dicendo che Berlusconi si porta Apicella nell’aereo di Stato. Questi avanzi del Pci vanno rinnovati tutti. D’Alema è bravo come velista, no?”.
Ai tempi del Pci vigeva una legge ferrea: che a 30 giorni dalle elezioni scattava inesorabilmente il “tutti per uno, uno per tutti”.
Era il centralismo democratico che sotto elezioni eliminava qualsiasi spiraglio dialettico e portava il partito ad essere e ad esprimersi come un solo corpo unico, una vera e propria falange. Contava solo battere il “nemico”, contava solo raccogliere il consenso e portare voti al simbolo e ai suoi candidati.
Massimo D’Alema, che pure s’appella ai libri e che pure il Pci lo conosce bene, disattende a questa regola elementare.
E a meno di 30 giorni da una difficile prova elettorale torna sul vecchio refrain: “Il Pd ha fragili basi culturali e fondative, non si è amalgamato, non decolla, è in crisi”. E aggiunge: “Fin ora un congresso vero non c’è stato, si è visto solo una feste delle primarie”. E conclude: “Un congresso è un’altra cosa, andare ai gazebo è importante, ma bisogna anche scrivere migliaia di pagine, con fatica, perché senza la fatica del pensiero, senza i libri, non si va da nessuna parte”.
Ma non era lo stesso D’Alema, all’epoca del governo Prodi a ripetere che “i programmi non servono a niente e che nessuno li leggerà mai”?
Il lider Maximo ha scelto di dare un contributo “particolare” per questa campagna elettorale. Anche per lui vale il detto “tanto peggio tanto meglio”.
Avanti così. Cioè, indietro.
Francesco Cossiga: profezia. Voto + 8. Monito dell’ex capo dello Stato: “Il terrorismo nacque per l’indulgenza dei sindacati di sinistra e del Pci. E oggi, con i rapimenti dei manager e il clima intimidatorio nelle aziende, ci sono le stesse premesse, manca solo l’ideologia”. Grido nel deserto.
Umberto Bossi: celodurismo. Voto – 8. La Lega non cede e pone il veto sul referendum abbinato alle Europee. L’ipotesi compromesso è il 21 giugno con i ballottaggi delle amministrative. Berlusconi cede al diktat della Lega. Per un pugno di voti gli italiani pagano la “Bossi tax”.