Siccome lo “impone” l’Europa, allora si deve fare. La Ue ordina all’Italia di mandare le donne in pensione a 65 anni e il Governo, contento, … obbedisce.
Perché alle donne era consentito di andare in pensione prima degli uomini? Perché il nostro welfare non ha mai ritenuto il lavoro di cura meritevole di considerazione.
Su chi pesava e pesa la cura dei bambini, degli anziani, dei disabili, la cura della casa?
La politica anziché adeguare il sistema del welfare con riforme strutturali, ha scelto la solita via all’italiana mettendoci delle pezze: in questo caso l’anticipazione dell’età della pensione come “risarcimento” alle donne.
Le donne italiane, pur partecipando al mercato del lavoro, erano e restano determinanti nel reggere il welfare e l’intero sistema sociale.
Adesso l’Europa, Berlusconi e Tremonti (ma anche gran parte dell’opposizione), dicono basta alla pensione anticipata per le donne in nome dell’uguaglianza di genere.
Dice l’eurodeputata socialista Pia Locatelli: “mostrano di vedere solo l’aspetto pensionistico di uno Stato sociale che, proprio per la sua struttura disattenta al lavoro di cura, fa dell’Italia il fanalino di coda quanto ad uguaglianza tra uomini e donne in tanti ambiti”.
Insomma, l’uguaglianza di genere sì, ma solo a corrente alternata. E il danno sempre per chi tiene in piedi la baracca.

A sette giorni dall’allarme lanciato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica, secondo la quale i tagli previsti alla sanità pubblica non garantiranno ai malati le adeguate cure, il Governo Berlusconi prosegue il proprio ridimensionamento dei budget previsto il servizio ospedaliero italiano.
All’interno della commissione Affari Sociali della Camera, per attenuare i tagli previsti sulla sanità pubblica, si sta pensando di agevolare i medici che privatamente eserciteranno la propria professione al di fuori dell’ospedale. Contrario al provvedimento si sono già detti Delia Murer del Pd e Antonio Palagiano dell’Idv.
Per un provvedimento non approvato ce ne sono altri due già in vigore. Secondo quanto denunciato dall’associazione Onlus Cittadinanzattiva i cittadini italiani che hanno contratto l’Aids a causa di una trasfusione di sangue non verranno più risarciti dallo Stato.
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Ora che il Ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, ha capito che per aiutare la Grecia l’Italia dovrà condividere con l’Europa 25 miliardi di euro bisogna capire come procurarsi la cifra senza peggiorare il debito pubblico che stando a quanto pubblicato dalla Stampa è aumentato sfiorando il valore record registrato lo scorso ottobre.
Secondo le indiscrezioni trapelate l’economista per raccogliere il denaro necessario congelerà il rinnovo contrattuale degli impiegati pubblici ai quali verrà però garantita una vacanza contrattuale.
Oltre alla pubblica amministrazione già si prevedono dei tagli anche in ambito ospedaliero, sulle pensioni di invalidità (i cui criteri sono destinati a diventare più severi) e ai ministeri dove Giulio Tremonti proverà a contenere i costi della casta.
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Come già si sottolineava ieri, Silvio Berlusconi ha deciso di non perdere tempo. Anzi. Da abile comunicatore sa benissimo che per qualche tempo l’aggressione subita gioverà alla sua attività politica.
Alla sua e delle persone che attorno a lui ruotano. Dopo aver annunciato le candidature per le prossime elezioni regionali il Premier ha deciso di sfoggiare il suo secondo asso dalla manica permettendo a Guido Bertolaso di annunciare tutti i cambiamenti riguardanti la Protezione Civile diventata, per decisione dell’attuale Governo, una società per azioni.
La privatizzazione dell’ente, e relativa speculazione, potrebbe quindi essere dietro l’angolo dove non si trova invece gli investimenti per le giovani generazioni. Pur di non concedere il prepensionamento a Bertolaso il Governo ha cambiato le norme che regolano i tempi per cambiare la dirigenza della Protezione Civile.
La notizia è di ieri. In applicazione a una direttiva dell’Unione Europea il Governo proporrà di equiparare l’età pensionabile femminile a quella maschile, ovvero a 65 anni. Il progetto prevede un raggiungimento graduale della quota, innalzando l’età di un anno per volta fino a pareggiarla nel 2018.
Inutile dire che mentre Cisl e Uil sono possibiliste, la Cgil si è segnalata per la solita levata di scudi, parlando di provvedimento iniquo. Le ragioni sono arcinote. In Italia non c’è parità reale sul lavoro, quindi è giusto che le donne lavorino meno; se si vuole farle lavorare come gli uomini bisogna prima equipararle anche come trattamento.
Chiaramente si tratta di un’enunciazione di principio in teoria giusta ma in realtà molto difficile da ottenere, e rischia di far slittare il progetto a mai più. Il problema è che in qualche modo alla direttiva europea bisognerà ottemperare e non rimane molto tempo.
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