Avrebbe compiuto oggi 64 anni Peppino Impastato, il giovane militante irriducibile lottatore contro la mafia, ucciso da Cosa nostra nel 1978. Dopo 34 anni non solo non si è fatta ancora luce sul crimine che all’epoca suscitò scalpore anche fuori d’Italia ma addirittura si scoprono nuovi depistaggi. Pubblichiamo una parte del pezzo di Sabrina Pisu dell’Unità di oggi.
“In soccorso alla verità, arriva la Provvidenza. Provvidenza Vitale è il nome della casellante di Cinisi all’epoca del delitto Impastato, una testimone chiave, lo sguardo diretto sul passaggio a livello della linea ferroviaria Palermo-Trapani quando era di guardia quella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 in cui il corpo di Peppino è stato dilaniato da una bomba. Lei ha visto in faccia i sicari, ancora senza nome, di Peppino. Per i carabinieri della stazione di Cinisi la donna, oggi 88 anni, era “irreperibile”, “irrintracciabile”, immigrata negli Stati Uniti, risucchiata nel nulla. Avvolta nel silenzio. Dopo oltre trent’anni si scopre che la donna non aveva mai lasciato la sua casa, a pochi chilometri dalla stazione. A scoprirlo è stata la Dia di Palermo, in seguito alla riapertura dell’inchiesta voluta dalla Procura di Palermo, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto Francesco Del Bene stanno indagando sui possibili depistaggi.
“È una cosa strana quella che è successa, mi dice Antonio Ingroia, questa donna era stata dichiarata in capo al mondo, quando invece stava a casa sua, a pochi chilometri dal luogo del delitto. Di dimenticanze, depistaggi, coperture in questa vicenda ce ne sono state molte. Noi stiamo cercando di capire se questi depistaggi sono colposi o dolosi, con l’obiettivo di esserlo.” Provvidenza Vitale è stata interrogata ieri dal pm Del Bene: “Ho ricordi vaghi di quella sera”, ha detto.
Chissà se dalla nebbia del passato affiorerà nella sua memoria il ricordo di quei volti, in quella notte di sangue. Una cosa per ora è certa, lei è sempre stata nella sua terra, nella sua casa, con la sua famiglia composta da sei figli dove spunta anche un genero carabiniere.
“Qui è stato commesso un crimine – mi dice Giovanni Impastato, il fratello di Peppino che ha chiesto la riapertura delle indagini – che si chiama depistaggio, è impossibile che la testimone più importante non sia stata mai cercata, come lei stessa ha confermato. Lei era a cento metri dal delitto. È la prova del depistaggio, un depistaggio scientifico. I responsabili devono pagare e hanno un nome e un cognome: il generale Antonio Subranni, che nel 1978 era il comandante del reparto operativo dei carabinieri di Palermo, e coordinava le indagini sulla morte di mio fratello e il procuratore Gaetano Martorana”.
Punto. Italia di ieri, Italia di oggi.
A poche settimane dall’inizio del nuovo anno è necessario riflettere su quanto è successo nel 2009. Sulle parole chiave di un momento storico caratterizzato, non solo, dal gossip. Negli ultimi mesi si è parlato spesso di mafia. Anche se non in modo esplicito.
Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare la giornalista Laura Aprati che insieme ad Enrico Fierro ha realizzato Malitalia.
Procediamo con ordine. Quali sono gli elementi che contraddistinguono “Malitalia” dagli altri libri di denuncia?

La crociata del Carroccio di Umberto Bossi a favore dei dialetti locali prosegue. Continua nel peggior modo possibile. Il sindaco di Ponteranica, un paese di provincia di Bergamo, ha infatti rimosso una targa in memoria di Peppino Impastato.
Secondo il primo cittadino non è giusto omaggiare, seppur con un simbolo, il giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978 poiché la sua storia non è strettamente legata al territorio che amministra.
Di parere contrario, ovviamente, la rappresentante della minoranza appartenente al Partito Democratico. D’accordo, probabilmente, i rappresentanti della Lega che fanno parte del Governo.
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