
Gianfranco Fini è intervenuto ieri sera a Ballarò sul fuorionda finito in home page su Repubblica.it: e c’è poco da dire. Qui c’è un politico, di razza, che vuole più di quanto stia ricevendo ora. C’è una coalizione fatta di gente che si sopporta poco, sempre meno, ma che sta insieme per amore del Potere. Quell’amore che al solito, incolla a ogni poltrona.
Fini a Ballarò ha specificato che non c’è niente da chiarire, a riguardo dello “statte cheto” e del “monarca assoluto” che ha rivolto al Presidente del Consiglio: e ci mancherebbe anche altro, visto che credo qualunque persona sottoscriverebbe quanto ascoltato nel fuorionda:
Fini: “No ma lui, l’uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di… qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo… magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento… siccome è eletto dal popolo…
A bruciapelo: dovendo scegliere, siate voi elettori di destra, centro, o sinistra - e qui siamo un po’ sulla scia di un sondaggio passato che aveva offerto risultati inequivocabili - chi preferireste trovarvi sulla scheda?
Non immaginava di essere ripreso da un cineoperatore, Gianfranco Fini, mentre discorreva amabilmente a microfono aperto con il suo amico procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi, seduto accanto a lui a Pescara, durante la giornata conclusiva del Premio Borsellino. Argomento: Berlusconi, ovviamente.
Vediamo alcuni passaggi delle esternazioni del Presidente della Camera:
Fini: “Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza (ndr il pentito Gaspare Spatuzza)… speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da… perché è una bomba atomica”
Trifuoggi: “Assolutamente si… non ci si può permettere un errore neanche minimo”
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L’Italia, paese di Guelfi e Ghibellini, non si smentisce mai. O di qua o di là. Quindi vive (e vegeta) nel valzer delle esagerazioni.
Prendiamo queste ultime vicende dei sindaci (Iervolino a Napoli, D’Alfonso a Pescara ecc.) i cui epiloghi – allo stato attuale - tendono ad “esaltare” l’indipendenza e l’autonomia dei primi cittadini nei confronti dei partiti d’appartenenza (in questi casi il Pd).
Il sindaco è esponente istituzionale, non partitico, risponde solo a chi lo ha eletto democraticamente e oggi anche direttamente, cioè ai cittadini. Non è tenuto ad eseguire né tanto meno subire ordini dal proprio partito. Giusto.
Ma il troppo stroppia. Si è passati dai tempi di Peppone quando il sindaco era “espressione” totale del proprio partito (di solito il sindaco era il numero uno del partito nella realtà territoriale) a oggi, quando il sindaco risponde solo … a se stesso.
Esautorate le assemblee elettive, esasperato il concetto di autonomia dal partito che li ha individuati, indicati, messi in lista e appoggiati, i sindaci eletti (così come i governatori di province e regioni) decidono poi, come antiche feudatari, per “proprio conto”, gestendo il potere a proprio uso e consumo.
Anche quando, come a Napoli, a Pescara ecc, sono sotto il tiro della magistratura o sotto valanghe di nodi irrisolti di tipo amministrativo e politico.
Rispondono ai cittadini? Ma come e quando? Il potere del cittadino elettore sta nel poter esercitare “solo” il diritto di voto. E nel frattempo?
Non si rischia di arrivare troppo tardi e di far incancrenire situazioni a danno della collettività. Nodi che andrebbero affrontati e risolti “politicamente”, con la “mediazione” politica?
La sensazione è che, in questa fase di bipolarismo coatto e di leadership finte o imposte, a mancare è proprio la politica. Che latita. Un uomo solo al comando della nazione. Un uomo slo al comando nel territorio.
La democrazia può essere soffocata dalla “troppa” politica. Ma anche dalla assenza della politica.
Certo non ha contribuito alla distensione l’apparizione in Tv di Walter Veltroni e il muro contro muro eretto nei confronti di Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori ha ribattuto da par suo, come avrete letto, e il primo banco di prova dei nuovi rapporti di forza potrebbe essere proprio la tornata amministrativa abruzzese. Come ricorderete, infatti, la decapitazione della giunta in seguito alla presunta corruzione del presidente Del Turco ha imposto elezioni anticipate, che per la cronaca avranno luogo il 30 novembre.
Mentre però il Pdl presenta un candidato condiviso nella persona di Gianni Chiodi, il Pd rifiuta di appoggiare il candidato dipietrista Carlo Costantini con la motivazione che sarebbe come cedere al diktat dell’ex-pm, quando buona norma vorrebbe che i nomi si scegliessero insieme. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che i Democratici continuano a sfogliare la margherita, e non è una battuta, incapaci di trovare una personalità tale da far confluire l’apprezzamento di tutte le parti in causa.
E così mentre da sinistra il Prc annuncia di correre da solo, denunciando ”l’atteggiamento suicida del centrosinistra che, presentandosi diviso rischia di consegnare la Regione al centrodestra”, dall’altra parte la coalizione lavora per allargare il consenso assorbendo una parte dell’Udc. Si verifica anche qui un caso simile a ciò che sta accadendo in Trentino, infatti, con la scissione del partito centrista e la nascita di una forza nuova, Abruzzo Futuro, guidata da Carlo Masci. Quest’ultimo dunque sosterrà Chiodi, mentre il resto dell’Udc correrà a sua volta con un candidato proprio, alimentando quella frammentazione che rischia di favorire enormemente l’uomo del Pdl.
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