Chi l’ha vista la maggioranza? In evaporazione, in grande difficoltà numerica e politica, come si è dimostrato oggi al Senato sul Dfp. Rinviata così alla prossima settimana la discussione generale sulla Decisione di finanza pubblica. Mica quisquiglie.
Dice Anna Finocchiaro (Pd): ”Si stanno affrontando 4 questioni oggetto di emendamenti nostri e della senatrice Poli Bortone di Io sud firmati anche da noi, che riguardano il credito di imposta, misure fiscali a favore della famiglia, a favore di assunzioni a tempo determinati per giovani entro i 30 anni con sgravi Ires, a favore delle imprese che operano nel Mezzogiorno”.
Così la maggioranza annaspa dopo anni di promesse a vuoto.
Stanno cercando 10 minuti di tempo ma non per ragionare su questi 4 punti, ma per recuperare i senatori e le persone per le prossime votazioni. I senatori del Pdl non sono neppure in Aula nonostante l’importanza del provvedimento in esame.
La fiducia incassata dal governo due settimane fa si sta rivelando per quello che e’, ovvero un castello di carte tenuto in piedi da improbabili giochi d’equilibrio politico che infatti e’ crollato alla prima vera verifica in Parlamento. Chissà come è contento il premier!
Pdl: ultimatum ko. Voto – 9. L’out out di Berlusconi non piega l’Udc e la Poli Bortone non fa il passo indietro in Puglia. Il Cav. intrappolato?
Pd: ultimo miglio. Voto – 9. Con le dimissioni del sindaco di Bologna Del Bono cade il mito delle regioni “rosse”. Partito liquido o liquefatto?
La giornata politica comincia con un retroscena particolarmente gustoso apparso su Repubblica a firma di Claudio Tito. L’articolista del quotidiano di Scalfari sostiene che in An “aumenta il malumore” per il suo ruolo nel governo: “Per Gianfranco Fini le condizioni poste da Berlusconi sono assolutamente insoddisfacenti”.
Poco dopo le dieci il portavoce del neo presidente della Camera si affretta a smentire: “L’onorevole Fini non ha espresso alcuna valutazione sulla formazione del nuovo Governo. Né intende farlo. I giudizi attribuitigli con grande evidenza da ‘La Repubblica’ sono pertanto esclusivo frutto della fantasia del quotidiano”.
A Fabrizio Alfano si potrebbe anche credere ma, la tensione in An di queste ore, purtroppo, dimostra il contrario. Fini, da parte sua, non può sbilanciarsi molto per ovvie ragioni di opportunità istituzionale. Ma, i colonnelli, si fanno sentire. A via della Scrofa, si ritiene inconcepibile che la vittoria di Alemanno a Roma venga ‘fatta pesare’ ad An rispetto ai ruoli di governo.
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Per quanto riguarda i ministeri principali rimangono da decidere solo Giustizia e Welfare. Tutto lascia pensare che il primo vada a un esponente di sponda Forza Italia (Vito o Scajola, con outsider Pera e Alfano) mentre il secondo se lo aggiudicherebbe AN, soprattutto dopo la levata di scudi di queste ore, con Ronchi o Mantovano. Fino a ieri Ronchi sembrava inattaccabile, ma poi è arrivata la sponsorizzazione forte di Mantovano da parte di Alemanno. Il candidato FI (Sacconi) sembra ormai fuorigioco.
Passando alle poltrone senza portafoglio, sembra ormai tutto deciso o quasi. L’unica incognita potrebbe venire da un eventuale ripensamento o scorporamento del Welfare (che ricordiamolo, accorpa i vecchi Sanità, Salute e Lavoro), per favorire la “spartizione” dei posti e trovarne uno per Sacconi. Allo stato le poltrone (otto) sono così assegnate: Bossi alle Riforme, Calderoli all’Attuazione del Programma, Carfagna alla Solidarietà Sociale, Fitto agli Affari Regionali, Bonaiuti (o Vito) ai Rapporti col Parlamento, Poli Bortone alle Politiche Comunitarie, Stanca all’Innovazione Tecnologica e il tecnico Fazio alla Salute.
In fondo nemmeno il Partito delle Libertà ci credeva fino in fondo, al punto da ipotizzare Gianni Alemanno come costante in uno dei principali dicasteri da attribuire nella compagine di governo. E ora che il Campidoglio è stato conquistato davvero dal centrodestra, urge un ripensamento sulle poltrone anche alla luce del ritrovato potere di AN, forte di un successo così importante e clamoroso.
Dando ormai per scontato il sottosegretariato di Gianni Letta, così come Esteri a Frattini, Economia a Tremonti e Interni a Maroni (anche se qualche voce dissonante parla di una messa in discussione di quest’ultimo), i crocevia principali divengono Welfare e Giustizia. Quest’ultima oscilla sempre tra AN e Forza Italia, e potrebbe risolversi in un duello Mantovano-Vito, mentre il nome della Bongiorno pare eclissarsi. La Russa e Matteoli dovrebbero mantenere Difesa e Infrastrutture, Scajola andrebbe alle Attività Produttive, Fazio alla Salute, Gelmini all’Istruzione, Zaia all’Agricoltura e Bondi, appena silurato dagli elettori a Massa provincia, ai Beni Culturali.
Rimane così aperto il nodo del Welfare, in cui la pole position di Sacconi potrebbe essere insidiata dallo stesso Mantovano o da Giorgia Meloni. E’ di queste ore anche la nuova levata di scudi dell’Alleanza Autonomista di Lombardo, che chiede un riconoscimento tangibile, ma sembra difficile che questo possa concretizzarsi in un dicastero; più probabile un vice-ministero, per esempio a Giovanni Pistorio (Economia).
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Quella vecchia volpe di Bossi ancora una volta ha dimostrato fiuto. Annusata l’aria che tirava all’indomani del grande successo elettorale leghista ha subito alzato i toni e messo in chiaro che il Carroccio non si sarebbe accontentato delle briciole. E così tra veti incrociati e pretese elevatissime il Senatùr ha portato a casa l’obiettivo primario, vale a dire il Viminale. E quale miglior uomo per presiederlo di Bobo Maroni, già ministro degli Interni nel primo governo Berlusconi?
Si compone così il primo tassello del piano volto a costruire un asse forte soprattutto sulla via delle sicurezza; un piano che prevede ora la conquista delle due regioni-guida del nord: Lombardia e Veneto. Il mandato dei due governatori scade infatti nel 2010, anno che vedrà con ogni probabilità l’avvicendamento tra Formigoni e Castelli (sembra infatti tramontata l’ipotesi della discesa del primo a Roma). Più complesso il discorso su Galan, che potrebbe anche decidere di rimanere in Veneto. Tra l’altro Zaia, l’uomo su cui Bossi puntava per la successione, un po’ a sorpresa sarà a sua volta ministro delle Politiche Agricole. Il trio di dicasteri leghisti è completato da Bossi alle Riforme (senza portafoglio), mentre Calderoli sarà vice-premier con Gianni Letta.
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Si è molto dibattuto sulla disfatta elettorale della Sinistra Arcobaleno. La suddivisione in mille rivoli (Sinistra Critica, Partito Comunista dei Lavoratori, Per il Bene Comune…) non ha certo giovato agli orfani del vecchio P.C.I., che per la prima volta nella storia repubblicana si ritrovano senza rappresentanti in Parlamento. Oggi però intendiamo occuparci dell’altra faccia della medaglia, vale a dire le forze politiche schierate alla destra di AN… pardon, del PDL.
Un tempo in Italia esisteva l’arco costituzionale, ovvero un’invenzione “democratica” volta ad escludere il Movimento Sociale Italiano. In pratica un cartello politico antifascista, che spesso utilizzava questo unico punto in comune per trovare degli accordi per così dire trasversali. Anche il vecchio MSI conobbe più di una scissione, vedi Democrazia Nazionale e Fascismo e Libertà, ma perlopiù mantenne aggregata l’area dell’estrema destra parlamentare, fino ad aggiungere orgogliosamente al proprio nome il suffisso Destra Nazionale.
Ora l’area del vecchio MSI è occupata da La Destra, che alle scorse elezioni ha sfiorato il milione di consensi, raggiungendo il 2%, una quota ben lontana dalla soglia della rappresentanza del 4%. E questo nonostante la sovraesposizione del suo unico candidato presentabile, Daniela Santanchè, che con il suo indubbio carisma ha salvato il partito dalla morte politica, che potremmo definire effetto Boselli.

Il toto-ministri è sempre in corso, e si va verso un accesissimo scontro l’epicentro del quale sono le due principali poltrone regionali del nord, Lombardia e Veneto, cuore dell’economia italiana. La Lega chiede con forza di governare laddove alberga il suo principale serbatoio di voti, ma la vertenza non è facile, vediamo perché.
La Regione Veneto è attualmente in mano a Galan (Forza Italia) il cui mandato scade nel 2010; difficile quindi immaginare un ricambio immediato. Per Formigoni la situazione è sensibilmente diversa, in quanto irresistibilmente attratto dalle sirene del governo romano, dove potrebbe ricoprire la carica di vicepresidente del Consiglio, oppure prendere un ministero di grande prestigio, come la Pubblica Istruzione. In questo caso la Lega non può stare a guardare, e per questo ha proposto una candidatura forte come quella di Castelli. Per il Veneto come detto se ne parla nel 2010, ma l’uomo del Carroccio sarebbe Zaia.
Nel gioco delle poltrone c’è però una novità dell’ultim’ora, rappresentata da Albertini. Forza Italia ne ha estratto il nome dal cilindro nell’ansia di contrastare l’imponente offensiva leghista, attualmente operante su altri due fronti oltre a quello succitato, volti ad ottenere 4 ministeri, oppure quello degli Interni, da assegnare a Maroni. Anche il veto sulla Poli Bortone appare più dettato da una strategia generale che da una reale avversione per la persona.
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Negli ultimi due giorni ci siamo ampiamente esercitati nel classico giochino post-elettorale, il toto-ministri, proponendo tra l’altro un sondaggio sulle quota rosa per ora dominato da Stefania Prestigiacomo. Il “pink-poll” è stato impostato per durare una settimana, quindi ieri son caduto dalla sedia quando Silvio Berlusconi ha annunciato che tutto si sarebbe deciso entro la giornata. Fortunatamente ci ha pensato Umberto Bossi a sparigliare nuovamente le carte, riportando la gravosa questione nell’alveo della normalità; in fondo siamo pur sempre in Italia, che diamine!
E allora aggiorniamo la situazione. Il cavaliere aveva pianificato tutto, assegnando 6 poltrone su 12 al proprio partito e suddividendo a metà le rimanenti tra AN e Lega, prima che il Movimento Autonomista di Lombardo irrompesse sulla scena chiedendo a sua volta un dicastero. Ma questo è niente rispetto alle pretese del Senatùr, che fiutando aria di magre concessioni ha deciso di fare la voce grossa chiedendo addirittura 4 ministri. Si tratta della prima mossa nell’ambito della nuova strategia leghista, volta ad ottenere o il Ministero degli Interni (ma sembra molto difficile a questo punto) oppure le presidenze delle regioni Lombardia e Veneto (dal 2010), oltre ai 3 ministeri già previsti. In più Bossi ha pensato bene di buttare sul tavolo anche il veto alla Poli Bortone, la cui poltrona in quota AN appariva ormai certa.
All’indomani della sbornia elettorale è già tempo di previsioni sulla composizione del futuro governo. Silvio Berlusconi, neo-premier in pectore, in preda a un’incontenibile euforia ieri ha telefonato a tutte le trasmissioni televisive, affermando di avere già in mente il suo prossimo esecutivo e confermando l’ipotesi dei 12 ministri, non uno di più non uno di meno. Se in futuro spunteranno anche dei dicasteri senza portafoglio lo vedremo, per l’intanto proviamo a lanciarci nei pronostici.
Berlusconi ha già piazzato dei paletti precisi, avocando al proprio partito il 50% dei posti. Due sono per gli intoccabili Frattini (Esteri) e Tremonti (Economia). Un terzo andrà con grande probabilità alla Prestigiacomo (Pari Opportunità), nell’ambito della quota rosa stabilità nel 33% (4 poltrone). La difficoltà di trovare una seconda donna papabile in Forza Italia (Mara Carfagna?) ci porta dritti all’ipotesi Brambilla, ma rimane da stabilire in quale ministero.
Il restante 50% va dunque distribuito tra Lega e AN, presumibilmente in quote pari, a meno che vada in porto il pressing di un’arrembante Umberto Bossi, che ha provato a sparare al bersaglio grosso, chiedendo gli Interni da assegnare con ogni probabilità a Maroni. La strategia lumbard prevede anche la conquista della presidenza della Regione Lombardia, che andrebbe a Castelli. Se dunque la Lega dovesse ottenere l’uno e l’altra potrebbe accontentarsi di due dicasteri, lasciandone uno ad AN. Sempre in quest’ultimo caso circola la voce della candidatura del capo del sindacato padano Rosy Mauro, che rimpolperebbe le quote rosa, prendendo il Lavoro o qualcosa di simile. Questo sempre ammettendo che Bossi rinunci a fare il ministro egli stesso. In caso contrario il Senatùr (o Calderoli per lui) riprenderebbe chiaramente il suo antico posto alle Riforme.