
Sarà anche vero, come dice Pier Ferdinando Casini, che: “Monti ha davanti un grande problema culturale: far capire ai cittadini che bisogna voltar pagina”. Ma è indubbiamente ancora più vero che sono i politici a dover capire che, per cambiare pagina, bisogna cambiare musica e suonatori. Che non vuol dire cancellare la politica, anzi, all’opposto, la politica deve tornare ad affrontare questioni concrete, fare proposte, confrontarsi, dialogare con i cittadini, non solo consumatori da spremere ed elettori da conquistare col populismo e la demagogia.
Una iniziativa degna di nota giunge da alcuni parlamentari di Pdl, Pd e Terzo Polo, i quali hanno inviato una lettera al neo premier Mario Monti con un pacchetto di proposte volte al contenimento della spesa pubblica e a favorire la crescita. Tra i promotori dell’iniziativa La Loggia (Pdl), Linda Lanzillotta (Terzo polo), e Walter Vitali (Pd), Mario Baldassarri, Paolo Baretta, Renato Cambursano, Marco Causi, Antonio D’Alì, Enrico Morando e Tiziano Treu.
Al centro delle misure il taglio della spesa, la patrimoniale e provvedimenti per la crescita. E’ un tentativo che dimostra che è possibile fare proposte unitarie superando le contrapposizioni politiche, che si può ragionare senza pregiudizi per fare cose utili. Le proposte, trasmesse al presidente del Consiglio Mario Monti, si basano su sei punti.
Il primo riguarda la riforma delle pensioni di vecchiaia e di anzianità. I risparmi dovranno favorire in particolare le donne lavoratrici e i giovani, attraverso politiche di detrazioni fiscali. Si propone che nel 2012 “tutte le nuove pensioni vengano calcolate secondo il metodo contributivo”. Quanto ai requisiti di età per il pensionamento, il requisito minimo dovrebbe essere fissato a 62 anni e quello massimo a 69 con incentivi e disincentivi.
La seconda proposta riguarda una patrimoniale “una imposta ordinaria sulla ricchezza finanziaria e immobiliare, a bassa aliquota, non superiore all’1 per mille, con forme di esenzione per i patrimoni minori, attuata contestualmente a una riduzione del peso fiscale su famiglie, lavoro, pensioni e imprese (Irpef). Lo scopo è di ridurre il peso dell’imposizione su famiglie, lavoro, pensioni e imprese.
La terza riguarda gli incentivi agli investimenti privati nel settore delle infrastrutture e misure fiscali a sostegno delle imprese per l’innovazione e la ricerca. Previste anche misure per dismissioni patrimoniali volte alla riduzione del debito e per ridurre le spese e dei costi delle pubbliche amministrazioni. Infine, la riqualificazione ambientale ed energetica del patrimonio edilizio, con particolare riferimento agli investimenti nel settore delle energie rinnovabili.
Insomma, se si vuole fare, si fa. Come si diceva una volta, conta la volontà politica. Ma reggeranno queste proposte dei “singoli” di fronte agli organismi e ai “padroni” dei partiti?
Ave, Cesare! Ci mancava pure il Cavaliere sotto … mentite spoglie.
Nell’inchiesta sulla nuova Loggia il premier viene citato ripetutamente, celato dal nome dell’imperatore romano.
Per timore delle intercettazioni, non si usano nomi veri, ma la realtà sembra emergere con inquietante e desolante certezza. Al di là dei nomi coinvolti, stavolta Nicola Cosentino, Denis Verdini, Claudio Scajola e tanti altri nel buco nero dell’eolico sardo, gli appalti per il G8, logge segrete, quel che emerge è sconvolgente sul piano politico ed etico: il “berlusconismo” ha creato e permesso meccanismi di tipo feudale.
Con vassalli, valvassori e valvassini che si sono mossi e si muovono utilizzando il potere, brandendolo come una spada, spremendolo come un limone. Solo ed esclusivamente per interessi personali. Ben oltre il: “Mi manda Picone!”.
Il Cavaliere “caimano” si è tramutato in “sultano”, poi, in un delirio di autoincensamento parossistico, il salto nella corona da “imperatore”, sotto il cui ombrello protettivo crescono e si agitano cricche e bande da basso impero.
Così l’Italia sprofonda. Così il populismo di Berlusconi crolla di fronte a una realtà che impoverisce e mortifica il Paese e punisce e sconvolge gli italiani.
Le regole democratiche sono calpestate, il Parlamento dei nominati è solo succube, le istituzioni dello Stato e gli organi costituzionali sono disprezzati, le televisioni sono sotto un unico padrone, la stampa è sempre più attanagliata, l’infezione della corruzione dilaga.
Di fatto, con Governo, maggioranza e Pdl dilaniati, l’Italia è senza guida.
Berlusconi reagisce come sempre, denunciando il clima “giacobino e giustizialista”, chiamando alla nuova crociata contro il “nemico”. Le idi di marzo sono lontane. Ma sull’”imperatore” grava l’ombra del suo … “Bruto”.
Muti come pesci, quelli della Lega. Sulle ronde ieri volevano fare la rivoluzione e oggi tacciono, coperti dalla vergogna del loro fallimento.
Gridava Bossi e minacciava: la sicurezza prima di tutto, la sicurezza davanti a tutto, il controllo “popolare” del territorio, dateci le armi, i bastoni, un fazzoletto verde, e il cittadino sarà di nuovo “libero” e sicuro, ovunque.
Ci vorranno anni e anni per depurarsi delle balle e dei danni del populismo e della demagogia di quelli del Carroccio e del padre padrone che li ha foraggiati pro domo sua.
Perché ne parliamo ancora?
Perché a Treviso la Lega torna alla carica e canta vittoria per aver piazzato ottanta nuovi occhi elettronici per controllare il territorio. Di cui continua a non fidarsi.
E’ un progetto di videosorveglianza estesa a 27 comuni della Marca trevigiana.
Per questo, in barba alla manovra, hanno speso oltre cinque milioni di euro, il prezzo della diffidenza.
Dalle ronde degli occhi avvinazzati in verde alla sofisticata tecnologia degli occhi elettronici. La gente paga e poi li vota. Anche. Finchè dura.
Quelli che oggi sono nel Pd, negli ultimi quindici anni hanno cambiato di tutto, a cominciare dal nome e dal simbolo, ma non sono stati capaci di cambiare di una virgola la politica di Berlusconi.
Politica fatta da impasto di populismo e di demagogia, utilizzazione delle strutture pubbliche come strumenti di potere di un partito, regole e leggi piegate a proprio uso e consumo, conflitto di interesse.
Non è mai troppo tardi per la “dirigenza” del Pd di portare idee e proposte reali al cuore della gente…. lasciando da parte quella sufficienza un po’ snob, che da sempre distingue i “capi” del partito.
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La crisi della Grecia e dell’Euro ha cambiato tutto: la fase politica non è più la stessa, e solo pochi non se ne sono accorti. Tra questi non può certamente essere annoverato Silvio Berlusconi, e le sue dichiarazioni degli ultimi giorni, solo apparentemente bizzarre, ne sono una prova lampante.
L’uscita all’OCSE su Mussolini – “non comando io, ma i gerarchi” – è stata una magistrale operazione di spin, con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai sacrifici della manovra, facendola bisticciare sull’ormai logoro cleavage fascisti – antifascisti. Ma non solo.
E’ stata anche l’esempio più plateale della nuova linea del Cavaliere: cercare in ogni modo di rappresentarsi di fronte al pubblico come privo di potere – e quindi di responsabilità – in una fase in cui dall’azione dell’esecutivo gli italiani si possono aspettare, Letta dixit, solo “lacrime e sangue”. Tutto il contrario del presidente del “fare” e del “ghè pensi mi”.

Quello che Silvio Berlusconi ha fatto con l’ex ministro Scajola si ripeterà ogni qualvolta uno dei suoi “big” cadrà nelle maglie della giustizia o incapperà in qualche “disgraziata” vicenda.
Il premier, cioè, prima farà finta di niente, poi scaricherà il malcapitato di turno (adesso tocca a Verdini?).
Ma premier, governo e maggioranza sono su un piano inclinato, scivolano in un tunnel senza via d’uscita. Il populismo e la demagogia non reggono più di fronte a una realtà che fa acqua da tutte le parti.
Qui c’è davvero un Paese da salvare, sul piano economico, ma anche su quello culturale e morale. E chi lo salva quando il “tonfo” dimostrerà il “vuoto” del berlusconismo?
Il Pd del giovane fiorentino Renzi, che quasi quasi fa rimpiangere nientepopodimenoche il voltagabbana Capezzone? Il Pd della “volpe del Tavoliere” D’Alema, che perde l’unica qualità che aveva, cioè la freddezza, facendosi trascinare nel volgare chiacchiericcio da pennivendoli inutili e prezzolati? Il Pd delle “lenzuolate” di Bersani, segretario sor tentenna?
La Seconda repubblica ha promesso l’alternanza, le riforme, la stabilità, la politica pulita. Invece si è messo in discussione il primato dello Stato come “interesse generale” e lo si è sostituito con l’antipolitica e il malaffare, l’egoismo privato e sociale, la paura degli altri, la difesa con le ronde del proprio territorio, il disprezzo della legga, l’attacco alla dignità e ai diritti del lavoro.
Gli italiani, invece dell’agognato paese dei balocchi, adesso rischiano l’inferno della Grecia.

Eccola, la double face della Lega, partito di lotta e di governo! E soprattutto di “furbi” e di “furbate”.
L’ultima trovata è del neo presidente della regione Piemonte Roberto Cota che fa subito un atto “rivoluzionario” rinunciando sic et simpliciter nientemeno che all’auto blu, poderosa Lancia Thesis, nonché ai due autisti. Il governatore non scherza e dal balcone, urbi et orbi, annuncia: “La metto in vendita”. Bene. Da qualche parte si deve pur cominciare per tirare la cinghia e dare l’esempio.
E come si muoverà il signor presidente? Nessun problema, provvede “Re Umberto”, alias la Lega, che metterà a disposizione di Cota una … attempatissima Volvo con relativi autisti di partito. Basta auto blu di stato, largo alle auto verdi, di partito! Si troverà sempre un militante che …spinge.
Perché non spostare anche gli uffici del presidente (e non solo quelli) dalla regione nella sede del Carroccio? Giusto per farla finita con quei pallosi “distinguo” fra istituzioni e partito. Tanto per stare in linea con il governo nazionale, che invece di discutere in Parlamento a Roma, decide tutto nella reggia di Arcore.
La demagogia e il populismo pagano. Con una mano si liquida un’auto blu con gli annessi e connessi e con l’altra (solo per fare uno dei mille esempi ..) si dice “no” all’abolizione delle province gettando una montagna di milioni di euro. E si punta tutto su un federalismo Made in Italy, moltiplicatore di posti e di spese.
Poi, con l’auto di partito si arriva prima, anche a metter mano alle banche del Nord. E a intascare quel che è … “giusto” intascare.
Di sicuro Cota riceverà, dopo i voti, anche gli applausi. E il partito dei grandi “sprechi”, che è trasversale e che annovera anche la Lega, continuerà imperterrito nel malgoverno. Come dimostra l’aumento vertiginoso (e vergognoso) della spesa pubblica.
Come la Guardia napoleonica, la “prima linea” berlusconiana si chiude a riccio, a difesa di Guido Bertolaso.
Lo fa per salvare il Premier. Quindi per salvarsi. Se crolla la diga del capo della Protezione civile, simbolo sul campo della politica “del fare”, la valanga travolge tutti e spazza via l’intero sistema berlusconiano.
Che è un sistema di potere, ideato sulle macerie della prima Repubblica: la “furbata” dell’antipolitica per fare la politica dei propri interessi, salvarsi dai tribunali, arricchirsi a dismisura.
Una gran torta dove a tutti, o meglio, ad alcuni dell’immensa corte, a strati, vengono assegnate fette, o briciole, a seconda del livello e dei servigi. Sistema di potere retto sul consenso democratico (e l’aiutino di leggi elettorali “porcellum”), manipolato dai possenti media personali e alimentato con la demagogia e il populismo.
Distrutte identità, appartenenze e cultura, si è creato un reality show permanente, lasciando a tanti l’illusione di diventare potenti e ricchi o, quanto meno, la certezza di poter fare i propri comodi (soprattutto non pagare le tasse), al di fuori dei lacci e lacciuoli delle regole (del mercato) e delle leggi (istituzionali). Ovviamente a difesa del liberalismo economico e della libertà, uniti contro i comunisti, contro i “diversi” e tutti quelli che non “obbediscono”.
Più di Silvio Berlusconi, Umberto Bossi “fiuta” l’aria e sente odore di tempesta.
Il Senatur fa accantonare la Spa sulla Protezione civile, dimostrando che è lui a tirare i fili di un governo sotto pressione per la bufera giudiziaria che si è abbattuta su Bertolaso (difficilmente resterà al suo posto) e si frega le mani nel vedere il Premier impantanato, prendere sberle e non reagire.
Di questo passo, Bossi sa bene che sarà la Lega a raccogliere i frutti alle prossime Regionali. Frutti che matureranno oltremodo in seguito, dando al leader del Carroccio non più solo il diritto di veto ma quello di marcare il cammino del governo. Insomma, i classici due piccioni (Berlusconi e Fini) con una fava.
La patata bollente Bertolaso, la “bombetta” Verdini, le tangenti di Pennisi (iceberg di una nuova “Duomo connection”?), tutte le inchieste in corso e altre annunciate, rischiano di fare degenerare la situazione, fino a condizionare la campagna elettorale e il risultato delle urne, a danno del Pdl.
Si allarga a macchia d’olio l’idea che il “berlusconismo” ha alimentato la illegalità “gelatinosa”, è un sistema per i “liberali” avidi, più “furbi” dei “furbi”, al di fuori di regole e leggi, retto sulle bustarelle, sulle leggi ad personam, sui commissari straordinari, sulle emergenze senza fine, un sistema basato sui deputati nominati, sul populismo e sulla ricerca spregiudicata e demagogica del consenso, tutto ad uso e consumo del padre/padrone e della sua corte.
Basta che un anello (Bertolaso) ceda e salta l’intera catena.
Il cerchio si chiuderà dopodomani domenica 13 dicembre, con la manifestazione del Pdl a Milano.
Sarà la prova di forza del Cavaliere, forse l’ultima adunata prima della chiamata anticipate alle urne, per tentare il plebiscito/referendum fasullo.
Si chiude la fase del partito del “predellino” e si entra (questo l’obiettivo del Premier) nell’ultimo miglio per dare corso all’era dell’Italia “presidenzialista” firmata Silvio Berlusconi.
Non la “grande” Italia, sull’onda dell’America nuova, aperta, democratica e liberale dello Zio Sam, alias Obama l’”abbronzato”, ma un Ducato vintage, alla mercè di un sultano brianzolo, Zio Paperone “montato” e “spompato”, che grida e minaccia emulando “caudilli” d’altri tempi e d’altri posti, poi diventati marionette patetiche.
Adesso l’Italia vive sul filo fra la farsa e la tragedia.
L’irresponsabilità di Bossi e di quasi tutto il Pdl (grave il silenzio del presidente del Senato Schifani) nell’accodarsi al “delirio” del Premier dovrà presto misurarsi con le conseguenze politiche e sociali delle prossime settimane.