
Credo che siano molti, al di là degli schieramenti, gli italiani che considerano negativamente la piega presa dalla nostra democrazia negli ultimi anni: populismo, sfiducia sempre crescente verso la “casta” politica, incapacità di crescere e di guardare al futuro, non solo dal punto di vista economico.
Se vi capitato spesso di chiedervi: “Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?” allora questo libro di Guido Crainz (docente di Storia Contemporanea all’Università di Teramo) fa decisamente per voi.
Crainz esordisce facendo un po’ di chiarezza: le radici della situazione ordierna non vanno cercate in “vizi plurisecolari” o in tare sociali dell’“italiano tipo”. “Si può prescindere dal Cinquecento”, dunque, perché le cause vanno cercate molto più vicino a noi, nella storia della Prima Repubblica Italiana nata nel ’45, e in particolare nella sua traumatica scomparsa dopo Tangentopoli.

Come spiegare il fatto per cui Berlusconi vede nel pronunciamento della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano una lesione della volontà popolare e invece gli italiani – come abbiamo mostrato ieri e come Ipr-Marketing ha confermato oggi – stanno dalla parte della Consulta?
Ragionare su questo evidente paradosso ci costringe ad affrontare in profondità un concetto, quello di volontà popolare, che fin dalle sue origini in Rousseau (che parlava di “volontà generale”) è altamente problematico.
Il “popolo” infatti, è un’entità collettiva, composta da tantissimi singoli cittadini. Il concetto di “volontà”, invece, ha un senso se applicato agli individui, ma la sua trasposizione per analogia al “popolo” è in una certa misura un’indebita forzatura, una finzione.
Come possono milioni di persone che non si conoscono avere un’unica “volontà”? E una volta ammesso che esista, come conoscerla? Qui interviene il principio della maggioranza, che in prima battuta appare risolutivo, ma invece conduce ad altri problemi.

Hanno fatto molto rumore le dichiarazioni di Renato Brunetta di venerdì a Cortina d’Ampezzo. Giusto per capire di cosa stiamo parlando, ne riportiamo alcuni estratti significativi:
“Ci sono elite irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di stato (..) Sono sempre le solite: quelle della rendita parassitaria, della rendita burocratica, della rendita finanziaria, della rendita editoriale, senza alcuna legittimazione democratica e popolare. Questa sedicente élite che ha la puzza sotto il naso, che ci spiega sempre come va il mondo, ha pensato solo a come far cadere il governo.. (..) che guarda caso cominciava a colpire proprio le casematte della rendita. (..) La povera sinistra sarebbe nata con altri scopi e invece si fa condizionare da un’élite di merda (..) mi riferisco alle cattive banche, alla cattiva finanza, ai cattivi giornali. (..) Stanno preparando un colpo di Stato”
Diversi commentatori, dal candidato alla guida del PD Pierluigi Bersani a Michele Serra di Repubblica, hanno parlato di “populismo“. Un termine usato spesso come insulto nel dibattito politico, ma che costituisce in realtà un fenomeno politico contemporaneo di tutta rilevanza, che è stato analizzato in profondità dagli studiosi della politica. Vediamo come dopo il salto, per cercare di fare un po’ di chiarezza.
Continua a leggere: Brunetta, le "élite di merda" e il populismo: un'analisi critica
In quanto a “populismo” e a “demagogia” Antonio Di Pietro non ha rivali.
Il leader dell’Idv non sbaglia nell’accusare Berlusconi “per aver ridotto il Paese al lastrico, all’invivibilità e al discredito internazionale”.
Ma che c’azzecca paragonare il Cav a Nerone, Catilina, Hitler e Mussolini? Che c’azzecca affermare che “Presto ci sarà l’implosione di Berlusconi, che cadrà con il dito alzato, facendo finta di niente fino all’ultimo minuto, esattamente come Saddam Hussein”.
Altri personaggi, altre storie, altre nazioni, altro contesto internazionale. Allora?
Delle due, l’una: o l’ex pm è “fuori” (“E’ un bandito!”, chiosa Bondi), o spara cazzate solo per galvanizzare i suoi.
Il risultato? Centrodestra (al limite dell’implosione) che si ricompatta, Pd e Udc in evidente difficoltà, antiberlusconiani in tilt per il parossismo esasperato giustizialista di Tonino.
Di Pietro centra un colpo ogni cento. Ma anche stavolta spara a vanvera, si limita agli “spot”. Per un attimo di visibilità, per cercare un voto in più.
Calmati, “ercolino”!
Si continua a non voler capire (o si finge di non capire) qual è la questione sollevata da Gianfranco Fini. Non una questione di lana caprina, una scusa per “detronizzare” Berlusconi, destabilizzare il Pdl, la maggioranza, il governo.
Fini ha messo il dito sulla piaga. Non solo ha criticato il modo d’essere del Pdl (cioè del “suo” stesso partito), la sua natura, la sua fisionomia, il suo spessore democratico, ma ha voluto difendere le Istituzioni dall’uso “improprio” che ne fanno leader e partiti, soprattutto dalla concezione che Berlusconi ha delle assemblee elettive, del parlamento e così via.
Quando le Istituzioni (leggi Parlamento) sono ritenute un “fastidio”, un inutile orpello, quando ci si beffa delle regole, si spinge al fai da te (le ronde?) ci si rifugia nel populismo e nella demagogia e si invocano pieni poteri perché decida sempre l’uomo “solo al comando”, è evidente che lo strappo alla democrazia è già consumato.
E’ questo il nodo che divide irreparabilmente Fini da Berlusconi. Altro che Feltri e i dossier a “luci rosse” del Giornale!
Continua a leggere: Ore 12 - Lo scontro Fini-Berlusconi porta alla "terza Repubblica"?

Nei giorni scorsi ho cercato di mettere in evidenza come un’escalation polemica tra l’Italia di Berlusconi e l’Unione Europea sia uno sviluppo probabile per gli anni a venire. Innanzitutto per la debolezza dell’opposizione interna (vedi alla voce PD), che apre spazi all’intervento di attori esterni.
In secondo luogo, per il bisogno innato di nemici che anima il berlusconismo come fenomeno populista. Nel momento in cui la sinistra cessa di essere un avversario credibile, contro cui far risaltare le virtù dell’“appello al popolo” della destra italiana, c’è bisogno d’altro.
L’Unione Europea è un candidato ideale al ruolo di nemico, per varie ragioni, e l’esito di un eventuale scontro Berlusconi-UE è tutt’altro che scontato. Il Cavaliere ha altrettante possibilità di uscirne distrutto quante ne ha l’Unione di risultare – alla fine delle ostilità – ulteriormente indebolita. Vediamo perché.
Continua a leggere: Berlusconi contro l’Unione Europea: le possibili conseguenze di uno scontro

Ieri ho cercato di illustrare su queste pagine perché – a mio avviso – il conflitto tra l’Italia e l’UE costituirà un fenomeno sempre più frequente nei prossimi anni: alla debolezza dell’opposizione politica interna tenderà infatti a corrispondere quasi automaticamente un rafforzamento della polemica del governo verso attori esterni – come l’UE.
Questo in parte perché cercare di eliminare ogni conflitto e contestazione è un’impresa vana, una vera e propria fatica di Sisifo. Un po’ come cercare di cancellare la prostituzione da una città: il massimo che si può riuscire a ottenere è il suo spostamento da un quartiere all’altro. E in questo caso, il conflitto si sposta (anche) verso il livello europeo.
Ma questa è solo una parte della storia: l’altra fondamentale argomentazione a sostegno della mia previsione ha infatti a che fare con la natura profonda del berlusconismo, che in quanto fenomeno politico populista ha bisogno di nemici come dell’aria che respira.
Il lezzo della monnezza napoletana e campana ha oltrepassato per anni i confini nazionali.
I nodi che asfissiano quei territori sono anche complessi ma spesso fanno gridare alla “vergogna!” e allo “scandalo!” per come sono affrontati dai partiti e dalle istituzioni. Si dice sempre: “Sono questioni che non si risolvono in un giorno”. Giusto.
Ma sono troppi anni che comune di Napoli e regione Campania promettono il miracolo che però non avviene. I fatti dimostrano che a sfascio si aggiunge sfascio.
Sono i partiti e i rispettivi ras e cacicchi che depredano il territorio e le sue risorse ingrassando le clientele in un circuito perverso dove a farla da padrona è la malavita organizzata.
Qui, più che a riciclare i rifiuti, pensano a riciclare i politici che hanno perso la faccia, ma che non vogliono perdere la poltrona. Prolificano i “portatori” di tessere e di voti che gridano strumentalmente, come altrove, “O Sud o morte!”: sono intoccabili perché tengono in vita correnti e rivoli indispensabili per il potere: ecco perché nessun partito e nessun leader nazionale muove un dito per fermarli.
D’altra parte, dal centro alla periferia, si moltiplicano catene di comando e cordate di iscritti fondate sul fidelismo (e non solo ..) e finalizzate alla distribuzione del potere e del sottopotere. Inefficienza, populismo, autoritarismo si saldano. Muoiono la politica, la partecipazione, la democrazia.
Continua a leggere: Ore 12 - Rinnovamento della politica: i tromboni trombati
Non c’è bisogno dell’Istat per capire che l’Italia non ha una faccia sola.
C’è il Belpaese del gossip, della casta, del populismo, dei privilegi, dei due pesi e due misure, del farsi beffa di regole e leggi. Del paravento dell’antipolitica che grazie alla politica (quella più vergognosa e becera) domina tutto e tutti.
Poi c’è il Paese di chi è costretto sempre a tirare la cinta, di chi non ce la fa ad arrivare a fine mese, di chi perde stipendio (abbiamo i redditi medi più bassi d’Europa) e ogni speranza.
Oltre 5 milioni di famiglie sono con l’acqua alla gola.
Il governo fa quello che hanno sempre fatto tutti i governi in difficoltà: depista.
Inventa nemici, lancia le ronde dei “beoti”, riscopre le cannoniere contro i disperati delle carrette del mare mentre riscopriamo i “corsari” dei secoli passati.
Insomma, l’Istat certifica ciò che si vede e si sente in giro: cresce la disoccupazione, il disagio sociale, la povertà.
In Italia è la prima volta che un Premier nega così pervicacemente la crisi.
Spesso ci si è divisi sulle cause e sulle medicine da dare al malato, ma mai la malattia è stata negata.
Nel governo, spinto dal premier, c’è la corsa al populismo. Nell’opposizione, poche le eccezioni, c’è la rincorsa alla corsa al populismo della maggioranza.
Non c’è un dato che dimostra che l’Italia sta bene. Non c’è un dato che dimostra che gli italiani l’abbiano capito.

Ad Antonio Di Pietro che arringa la folla di Piazza Farnese insinuando a “silenzi” mafiosi del capo dello Stato hanno risposto il Colle: “Frasi pretestuose e offensive” e il presidente della Camera Fini: “E’ lecito e naturale il diritto di critica politica, ma questa non può mai travalicare il rispetto che si deve al presidente della Repubblica, che rappresenta tutta la Nazione”.
Tutte le forze politiche hanno espresso solidarietà a Giorgio Napolitano.
Ribadito che in democrazia chiunque ha il diritto di esprimersi, non è però insignificante “come” ci si esprime e a “chi” ci si rivolge. Non solo evidentemente sul piano grammaticale ma su quello politico e istituzionale.
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