Parziale retromarcia del governo, che si è visto costretto a modificare una parte delle norme su assegni sociali e precari dopo le sonore proteste di ieri da parte di sindacati e centro-sinistra. Per la verità anche da alcuni ministri della maggioranza, in particolare Brunetta (Funzione pubblica), Sacconi (Welfare) e Meloni (Giovani), si erano levate numerose perplessità, cosicché in serata lo stesso ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha annunciato l’emendamento delle norme contestate. Vediamo di che si tratta.
Abbiamo affrontato già ieri l’argomento precari, e le motivazioni che hanno spinto a bloccare le assunzioni di tutti i lavoratori in causa con la propria azienda, correggendo l’eventuale pena di quest’ultima in un risarcimento tra i 2,5 e i 6 mesi di stipendio. Il provvedimento, che noi avevamo ribattezzato salva-Poste, doveva appunto servire a evitare l’assunzione a tempo indeterminato di una decina di migliaia di persone da parte di Poste Italiane, fatto che avrebbe potuto portare a un crollo verticale dell’azienda statale. Da parte nostra avremmo visto bene anche il licenziamento in tronco di qualche dirigente furbo o incapace che aveva approfittato della situazione, ma ciò che conta è che ora sarà inserito un emendamento che circoscriverà il tutto al solo caso delle Poste, escludendo i contenziosi in atto con tutte le altre aziende.
Caso numero due, gli assegni sociali. I nuovi criteri di assegnazione prevedevano un minimo di dieci anni di contribuzioni per potervi accedere; una norma voluta dalla Lega per evitare di pagare la pensione a tutti i lavoratori stranieri arrivati in Italia grazie alla legge sul ricongiungimento familiare. L’idea di per sè era sacrosanta, ma così strutturata alimentava il paradosso di escludere improvvisamente dall’assegno tutti gli emigranti rientrati dopo i 65 anni, oltre ad altre categorie come religiosi, disabili e casalinghe.
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La tragedia di una norma ridicola, potremmo commentare parafrasando una celebre pellicola di Bertolucci. Si sta facendo infatti un gran baccano su un provvedimento già approvato alla Camera nell’ambito del pacchetto economico e passato completamente sotto silenzio fino a pochi giorni fa. Ora che l’opposizione si è destata dal torpore e che il Governo fa lo gnorri sarà tempo di cercare di capire di cosa si tratta.
La norma prevede la cancellazione dell’obbligo di assunzione a tempo indeterminato in caso di sentenza favorevole al lavoratore da parte di un giudice del lavoro. Questo attualmente può avvenire per molti contratti di lavoro atipici rientranti nel precariato, ma solo (è bene sottolinearlo) per aziende con più di 15 lavoratori. Le altre devono pagare al lavoratore un numero di mensilità variabili da 2,5 a 6.
In sostanza l’emendamento di cui tanto si parla parifica le grandi aziende alle piccole e consente anche a loro di cavarsela con un risarcimento. La norma, che secondo Confindustria va nella giusta direzione della flessibilità del lavoro, ma che è stata scaricata sia da Brunetta che da Sacconi (il padre vero non si trova) potrebbe essere ribattezzata salva-Poste. La sua funzione infatti è di evitare che le Poste Italiane (cioè noi, ricordo a tutti) si vedano costrette ad assumere a tempo indeterminato migliaia di lavoratori precari, evidentemente contrattualizzati in modo approssimativo, approfittando di un vuoto legislativo esistente.
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