
Tra poche ore il Senato voterà la fiducia al governo Monti. La Lega dovrebbe essere l’unico grande partito all’opposizione (ne ha parlato Luca qui), il nuovo esecutivo dovrebbe ottenere una maggioranza bulgara. Tra i bulgari dovrebbe esserci anche Renato Brunetta che, in un’intervista al Corriere, ha detto:
“Sono professore come Monti, amo questo Paese e sono una persona seria. Il premier è uomo capacissimo e di prestigio e sarà al di sopra delle parti. Ma voglio che dica bravo Brunetta, brava Gelmini, viva la legge di stabilità».
Non chiede un po’ troppo?
«Il governo Berlusconi è stato uno dei migliori della storia e io da Monti mi aspetto un’operazione verità».”
Ecco, il governo Berlusconi è stato uno dei migliori della storia. Soprattutto per quanto riguarda la gestione dell’economia, aggiungerei. Comunque, la frase più divertente è un’altra, seguiteci dopo il salto.
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Anche Luca Montezemolo si rivolgeva speranzoso a Bisignani: gli aveva assunto il figlio in Ferrari, gli chiedeva un sostegno sui treni Ntv e si raccomandava per le produzioni Rai dell’ex compagna, Edwige Fenech. Il soldatesso alle grandi…manovre
Ma il più inguaiato nell’affaire P4 è il magistrato-deputato del Pdl che aveva il merito di raccogliere informazioni giudiziarie su Letta o Verdini. Il palazzo trema e il Cav preferisce, quando può, rifugiarsi a Villa Certosa. Alfonso Papi
Il ‘responsabile’ Giampiero Catone confessa: “Ho il porto d’armi da 20 anni e ho sparato a delle persone che si erano introdotte nel mio giardino”. Un vero duro che sa difendersi e sa farsi giustizia. Al Catone
Maurizia Russo Spena è la lavoratrice atipica che Renato Brunetta ha reso celebre con la sua sparata sui precari. Il governo non ama il blocco sociale dei giovani lavoratori senza garanzie. Le uniche ragazze ‘flessibili’ ben accette ad Arcore di solito praticano il cottimo notturno. Russo Sperma
Un documentario sensazionale del National Geographic racconterà la vita e i rischi dell’ultima razza animale in via d’estinzione: i finiani. I ragazzi dello zoo di Bocchino
Torna il Bobo celodurista. Maroni sulla Libia: “Noi mettiamo i soldi per cacciarlo e Gheddafi gioca a scacchi”. Arrocco Siffredi
Il centrodestra ha un nuovo incubo: internet. Ma politici illuminati come Stracquadanio e Brunetta non capiscono che dietro lo strumento c’è la società civile e la sua rabbia? Basterebbe ascoltarla. Can che abbaia non modem
Lo stesso Brunetta sente la parola precario e scappa via come Superman di fronte alla criptonite. Ma come? Non è questo il governo che si è convertito con Tremonti alla tutela dei deboli e all’economia sociale di mercato? Modello re-nano
Silvio Berlusconi: avvitato. Voto 4-. Debacle del premier: gradimento in picchiata al 29%, Pdl e Lega al 39% superati da sinistra al 42,5%, più Terzo polo al 13%. (Sondaggi Ipr Marketing). Dagli italiani un solo grido: Silvio, go home!
Renato Brunetta: svitato. Voto 4-. Il ministro tascabile ai precari: “Con voi non parlo, siete la parte peggiore dell’Italia”. Poi fugge con l’auto blu e la sua scorta aggredisce i lavoratori. Renatino: nullità, arroganza e frustrazione.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’ultimo l’attacco raso terra del presidente del Consiglio contro la scuola pubblica. E’ la prima volta che un premier in Italia arriva a tanto.
Ma il capo del governo e l’esecutivo di centrodestra si erano già “distinti” con i 9 miliardi di tagli a scuole e università, con lo strozzamento delle legioni dei precari lasciati a spasso, con il prosciugamento di fondi e mancanza di strategie che colpiscono studiosi e ricercatori, costretti a fuggire all’estero. Il libro bianco su scuola può riempire una intera enciclopedia.
Ecco perché oggi le studentesse e gli studenti delle scuole e delle università di oltre 50 città italiane danno vita ad azioni, flash mob, iniziative e mobilitazioni diffuse per difendere la scuola e l’università pubblica dalle politiche di tagli del Governo Berlusconi.
«In un Paese in cui ogni diritto, viene considerato un privilegio da tagliare o privatizzare, noi abbiamo deciso di opporci- dicono dalla Rete della Conoscenza- nelle maggiori città italiane reclameremo un sistema nuovo di welfare e diritto allo studio capace di garantire una vera libertà di scelta dei propri percorsi di studio e di vita, senza essere legati dal reddito delle proprie famiglie e dalla precarietà dilagante. Ci opponiamo a chi vuole ridurre la scuola e l’università in un’azienda, dove docenti precari devono avere lo stesso colore politico dei governi di turno, luoghi dove non devono formare le coscienze dei cittadini, ma preparare un esercito di precari per il mercato del lavoro. A questo futuro di precarietà e sfruttamento noi ci siamo opposti in questi mesi e continueremo ad opporci”.
Forte e chiaro. Premier, ministro e governo faranno orecchie da mercante. E le opposizioni?
Oggi a Roma e in altre 29 piazze d’Italia i giovani manifestano per dire “no” alla precarietà gridando lo slogan: “Il nostro tempo è adesso”. Giovani stanchi di essere presi in giro, ma soprattutto decisi a passare dalla rassegnazione alla protesta. La situazione è tristemente nota: precarietà che tiene su un piano inclinato una intera generazione, privandola di ogni certezza.
Un problema mondiale, ma che in Italia assume le caratteristiche di uno tsunami. I governi di centro destra e di centro sinistra pari sono. Berlusconi non ha mosso un dito, ma chi non ricorda Massimo D’Alema quando teorizzava la “giusta” fine del “posto sicuro” e il “bello” del precariato?
Gli unici non precari, in questo Paese della malapolitica, sono proprio i politici. Per gli altri, soprattutto i giovani, la precarietà è diventata la norma nella vita e nei rapporti di lavoro: stage di sfruttamento per il primo impiego, contratti regolari sempre rinviati, futuro negato a chi non ha uno stipendio regolare e decoroso, non può accedere ad affitti e mutui, impossibilitato anche a metter su famiglia.
Nell’appello dei giovani, fra l’altro si dice: “Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente. Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo”.
L’appello prosegue: ” Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli”.
L’intervista televisiva più recente di Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione, è stata fatta da Fabio Fazio. In quell’occasione l’esponente politico, nemmeno per sbaglio, ha detto che esiste una scuola pubblica e una privata. Per lei l’istruzione che dovrebbe rappresentare è comparabile ad un sistema paritario.
Secondo Gelmini la scuola paritaria dovrebbe essere finanziata dallo Stato anche se chi vi accede è nelle condizioni di poter pagare tutti i costi di questo tipo di strutture. L’opinione del ministro non è condivisa, per fortuna, dagli altri responsabili dei cittadini. Il tribunale della Spezia ha bocciato l’operato del Ministero dell’Istruzione.
Il giudice ligure ha chiesto al ministro di ripristinare le ore di insegnamento di sostegno previste per uno studente disabile di un istituto superiore della Spezia. Prima di questo episodio il ministro dell’Istruzione era stato condannato dal Tribunale del Lavoro di Genova. Il dicastero di Gelmini dovrà dare 500mila euro ai 15 lavoratori precari che si erano rivolti al Tribunale dopo la loro mancata stabilizzazione.

In ottobre si scatenò un mezzo putiferio quando il presidente Inps Antonio Mastrapasqua disse una frase che fu a stento ripresa dal Corriere della Sera: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”. Una frase quasi buttata lì a un convegno Ania e di cui i grandi media si accorsero a stento.
Il web, invece, non si distrasse, alzò le antenne e molti blog, quotidiani e magazine telematici interpretarono le parole di Mastrapasqua in questo modo: non ci sono soldi per i precari e i loro contributi servono soltanto a pagare le pensioni di oggi. Ma se lo diciamo in giro, scoppia la rivoluzione.
A quel punto, però, una piccola rivoluzione scoppiò davvero. Il tam tam mandò in fibrillazione la blogosfera e i social network, scese in campo persino la corazzata di Beppe Grillo e dall’Inps dovettero metterci una toppa con un’impacciata rettifica.
Gli studenti che in questi giorni hanno scelto la via della protesta e della lotta, fanno bene perché hanno ragione.
L’Università e la scuola italiane sono nel fondo del pozzo e la società ha i valori rovesciati, con i giovani delusi e demoralizzati, senza futuro, perché lo studio e la cultura non contano niente.
Come sempre, però, nella protesta, non è tutto oro quel che luccica. Alcune forme di lotta radicali degli studenti rischiano di far perdere il vero significato della protesta e rischiano di isolare il movimento.
Gli studenti fanno bene a dire no a una riforma che penalizza l’Università, la scuola, il sapere, la cultura, non offre sbocchi nel mondo del lavoro. Ma la protesta deve rimanere nei confini di obiettivi specifici, non può trasformarsi in azione politica di “parte” contro un’altra parte, non può farsi strumentalizzare dai partiti, né degenerare nell’estremismo.
L’invito di Berlusconi a studiare è un impasto paternalistico e provocatorio, paradossale quanto ridicolo, perché la riforma penalizza proprio il diritto allo studio, contiene l’inganno controriformatore, non colpisce i baroni perché apre alla trappola delle privatizzazioni senza regole.
Altra cosa è invece l’apologia della rivolta studentesca, come stanno facendo la sinistra, le opposizioni, il Pd.

“La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.
La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni, lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.
Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.”
Le parole di Paola colpiscono. Prima di tutto, come ha scritto Alessandro Giglioli su “Piovono rane”, perchè forse questo è il primo caso in Italia di sciopero del fame per cercare di farsi assumere da un giornale. Poi, perchè, come ha scritto una collega di studi su Facebook, se scioperassero per un giorno tutti i precari d’Italia, il paese probabilmente si fermerebbe.