
Le dichiarazioni di ieri del ministro Tremonti sulla necessità di tornare al “posto fisso” sono in totale contraddizione con le posizioni e le politiche dei governi di centrodestra degli ultimi 15 anni, come abbiamo dimostrato. Ma magari si trattasse solo di incoerenza!
Il fatto è che la posizione del “nuovo” (ancora non si sa per quanto) Tremonti è proprio sbagliata. Solo qualche giorno fa mi sono infatti sforzato di spiegare su queste pagine, nella recensione dell’ottimo volume “Flex-insecurity”, edito da Il Mulino, che la flessibilità non genera necessariamente precarietà.
Paesi come l’Olanda e la Danimarca hanno considerevolmente flessibilizzato il lavoro negli anni ‘90, ma hanno accompagnato queste riforme con un appropriato adeguamento delle tutele del lavoro, del welfare e degli ammortizzatori sociali. Il risultato è quel sistema di Flexicurity che è divenuto la politica ufficiale dell’UE e dell’OCSE.
In Italia le cose sono andate diversamente: abbiamo avuto la flessibilità, ma non tutto il resto. Il risultato? Precarietà e insicurezza. O Flex-insecurity, come sostengono Berton e colleghi.
Continua a leggere: Tremonti e il "posto fisso": perchè la svolta del ministro è una burla

Qualche mese fa Renato Brunetta affermò - tra lo sconcerto di molti - che l’Italia aveva gli “ammortizzatori sociali migliori d’Europa“. Qualche tempo dopo il ministro più amato dagli italiani sembrò cambiare idea, dichiarando ““Cambieremo questo Welfare scassato, che costa tanto e protegge solo i pensionati, poco i giovani e pochissimo le famiglie“.
Peccato non aver avuto ancora la rubrica “Veritometro” all’epoca, altrimenti avremmo potuto affibbiare un bel “falso” alla prima affermazione di Brunetta. L’ultima conferma arriva proprio in questi giorni dal rapporto della Commissione Europea “Crescita, lavoro e progresso sociale“, che viene citato perfino dalla rassegna stampa del sito del governo italiano.
I dati principali riguardanti l’Italia: rischio di povertà al 20%, contro una media europea del 17; percentuale di riduzione del rischio come effetto dei trasferimenti sociali: 17%, una prestazione che ci vale il 23° posto nell’Europa a 27.
Continua a leggere: Italia: il paese con gli ammortizzatori sociali peggiori d'Europa?

Se il vostro interesse per la politica significa anche attenzione per i contenuti e per il futuro del paese - e non solo per il puro gossip come quello di questi giorni - allora vi sarete forse accorti dell’interessante intervista che polisblog ha realizzato con Emilio Reyneri, ordinario di Sociologia Economica dell’Università di Milano-Bicocca.
Nelle prime due puntate si è parlato un po’ di tutto: welfare, ammortizzatori sociali, il suk delle deroghe alla Cassa Integrazione, i giovani costretti a rimanere a casa fino a 30 anni. Non sono mancati i giudizi severi sui ministri Brunetta e Sacconi, ma anche sui sindacati. Nel seguito l’ultima parte, in cui invece ci siamo concentrati sulla questione degli assegni di disoccupazione.
Come valuta la proposta del PD di un assegno unico di disoccupazione?
“Non mi risulta siano entrati in maggiore dettaglio. Probabilmente avevano in mente sistemi di welfare di tipo europeo, però è stato un po’ velleitario buttarla lì’ così. Sarebbe servita un’operazione molto più complicata, si sarebbero dovute cambiare molte cose. Poteva essere una grande operazione: si va a toccare il sistema pensionistico di nuovo, e contemporaneamente si garantisce un’indennità di disoccupazione a tutti. Sarebbe stato un nuovo scambio tra le generazioni. Però per come è stata presentata dal PD mi è sembrata più che altro uno slogan di politica a breve termine”
A Silvio Berlusconi, nel prossimo congresso fondativo del Pdl, non basta l’investitura.
Il Premier ha bisogno di una “idea” di forte impatto mediatico da lanciare agli italiani in vista dell’election day di giugno.
L’ultima di Berlusconi sulla “liberalizzazione” dell’edilizia è un’arma a doppio taglio, sia per l’economia che per ammaliare l’elettorato.
E la “sicurezza” e l’ “anticomunismo”, da soli, non pagano in voti quando la crisi economica imperversa e mette in ginocchio il Paese e fa vacillare particolarmente proprio il Nord, volano produttivo nazionale e base elettorale della maggioranza di governo.
Con la Borsa italiana che nel 2008 ha perso il 50% della sua capitalizzazione (e nei primi due mesi del 2009 ha perso un altro 25%!), con un Pil che scenderà quest’anno del 2,5% (dopo aver perso l’1% nel 2008), con altri 2.500.000 disoccupati in arrivo entro l’anno, con industriali, artigiani, commercianti che non sanno più a che santo votarsi, con le famiglie con il terrore della quarta settimana, Berlusconi teme che la fiducia degli italiani nei suoi confronti e nei confronti del governo di centrodestra possa ridursi drasticamente nelle prossime settimane.
Nello staff del Cavaliere si sta lavorando alacremente al lancio della nuova “mossa”.
Berlusconi stavolta apparirà come il “presidente per i giovani”, con un piano innovativo per dare lavoro ai giovani, cioè al bacino elettorale decisivo, colpito come non mai dal precariato e dalla disoccupazione.

Continua la polemica sulla proposta di un assegno unico a sostegno di tutti i disoccupati che, come ha fatto notare Tito Boeri, mostra come sia possibile ogni tanto anche per lo sgangherato Partito Democratico dettare l’agenda al Governo. Berlusconi ha infatti dichiarato oggi alla stampa che:
Il nostro sistema attuale di ammortizzatori sociali ci consente di intervenire meglio rispetto alle proposte dell’opposizione, che sarebbero una vera e propria licenza di licenziare. Se ci fosse stata quella misura, gli imprenditori avrebbero lasciato i lavoratori a casa, con magari accordi successivi con i lavoratori stessi che godrebbero dell’indennità e continuerebbero a lavorare in nero. Insomma, l’assegno è un incentivo a licenziare e a lavorare in nero.
Questo tipo di contro-argomentazione, che mostra la grande abilità del Berlusconi comunicatore nel far leva sulle peggiori arretratezze italiane allo scopo di perpetuarle, sembra comunque potenzialmente molto più efficace del debole “non ci sono soldi” che era stata la prima risposta del Governo. Vediamo perché.
Continua a leggere: Assegni di disoccupazione: per Berlusconi sono una "licenza di licenziare"

Vale la pena di fare una piccola riflessione a freddo su quanto avvenuto nell’ultima settimana nel campo delle politiche del lavoro. Caso n°1: il PD rilancia la sua proposta di un assegno unico di disoccupazione, il governo si rifiuta e dileggia la proposta. Risultato: il provvedimento finisce nel dimenticatoio.
Caso n°2: il governo rilancia la proposta di portare a 65 anni l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego; i sindacati (compresa questa volta la CISL) fanno fuoco e fiamme. Risultato: il Ministro Sacconi torna pavidamente sui suoi passi, dichiarando che non si deciderà nulla prima di aver consultato i confederali.
Mettendo a confronto questi due casi colpisce il relativo silenzio di CGIL & co. sulla prima vicenda, soprattutto se comparato alla determinazione investita, con successo, nella seconda. La spiegazione di questo diverso atteggiamento è, in realtà, abbastanza evidente.

Quella di istituire un sussidio unico per i disoccupati è una delle poche proposte decisamente positive dell’altrimenti disastroso Partito Democratico. E bisogna dare atto al neo-segretario Franceschini della determinazione con cui ha riacceso i riflettori sulla questione, sollecitando il governo ad utilizzare un decreto per intervenire d’urgenza in materia.
Ed è un peccato che Silvio Berlusconi abbia prontamente respinto al mittente la proposta, come già prima di lui aveva fatto più volte il diligente ministro Sacconi.
Visto che il welfare è uno dei temi che più ho cercato di approfondire su questo blog, fin dall’ultima campagna elettorale, mi perdonerete se per una volta mi dedico a smontare, una per una, le ragioni addotte dal Presidente del Consiglio per evitare di dover pagare un sussidio a tutti i disoccupati, e non solo a pochi privilegiati.
Continua a leggere: Assegni di disoccupazione: il governo ha altre priorità
Il Partito Democratico non ne azzecca una. Difficile, di questi tempi, argomentare il contrario senza essere presi per pazzi. La schiera dei detrattori di Walter Veltroni & co. è infatti foltissima tra i blogger e sui giornali, a destra così come a sinistra. E tra i primi a sparare sul partito ci sono dirigenti e militanti del PD stesso, fenomeno che più di ogni altro contribuisce ad affossarne la reputazione, attivando un temibile circolo vizioso.
Noi di Polisblog siamo i primi a criticare il partito di Veltroni quando è necessario. Eppure per una volta, in questi giorni, dalle parti del loft sembrano averne combinata una giusta: ci stiamo riferendo ai nuovi manifesti elettorali, che trovate riprodotti qua sopra.
Il tema è di quelli importanti: il precariato, ovvero lo sviluppo nel nostro paese di un “mercato del lavoro duale”, diviso tra coloro che hanno il lavoro garantito e iperprotetto e gli altri (soprattutto i giovani), privi spesso dei più elementari diritti e garanzie e, quel che più importa, della possibilità di costruire un futuro e una famiglia.
Il manifesto, per una volta, individua due proposte concrete: punto primo, l’istituzione di un sussidio unico di disoccupazione, che metta fine ai particolarismi del sistema perverso della cassa integrazione, che anticipa sette-anni-sette di stipendio al licenziato Alitalia mentre non dà niente (o una miseria per 6 mesi) a chi magari perde il proprio lavoro di cameriere.
Continua a leggere: Nuovi manifesti su welfare e precariato: il PD ne fa finalmente una giusta?
Si fa sempre più aspro il confronto tra Cgil e governo e appare ormai difficile scongiurare l’annunciato sciopero del 12 dicembre che, lo ricordiamo, è stato indetto dalla sola sigla sindacale di Epifani. Sulla singolarità di un atto di forza unilaterale di tal sorta in tempi di crisi nera dell’economia si sono già sprecate illustri parole, ma come sempre noi cercheremo di guardare all’insieme della situazione provando a fornirne un quadro il più possibile obiettivo.
Per questa ragione partiamo proprio dal punto di vista della Cgil e dalla sua controproposta. Epifani chiede infatti un intervento strutturale suddiviso in due punti: restituzione del fiscal drag ai lavoratori, quantificato in 13 miliardi circa, e detassazione delle tredicesime. Gli introiti derivati da quest’ultimo provvedimento andrebbero interamente utilizzati in forme di aiuti al precariato. In assenza di risposta positiva del governo a queste istanze, che in campo politico hanno incassato il solo appoggio incondizionato dell’estrema sinistra, lo sciopero si farà.
La posizione del governo. Giudicata improponibile per evidenti motivi di bilancio la parte del fiscal drag, è invece allo studio una forma di detassazione delle tredicesime, anche se difficilmente potrà configurarsi in qualcosa di più di un brodino. I provvedimenti concreti per ora sono social card e proroga della detassazione degli straordinari per la sola parte relativa ai bonus, ma probabilmente con innalzamento del tetto da 30.000 a 35.000 euro annui.
Continua a leggere: Tempi di crisi: Cgil verso lo sciopero. Il governo vara la social card
Mercato del lavoro e welfare: due ambiti assolutamente centrali per la società e per la vita di ogni singolo individuo. In Italia, due settori in grave affanno, che richiederebbero urgenti riforme: e mentre i politici tendono spesso ad ignorare la questione, i famosi economisti ed editorialisti Tito Boeri e Pietro Garibadi pubblicano “Un nuovo contratto per tutti”, agile pamphlet pieno di proposte concrete.
Nell’Italia degli ultimi 10-15 anni c’è più occupazione e sempre meno disoccupazione. I problemi però non mancano: non c’è stata altrettanta crescita economica, non si è investito in ricerca e innovazione, ed eccoci con i salari più bassi d’Europa. Le forme di flessibilità del lavoro hanno sì creato lavoro, ma hanno finito per instaurare un sistema “duale”: precariato e posto fisso restano mondi paralleli, non comunicanti. Difficilissimo dal primo passare al secondo.
Non si sono colmati poi gli svantaggi dei veri soggetti deboli del nuovo mercato del lavoro: i giovani (non gli anziani!), le donne e i meridionali. Anzi, in molti casi la loro penalizzazione rispetto ai maschi adulti col posto fisso è addirittura aumentata. In particolare, è sempre più difficile per le donne conciliare lavoro e responsabilità familiare, ed ecco che si attiva quella spirale che sta trasformando l’Italia sempre più in un paese per vecchi.