
Non è la prima volta che Silvio Berlusconi veste i panni dello statista di alto profilo. L’aveva già fatto nel 1998 con la famosa bicamerale e la complicità di Massimo D’Alema e ci aveva riprovato nel 2008 dopo le elezioni vinte contro il Pd dell’allora leader Walter Veltroni. E sappiamo com’è andata a finire in entrambe le occasioni.
Sta succedendo di nuovo: dopo le interviste al Financial Times e a The Atlantic l’ex premier continua a perseguire la “linea morbida” con cui vuole far dimenticare la pessima conclusione della sua legislatura proponendosi come padre nobile della destra italiana, riprendendo i mani le redini del partito, cambiando atteggiamento nei confronti di Monti e proponendo patti di vario tipo e natura con il Pd. Ma qual è l’obiettivo finale del Cavaliere e del suo improvviso cambio di strategia? Le ipotesi fatte fino a questo momento sono tre: la Fondazione Berlusconi come primo passo per un ritorno a un partito simile alla Forza Italia della prima ora, la nomina a Senatore a vita e lo scranno più alto della Repubblica, il Quirinale.
Della Fondazione Berlusconi ha parlato per primo Alessandro Sallusti sul Giornale, spiegando come Berlusconi veda ormai perso il Pdl, a causa della incapacità di Alfano nel tenere in mano il partito, della lotta generazionale in corso e della difficile convivenza tra gli ex Forza Italia e gli ex An. Per questo motivo l’ex premier starebbe dando vita a una fondazione a lui intitolata.
Beppe Grillo: caffè corretto. Voto 6+ Il comico-politico lancia dubbi sulle cause della morte di Don Verzè, fondatore del San Raffaele, uno dei simboli del potere terreno di Comunione e Liberazione, e un crack di 1,5 miliardi di euro: “Chi ha portato il caffè corretto a Don Verzè?”. E per conto di chi?
Roberto Calderoli: caffè scorretto. Voto 4- Nuovo sgarbo dell’ex ministro leghista al Presidente della Repubblica Napolitano: “Il suo discorso sembra fatto da Cetto Laqualunque”. E incalza: “L’Italia è il passato, la Padania è il futuro”. L’autore del “Porcellum” non si smentisce. Trinca il Trota.
Il commento più esplicito all’atteso discorso del premier Berlusconi alla Camera l’ha fatto Umberto Bossi con il suo plateale e intenso sbadiglio.
Quindi nessuna scossa nelle parole del premier: 23 minuti di autopromozione da venditore di lucido delle scarpe, puntigliose conferme del proprio “insostituibile” ruolo e “sviste” significative sul piano politico-istituzionale.
In sintesi il discorso è tutto qui: “Se sfiduciato, al voto! Passo indietro? Mai!”.
Non c’è, quindi, un Berlusconi nuova versione neppure come “finta” per dare il contentino a Scajola e ai suoi amici la possibilità di rientrare nei ranghi con la coda fra le gambe e il tascapane gonfio. Tant’è.
Ma al premier non si può non ricordare che non è lui (ancora) il capo dello Stato, che non è lui che decide, in caso di mancata fiducia e quindi di crisi del governo, cosa succederà dopo. Non c’è scritto da nessuna parte in Italia che alla crisi di governo corrisponde automaticamente il ricorso alle urne.
Spetta al presidente della Repubblica, in quel caso, tirare le conclusioni. Tutto qui. Per adesso, il premier si accontenti di incassare domani l’agognata fiducia. Per il resto si vedrà.
Dopo il patatrac di ieri in cui il governo è andato sotto alla Camera sul rendiconto generale dello Stato (base della politica di stabilità e di sviluppo per il Paese), Silvio Berlusconi, in Aula visibilmente infuriato, è intenzionato a metterci la solita pezza con il rito della (51esima) fiducia.
Non c’è dubbio che quello di ieri è stato un voto politico, una bocciatura politica per premier e d esecutivo. Arrampicarsi sugli specchi parlando di incidente tecnico è da irresponsabili e di questa irresponsabilità si dovrà rendere conto a tutti gli italiani.
Nella maggioranza sempre più sfarinata, il segnale di ieri dimostra che il livello di credibilità del premier e del governo è in caduta libera. Il fatto che ieri la “sberla” è stata data proprio in presenza del capo del governo dimostra soprattutto che il “gregge” non è più governabile, né dal cane da guardia e né dal pastore.
Ora il paventato nuovo ricorso alla fiducia è il pannolino caldo che non scioglie i nodi politici. Dopo ogni fiducia guadagnata in Parlamento (un vero e proprio ricatto verso i parlamentari attaccati allo scranno), tutto è sempre tornato come prima, con la maggioranza allo sbando e il governo impotente e assente, il Paese bloccato e senza riforme. E allora?
Chi sostiene, anche seguendo i dettami dell’ Enciclopedia del Diritto, che il voto di ieri su quel tema è di per sé un voto di sfiducia, ha le sue buone ragioni. Berlusconi può non tenerne conto, assumendosene tutte le responsabilità politiche e personali.
Non può, quanto meno, non prendere oggi stesso la via del Colle e affidarsi alla sapienza e al peso istituzionale del presidente della Repubblica. Se Napolitano non dovesse più concedere il segnale verde, al premier non resterebbe che la via obbligata delle dimissioni.
Marco Pannella: indomabile. Voto 8+ Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso la sua vicinanza e il suo apprezzamento al leader radicale e ai partecipanti alla giornata di lotta contro il sovraffollamento delle carceri e per i diritti umani dei detenuti. Interventi strutturali, ma subito indulto o amnistia. Italia (anche) incivile, da quarto mondo.
Nitto Francesco Palma: domato. Voto 4- I tagli previsti dalla manovra aggiuntiva relativi all’amministrazione della Giustizia “saranno concordati con il presidente del Consiglio”. Guardasigilli dixit. Primo atto? Tagliare le intercettazioni. Della serie, come imbavagliare i magistrati. Evasori fiscali, criccaroli, politici corrotti e mafiosi ringraziano. Anche il Cav.
Peccato che non si ferma (quasi) mai al momento giusto, altrimenti avrebbe spesso ragioni da vendere. Ci riferiamo ad Antonio Di Pietro, di solito lucido nella prima frase di qualsiasi suo intervento, e poi, come preso da sacro furore, sbaglia marcia, va in fuori giri, mandando tutto a carte quarantotto.
Ieri in piena campagna elettorale il leader dell’Idv si è buttato a pesce (comprensibilmente) contro Berlusconi: “ “Non si è mai visto in un Paese civile, e in uno Stato di diritto, che un imputato, mentre è in aula sotto processo per un reato grave come quello di aver corrotto un testimone, accusi coloro che lo stanno giudicando”.
Fin qui tutto nella .. norma. Poi la solita sbandata incontrollata: “È come se i nazisti sotto processo a Norimberga, - chiosa l’ex pm - una mattina fossero arrivati in aula sostituendosi ai loro giudici”. Questione di proporzioni.
Ma Tonino, lanciatissimo, non si ferma: “A me pare che, rispetto a tutto questo, chi ha il dovere, come il Presidente della Repubblica, di fermare l’attacco alle istituzioni, non si possa limitare a delle raccomandazioni e a dei rimbrotti, ma debba fare dei passi concreti, altrimenti fra poco ci penserà il popolo. Quel popolo che sta passando dalla manifestazione di piazza alla rivolta sociale”. Da 118 o da … camomilla?
E’ in salita la strada che porta al Colle. Ma Silvio Berlusconi al Quirinale ci arriva. Intanto ci arriva con i suoi strali. Per ora le frecciate sono dirette contro lo staff del capo dello Stato: “che interviene puntigliosamente su tutto”.
Berlusconi ha ricordato l’iter di una legge: «quando decidiamo una legge - ha spiegato - avendo avuto l’ok dal presidente della Repubblica e dal suo staff che interviene puntigliosamente su tutto, la mandiamo in parlamento, entra nelle commissioni, viene discussa e cambiata, poi va nell’aula, poi nell’altra e ancora nelle commissioni, viene discussa, vi sono i veti dei giudici che dicono la loro anche quando non dovrebbero e autorità che intervengono quando non devono intervenire».
«Poi - ha aggiunto - se per caso al capo dello Stato non piace, ritorna alla camera e al parlamento e se non piace ai pubblici ministeri di sinistra, ricorrono alla corte costituzionale che la abroga». «In Parlamento ci sono 50, 60 persone che lavorano, mentre tutte le altre sono costrette a stare lì», ha detto ancora. «Non si può stare dietro a duecento emendamenti al giorno, si sta lì, si fa del pettegolezzo e poi si segue il capogruppo.
È veramente uno spreco di energie e professionalità incredibile che bisognerebbe arrivare ad evitare», ha aggiunto Berlusconi dicendosi «sicuro che tutti gli italiani sarebbero d’accordo». Ma questo «è difficile farlo approvare dai parlamentari».
Di governare, Berlusconi ne ha “piene le scatole, sogno di tornare a fare il cittadino privato. Ma siccome anche il 51% che mi stima penserebbe che ho disertato, e gli altri mi detestano fortissimamente, non posso finire la mia avventura umana, imprenditoriale e politica con un giudizio negativo del cento per cento degli italiani». Il Cav dixit. Amen. Per adesso.
Il Colle, relativamente all’incontro di ieri fra capo dello Stato e Premier, precisa con una nota ufficiale, non certo consueta.
«Di un incontro istituzionale ovviamente riservato - dice la nota - come quello tra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, svoltosi ieri pomeriggio al Quirinale, sono state date sulla stampa legittime libere interpretazioni e in qualche caso anche ricostruzioni fantasiose perfino con frasi virgolettate in effetti mai pronunciate da nessuno dei due interlocutori. Si è data particolare attenzione a quella che sarebbe stata la ‘temperatura’ del colloquio che ha in effetti visto il serio confronto tra rispettivi punti di vista e argomenti. Si smentisce nettamente che sarebbero state evocate dal Presidente del Consiglio ipotesi di mobilitazioni e reazioni di piazza che si è escluso di aver voluto e voler sollecitare».
Ma il comunicato del Quirinale precisa che il Presidente della Repubblica ha insistito su motivi di preoccupazione, che debbono essere comuni, sull’asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici, e sulla necessità di un sforzo di contenimento delle attuali tensioni in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura.
In poche parole è il disco rosso per Berlusconi: se tiri ancora la corda, lo sbocco è lo scioglimento delle Camere. Con quel che segue.

Il Cavaliere ci ha abituati ormai ad ogni forma di bizzarria istituzionale. La sua fantasia sembra davvero inesauribile. Adesso si profila persino l’ipotesi delle elezioni anticipate susseguenti al riconoscimento della fiducia.
L’idea è semplice quanto astrusa: ottenuta, per una manciata di voti (e con metodi molto discutibili e discussi), la fiducia alla Camera, il Presidente del Consiglio rimetterà il suo mandato nelle mani del Capo dello Stato, chiedendo di andare ad elezioni anticipate. Ma che senso ha tutto questo?
Non sarebbe stato più opportuno dimettersi subito dopo la presentazione della mozione di sfiducia da parte dei finiani? Anzi, essendo palesemente venuta meno la maggioranza politica, non sarebbe stato doveroso porre le condizioni per l’affermazione di una nuova fase istituzionale?
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Antefatto. Per i berlusconiani se cade il Governo non ci sono alternative alle elezioni. Per Fini non ci sono le condizioni per andare alle urne: la situazione economica è troppo grave e occorre assumere iniziative adeguate. Il Quirinale interviene, facendo sapere che sulle prerogative del Capo dello Stato è meglio non discutere.
Del resto, i precedenti sono univoci: Napolitano non può sciogliere automaticamente le Camere, ma - come più volte abbiamo ricordato - deve prima verificare la possibilità che si formi una nuova maggioranza di governo. Soltanto nel caso in cui ciò non sia oggettivamente possibile, deve provvedere a sciogliere le Camere e ad indire nuove elezioni.
A commento del comunicato del Presidente della Repubblica, ecco arrivare le illuminate ed illuminanti parole del coordinatore del Pdl Denis Verdini, il quale riguardo alle prerogative del Quirinale afferma: “Ce ne freghiamo! Cioè politicamente riteniamo che non possa accadere questo. Anche i partiti hanno le loro prerogative”.
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