
Al forum dei Giovani industriali a Santa Margherita Ligure Giulio Tremonti difende a spada tratta il Governo: “Sulla crisi ha fatto tutto quello che poteva e doveva fare”.
Il ministro dell’Economia affronta la questione fiscale: “Abbiamo un vincolo di bilancio, non possiamo farla (la riforma ndr) in deficit, è difficile in un vincolo di pareggio di bilancio fare una riforma che spareggia”.
Poi promette:”Il secondo vincolo è che non avremo la minima intenzione di tassare prima casa e il risparmio delle famiglie”. Quindi scopre … l’acqua calda:”Si può recuperare da quel “grande serbatoio” che è l’evasione fiscale”.
Risponde il segretario della Cgil Susanno Camusso: “ La riforma, per essere considerata tale deve spostare dove si fa la tassazione, non può essere un generico annuncio”. E attacca: “E’ dal 1994 che l’attuale presidente del consiglio annuncia la riforma fiscale”. Già. E dal 1994 che ha fatto la Cgil?
Il Colle, relativamente all’incontro di ieri fra capo dello Stato e Premier, precisa con una nota ufficiale, non certo consueta.
«Di un incontro istituzionale ovviamente riservato - dice la nota - come quello tra il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio, svoltosi ieri pomeriggio al Quirinale, sono state date sulla stampa legittime libere interpretazioni e in qualche caso anche ricostruzioni fantasiose perfino con frasi virgolettate in effetti mai pronunciate da nessuno dei due interlocutori. Si è data particolare attenzione a quella che sarebbe stata la ‘temperatura’ del colloquio che ha in effetti visto il serio confronto tra rispettivi punti di vista e argomenti. Si smentisce nettamente che sarebbero state evocate dal Presidente del Consiglio ipotesi di mobilitazioni e reazioni di piazza che si è escluso di aver voluto e voler sollecitare».
Ma il comunicato del Quirinale precisa che il Presidente della Repubblica ha insistito su motivi di preoccupazione, che debbono essere comuni, sull’asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici, e sulla necessità di un sforzo di contenimento delle attuali tensioni in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura.
In poche parole è il disco rosso per Berlusconi: se tiri ancora la corda, lo sbocco è lo scioglimento delle Camere. Con quel che segue.
Sandro Bondi, bontà sua, non esclude le sue dimissioni da ministro dei Beni culturali per evitare la ‘mina’ della mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti presentata da Pd e Idv alla Camera.
“Ne discuterò - dice in una intervista a Sky Tg24 - innanzitutto con il presidente del Consiglio. Non mi è mai mancata la sua fiducia e la sua vicinanza”.
Commovente. Anche gli (ex) comunisti hanno un’anima?
In attesa del “consiglio” del premier, la mente lucida del Pdl pontifica su questioni più generali: “Non ho dubbi sul fatto che il governo possa continuare la sua azione per tutta la legislatura. Le elezioni anticipate non sono un bene per il paese e questa riflessione razionale induce le forze responsabili del paese a farsi carico della governabilità. Sia l’Udc che la Lega hanno interesse a non far precipitare le cose verso le elezioni”.
E prosegue:”Sono d’accordo con la Lega e con Bossi sul fatto che le elezioni anticipate siano la soluzione inevitabile se il governo non può essere messo nelle condizioni di realizzare le riforme ma credo che se il governo potrà continuare ad avere una maggioranza solida per le riforme sia preferibile alle elezioni anticipate”.
Bondi dixit. Finalmente domani notte gli italiani possono stappare tranquilli la bottiglia di spumante e fare sogni d’oro in vista di un 2011 da … incubo. Grazie Signor ministro, ringrazi anche il premier.

Nonostante le minacce del Ministro Gelmini di bloccare tutti i concorsi e gli scatti stipendiali per gli universitari, il disegno di legge contro cui da mesi studenti, ricercatori e precari stanno protestando furiosamente non verrà votato prima della discussione della fiducia del prossimo 14 dicembre.
La conferenza dei capigruppo ha così deciso dopo una dura battaglia, come ha commentato il presidente dei senatori del Pd Angela Finocchiaro. Lo stesso 14 dicembre una conferenza dei capigruppo del Senato deciderà la calendarizzazione della discussione sulla riforma universitaria.
O sarebbe meglio dire: avrebbe dovuto decidere, visto che le sottoscrizioni della mozione di sfiducia presentata ieri alla Camera da Udc, Fli, Api, Mpa e Libdem, sommate a quelle della mozione già proposta da Pd e Idv, raggiungono la maggioranza assoluta. In sostanza, sulla carta il Governo è già caduto. Perché allora il Presidente del Consiglio non rassegna le dimissioni?
Continua a leggere: La riforma universitaria sarà votata al Senato dopo il dibattito sulla fiducia

Il contesto nel quale sono state rese le ultime esternazioni del Presidente del Consiglio ha qualcosa di simbolico: il Forum sulla democrazia in Russia. Qui il Cavaliere ha manifestato tutta la sua estraneità (per non dire insofferenza) nei confronti dei principi basilari della democrazia medesima.
Tra le altre cose, egli ha dichiarato che le accuse “inventate” dalla magistratura mettono a rischio la “governabilità del Paese”, che gli attacchi di Fini e dei finiani sono solo “piccole questioni di professionisti della politica che vogliono avere la loro aziendina”, che in Italia purtroppo i governi sono “fragili” a causa di un’architettura costituzionale che impone all’esecutivo di sottoporre all’approvazione del Parlamento tutta la propria attività e che ciò deriva dal fatto che i padri costituenti, essendo molto preoccupati di un ritorno al regime fascista, “ripartirono il potere tra le assemblee parlamentari, il capo dello Stato e la Corte costituzionale”. Il che determinerebbe, a suo dire, “enormi difficoltà”.
Cominciamo da quest’ultima affermazione. Posto che le assemblee parlamentari sono organi di indirizzo politico liberamente e democraticamente eletti dal popolo e che il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale esercitano, invece, funzioni di controllo e di garanzia, la preoccupazione dei costituenti fu più che legittima, poiché ispirata dall’esigenza di assicurare il rispetto del principio di separazione dei poteri.
Continua a leggere: Per Berlusconi i problemi della maggioranza sono soltanto questioni "aziendali"

Al termine di una calda e complicata giornata politica estiva, ieri il Cavaliere ha improvvisamente deciso di cambiare tono con i sostenitori del Presidente della Camera. Rispondendo ad una nota conciliante dei senatori finiani, il Presidente del Consiglio ha manifestato apprezzamento per lo “spirito costruttivo” da questi dimostrato ed ha auspicato il ritrovamento dell’unità politica da parte di tutti i componenti della maggioranza. Anche perché - ha chiarito Berlusconi - gli elettori del Pdl non capirebbero divisioni dettate soltanto da “giochi di palazzo”.
Dicono che il tono del Premier sia così mutato in seguito alle minacce dei finani e ad una burrascosa telefonata tra l’on. Ghedini, in veste di “uomo del dialogo” (o forse, più semplicemente, di avvocato del Presidente), e l’on. Bocchino. Telefonata successivamente smentita dallo stesso Ghedini. Ma cosa avrebbero minacciato i sostenitori di Gianfranco Fini per determinare un cambiamento di rotta tanto drastico quanto repentino?
Semplicemente di approfondire vicende sulle quali, da diversi anni ormai, insistono giornalisti come Marco Travaglio. Vicende a fronte delle quali la questione dell’appartamento monegasco di An, su cui da giorni insistono il Giornale e Libero, appare poco più che una sciocchezzuola: dal modo in cui fu acquistata la villa di Arcore ai rapporti d’affari tra Berlusconi, Gheddafi e Putin. Per non parlare delle società offshore riconducibili al Premier. E così via.
Continua a leggere: Iene e giochi di palazzo. Berlusconi invoca l'unità

Chi vincerà le elezioni regionali? Nel giro di poche settimane i pronostici sono oscillati da quello di una marcia trionfale del PDL a quello di una sostanziale tenuta del Pd in tutte le regioni che già governava, con annesse profezie di una drammatica crescita dell’astensione.
Eppure Berlusconi ha dimostrato più volte di essere in grado di ribaltare i trend previsti effettuando spettacolari rimonte nell’ultimo scorcio di campagna elettorale. Se guardiamo a quanto sta accadendo in questi ultimi giorni, è abbastanza probabile che succeda anche questa volta.
Il punto centrale è quella del dominio dell’agenda setting; per settimane Berlusconi &co. sono stati costretti a reagire: a quella che sembrava una “nuova Tangentopoli” prima, al caos-liste e allo scandalo RAI poi. Altri (i giornali, le procure) imponevano il “tema del giorno”, mentre il PdL era costretto ad inseguire
Dalla manifestazione di piazza San Giovanni in poi però il centrodestra sembra essere uscito dall’angolo, tornando a dettare l’agenda della comunicazione politica. Grazie ad una strategia consolidata: spararle grosse.
Tg1 filo-governativo come mai prima, pressioni dirette del Presidente del Consiglio su Minzolini e sui dirigenti Rai per la cancellazione dei programmi “scomodi”, sospensione dei talk-show politici in campagna elettorale (nonostante la sentenza del TAR)…
Le notizie degli ultimi giorni lo indicano chiaramente: il grado di controllo del centro-destra sulle televisioni sta toccando il suo apice –a 16 anni di distanza dalla famosa promessa del Cavaliere: “In Rai non sposterò nemmeno una pianta”.
Eppure i media – come le società – sono un qualcosa di estremamente dinamico, e ogni tentativo di reprimere le opinioni critiche da una parte (la Tv) porta ad una sua espressione con maggiore forza da un’altra (Internet). Lo abbiamo visto con la nascita del Popolo Viola, ed è quanto sta succedendo in questi giorni sui siti dei principali quotidiani italiani, che si sono improvvisamente messi a produrre talk show in streaming.
Rimane sempre lui il mattatore quasi esclusivo nei commenti dei media internazionali: stiamo parlando ovviamente di Silvio Berlusconi, che è anche questa settimana l’oggetto di una grande quantita di articoli da parte delle testate d’oltralpe.
Cominciamo dalla tedesca Frankfurter Rundschau, che si è espressa duramente sul progetto di legge sul processo breve:
Decine di migliaia di imputati in Italia possono rallegrarsi del recentissimo scudo giudiziario che deve proteggere il capo del governo Silvio Berlusconi dalle condanne. Uno dei beneficiari è il comproprietario dell’ex stabilimento Eternit Stephan Schmidheiny. Il processo a Torino, nel quale l’industriale svizzero deve rispondere di 2000 decessi per l’amianto, andrà probabilmente in prescrizione grazie al disegno di legge per salvare Berlusconi. Come pure il processo contro l’ex patron della Parmalat Calisto Tanzi. Migliaia di piccoli risparmiatori che hanno perso i loro risparmi nel 2003 a causa del crack da 14 miliardi di euro, vedono svanire la speranza che i colpevoli vengano condannati
Continua a leggere: Rassegna stampa estera: Berlusconi e gli intrighi della politica italiana

In questi mesi molti giornalisti e commentatori (e anche diversi frequentatori delle pagine di questo blog) hanno evocato il finale del Caimano di Nanni Moretti. Ma la realtà rischia ancora una volta di superare la fantasia. E quel finale potrebbe risultare addirittura ottimistico…
“Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo Stato di diritto”. Queste le ultime a dir poco allarmanti dichiarazioni rese da Berlusconi a Vespa. Le si potranno leggere nell’ultimo libro di quest’ultimo, dall’eloquente titolo Donne di cuori.
Già, perchè nel caso in cui dovesse intervenire qualche sentenza penale di condanna, le dimissioni del Premier potrebbero anche risultare superflue. Più precisamente, nell’ipotesi in cui Berlusconi fosse condannato all’interdizione dai pubblici uffici, egli decadrebbe automaticamente dalla carica (senza bisogno di dimissioni). Cosa farebbe in quel caso?
Continua a leggere: Anche in caso di condanna Berlusconi non si dimetterà