
Lo spettro della crisi di governo incombe sull’attuale maggioranza. Ieri il Presidente del Consiglio ha dichiarato che non ci sarebbero alternative all’esecutivo in carica, se non le elezioni: “Chi dice il contrario - ha aggiunto -, invocando magari dei formalismi costituzionali sa bene, benissimo, di dire una falsità”.
Ed ancora ha commentato polemicamente: “E’ davvero singolare che a credere nella sovranità del popolo e nel rispetto della democrazia sia il premier, cioè il sottoscritto, che tante volte è stato indicato dalla sinistra come un dittatore, ed è anche davvero paradossale che chi a sinistra si è sempre professato paladino della democrazia, oggi tema come una catastrofe il giudizio popolare. Un timore questo che, purtroppo, sembra diffuso non soltanto a sinistra”.
Ad essere del tutto falsa, stando almeno al dettato della Carta repubblicana e alle vigenti convenzioni costituzionali, è, invece, proprio la visione proposta dal Presidente del Consiglio. Vediamo perché.
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“‘In caso di rottura (..) chi decide è il presidente della Repubblica, condizionato (..) dalla situazione che si crea”
Ignazio La Russa
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“Rilanciare le riforme costituzionali (..) per arrivare all’elezione diretta di un capo dello stato con poteri di Governo, come in tutte le democrazie occidentali più consolidate”
Giorgio Stracquadanio
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Questa mattina, alla cerimonia di insediamento dei nuovi componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, svoltasi al Quirinale, il Presidente Napolitano ha ribadito la necessità di “rigorose regole deontologiche per i magistrati e per gli stessi componenti del Consiglio”. Regole che sarebbero necessarie a restituire al sistema giustizia e alla magistratura “prestigio e consenso tra i cittadini”.
Come aveva già detto, qualche giorno fa, nel corso dell’incontro con la stampa parlamentare, il Capo dello Stato ha fatto riferimento a “fenomeni di corruzione” e a “trame inquinanti che turbano e allarmano” e che appaiono come il prodotto dell’opera di “squallide consorterie”.
Napolitano ha anche evidenziato che le riforme in materia di giustizia dovranno garantire comunque “un corretto equilibrio istituzionale”. Quanto ai nuovi membri del Consiglio appena eletti dal Parlamento in seduta comune, ha, infine, ricordato che essi “non sono rappresentanti di singoli gruppi politici, di maggioranza e di opposizione”. Membri “togati” e membri “laici” formerebbero, infatti, “un tutto unitario”. Le considerazioni e gli inviti del Presidente sembrano ispirati, tuttavia, al più roseo ottimismo.

Sul sito della Presidenza della Repubblica (www.quirinale.it) è apparso ieri il testo del seguente comunicato:
“Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto, su loro richiesta, il Segretario del PD Pierluigi Bersani, la Presidente del gruppo PD al Senato Anna Finocchiaro, e il Presidente del gruppo PD alla Camera Dario Franceschini, che hanno illustrato l’esigenza già sollevata alla Camera di un confronto in Parlamento sulla situazione politica. Nel corso del colloquio il Presidente della Repubblica ha messo in evidenza come ritenga doveroso restare estraneo al merito di discussioni e decisioni interne ai partiti. Egli non può invece non richiamare la necessità di salvaguardare la continuità della vita istituzionale, nell’interesse generale del paese”.
Per la verità, la posizione assunta per il momento dal Capo dello Stato non può che suscitare qualche perplessità. La rottura che si è consumata in queste ore, infatti, non ha trovato espressione soltanto in “discussioni e decisioni interne ai partiti”. Com’è noto, ben 33 deputati del Pdl hanno formato ieri un nuovo gruppo parlamentare denominato “Futuro e Libertà per l’Italia”.
Oltre ai tre “ribelli” menzionati nel documento dell’Ufficio di Presidenza del Pdl (Bocchino, Briguglio e Granata), sono confluiti nel nuovo gruppo, tra gli altri, deputati che ricoprono importanti incarichi istituzionali come il Ministro per le politiche europee Andrea Ronchi, il Presidente della Commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il Viceministro per lo Sviluppo economico Adolfo Urso, il Sottosegretario per il Lavoro, la Salute e le Politiche sociali Pasquale Viespoli. Ed ancora Mirko Tremaglia, Benedetto Della Vedova, Luca Barbareschi e tanti altri.

I rilievi dell’onorevole Ghedini (pubblicati ieri dal Corriere della Sera) sulle dichiarazioni che il Capo dello Stato ha reso in merito al disegno di legge sulle intercettazioni sono oggi al centro di accese polemiche.
“I commenti del Quirinale sono assai pregevoli, ma c’è un Parlamento - ha osservato Ghedini-, eletto da una quarantina di milioni di elettori: spetta a quest’ultimo decidere. Visto che non siamo una repubblica presidenziale”. Ed ancora: “La valutazione del Capo dello Stato non è su problemi di natura tecnica. Altrimenti dovrebbe farsi eleggere. La valutazione è sulla costituzionalità. Le ‘criticità tecniche’ esulano dalla sua competenza”. A prescindere dal carattere poco riguardoso di tali asserzioni nei confronti di Napolitano, in esse si ravvisano almeno due gravi “inesattezze”.
La prima. Forse Ghedini non se n’è accorto, ma il Presidente della Repubblica italiana…
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Il coperchio sollevato dal presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi scopre un pentolone colmo di uno “spezzatino” dell’Italia che “puzza”, aprendo inquietanti interrogativi.
L’ex capo dello Stato rivela che nel ’92-’93, la nuova fase delle bombe di mafia, l’Italia rischiò il colpo di Stato. Manca il “chi”, “come” e “perché”.
Ma le parole dell’ex presidente della Repubblica gettano un’altra ombra sulle torbide vicende di quegli anni. Perché Ciampi ha taciuto per 20 anni? Perché adesso parla?
Come sempre, la politica degli avvoltoi si getta sul pasto “succulento” per strumentalizzazioni di parte. Il Governo, i partiti, le istituzioni, non possono fare come lo struzzo.
Ci sono fatti di pertinenza della magistratura. Ma soprattutto ci sono fatti gravissimi di carattere politico che impongono risposte politiche. E’ giunto il momento che il Parlamento intervenga direttamente con una inchiesta parlamentare.
Non c’è da avere molta fiducia nelle inchieste parlamentari, specie con un parlamento come questo. Ma è l’unico modo per tentare di fare luce su uno dei momenti più “torbidi” della storia repubblicana.
Gli italiani devono sapere cosa è successo allora. Per capire cosa sta succedendo oggi.

La possibile cancellazione delle primarie dallo statuto del Partito Democratico non è, come sostenuto anche da alcuni lettori di questo blog, uno dei tanti bluff creati attorno a Pierluigi Bersani e compagni.
A confermare implicitamente la preoccupazione del deputato Salvatore Vassallo, che per primo ha scritto di questa opportunità, lo stesso segretario secondo il quale lo strumento oltre a non rendere il Pd autosufficiente ne agevolerebbe la chiusura.
Più che da statista, sostenendo queste idee, Pierluigi Bersani sembra che stia studiando per diventare come Silvio Berlusconi. Mentre il secondo prova a cambiare le leggi che regolano l’elezione del Presidente della Repubblica il primo si adopera affinché lo strumento che gli ha permesso di essere dov’è non possa essere utilizzato anche da altri più meritevoli.

Non è domani, e neppure dopodomani. Ma il tempo, si sa, vola.
Il 12 maggio 2013 scadrà il mandato del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il 12 aprile 2013 sarà rinnovato il Parlamento.
L’elezione del Capo dello Stato, quasi sicuramente, sarà anticipata per consentire al nuovo inquilino del Quirinale di incaricare il nuovo Governo. Molto probabilmente nel dicembre del 2012 sarà eletto il Presidente della …Repubblica.
Con l’aria che tira dopo le Regionale e con gli attuali rapporti di forza parlamentari, Silvio Berlusconi sarà eletto Capo dello Stato. Al quarto scrutinio.
Tutti in fila (compreso Fini), tessera (oobligatoria) del Pdl in mano e un solo grido: Forza Italia!
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“si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato (..) i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti”
Giorgio Napolitano
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