L’ultima trovata di Silvio Berlusconi è di andare alle (eventuali) elezioni anticipate cancellando il simbolo del (fallito) Pdl e mettendoci solo il proprio nome.
Così da partito padronale si passa alla persona-partito.
L’obiettivo è sempre lo stesso: la crociata per vincere con il voto, fare dell’Italia una repubblica plebiscitaria con l’inevitabile sbocco di un Paese in mano all’Unto del Signore. Chi ferma questo disegno?
Non Di Pietro, le cui ragioni sono offuscate da una pericolosa logica “giustizialista”. Non il Pd, le cui ragioni non convincono per l’inconsistenza identitaria e progettuale. Non la sinistra ex comunista, sconfitta dalla storia e dagli elettori.
Non i “centristi”, se restano attaccati alla nostalgia della prima repubblica.
Sbaglia chi non riconosce il valore storico della DC, ma la riproposizione di quel partito tout court non ha senso, anche perché quella gestione del potere (deriva correntizia, reti clientelari ecc.) era già logorata fin dai primi anni ’70, tant’è che Aldo Moro cercò quel rinnovamento che poi la storia negò tragicamente.
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Alla fine, c’è da scommetterci, la proposta del “governo di emergenza” di Pierferdinando Casini e poi rilanciata e “affinata” da Massimo D’Alema, invece di colpire Silvio Berlusconi sarà un boomerang per le opposizioni.
Idv a parte, che cerca il tanto “peggio tanto meglio” e dice “no” a tutte le proposte … “ragionevoli”, anche fra Udc e Pd c’è divisione sul governo di “unità nazionale”.
Il partito di Casini non è d’accordo con D’Alema sulla premiership di questo eventuale nuovo governo.
“E’ ovvio – parole del segretario Cesa - che una prospettiva del genere non può prescindere da Berlusconi, perché è la persona che ha vinto le elezioni”. Che abbia fallito nel governare un Paese oramai sull’orlo dell’abisso, conta poco.
E quando la Democrazia Cristiana (la Balena Bianca aveva voti e percentuali ben più corposi del Pdl) diede l’ok a governi guidati da Spadolini e Craxi, segretari di piccoli o piccolissimi partiti?
Già, roba da prima Repubblica. Quando, fra limiti, errori e nefandezze varie, si trovava anche il tempo di ragionare. E di pensare all’Italia.
Quelli della Lega ci tengono alla “pulizia”, all’ “igiene”, alla salvaguardia dei padani dalle contaminazioni degli … stranieri.
L’ultima trovata viene dal comune di Brescia, dove sugli autobus hanno inaugurato “il guanto da viaggio”, monouso color blu, per “offrire agli utenti un’opportunità in più in termini di igiene”.
Che c’è di male? Niente. Se non che il “guanto” è in uso solo sulla linea 3, la più utilizzata dagli utenti … extracomunitari.
Il sindaco del Carroccio dimentica che l’art 3 della legge n.654 del 1975 (sì, ai tempi della prima repubblica …) recita: “E’ punito con la reclusione fino a tre anni chiunque .. commette atti di discriminazione per motivi razziali, etncii, nazionali o religiosi”.
E dimentica la vicenda di Rosa Parks, la donna di colore che nel 1955 fu imprigionata negli Usa perché si sedette nella zona per bianchi su un autobus pubblico di Montgomery. Da lì partì la stagione delle grandi lotte per i diritti degli afroamericani.
Qui partirà l’applauso per un altro scatto alla carriera di Bossi jr, il “trotta”.
Scrive sul Riformista Giampaolo Pansa che gli italiani sono sempre di più soffocati da sette peccati capitali quali indolenza,menefreghismo,disonestà, furbizia da poco, ipocrisia ed egoismo.
Un “bel” quadro. Sano realismo o eccesso di pessimismo?
In un certo senso, ha ragione Silvio Berlusconi: i problemi si possono risolvere con un atteggiamento positivo, accettando la sfida, il rischio, con l’ottimismo del fare, l’entusiasmo del fare. Ma a sua volta, è lo stesso Berlusconi ad essere responsabile ed espressione della crisi dell’Italia.
Diceva George Eliot: “Ci sono dei pulcini che, quando diventano galli, credono che il sole si levi per sentirli cantare”.
L’Italia della prima Repubblica aveva limiti e pecche pesanti. E forse non è neppure vero che allora eravamo una nazione di serie A.
Ma adesso, come ribadisce Pansa, ci siamo retrocessi alla serie B. E tra non molto finiremo in serie C.
Nel buio della guerra e anche dopo, la classe politica era all’altezza dei propri compiti, comprendeva e interpretava gli eventi, era di fatto più “avanti” dei cittadini che rappresentava. E oggi? E’ l’opposto.
Questa classe politica, non solo Berlusconi e i suoi sodali, non reggono di fronte alla crisi economica e tanto meno reggono di fronte alla crisi morale, culturale, sociale.
E’ questa classe politica ad essere nel contempo artefice e “vittima” del proprio “sistema”. Un po’ il cane che si morde la coda.
Il punto di non ritorno è vicino. Molti, troppi, mettono la testa sotto la sabbia. Oltre che pavidi e miopi, sono irresponsabili.
Ma c’è una parte non indifferente dell’opinione pubblica che si interroga con grande preoccupazione sul futuro di questo Paese. Chi la rappresenta?

Non c’è niente da fare, Giuliano Ferrara è triste. Dopo che Berlusconi ha aperto alla possibilità di rinviare l’approvazione del ddl intercettazioni a Settembre (ovviamente non è sicuro, conosciamo bene il rapporto tra Berlusconi e la verità), il direttore del Foglio ha scritto un commovente articolo, intitolato “Ritirata non strategica”. L’inizio è dei migliori, infatti neanche Ferrara sembra più credere alle sparate di B:
“Vedremo (se mollerà, nda), perchè con il Cav. non si sa mai.”
Comunque, il punto non è aver ceduto. Ma aver ceduto così, ad un partito ben specifico.
La parola “magica” non esce, né da Berlusconi né da Tremonti. Il capo del Governo e il ministro dell’Economia non dicono e non diranno mai: “Ci siamo sbagliati”.
Hanno mentito sapendo di mentire, negando l’evidenza. Tale e quale il governo greco, che ha addirittura truccato i conti portando la nazione allo sfacelo.
Ovunque, a cominciare dall’Italia della prima Repubblica, tutto ciò avrebbe portato all’immediato cambio del Premier, alla crisi di governo, a un nuovo esecutivo.
Per chiedere sacrifici agli italiani, serve credibilità politica e personale di chi lancia gli appelli a tirare la cinghia. Qual è il livello di credibilità di un premier e di un governo che nascondono la verità alla nazione?
Fino a pochi giorni addietro si rilanciavano le promesse di tagli fiscali e l’avvio del federalismo fiscale.
Ora c’è allarme rosso per mettere in sicurezza i conti pubblici: la differenza tra il calo delle entrate fiscali (per il rallentamento dell’economia, -6,5% in due anni e per l’aumento dell’evasione) e l’incremento delle spese ha portato la situazione vicino al tracollo, con il deficit al 5% 2009 e al prosciugamento dell’avanzo primario.
Questo il quadro che Silvio Berlusconi ha irresponsabilmente taciuto per non perdere la faccia e il consenso. Questa “furbata” costerà salata agli italiani. Addirittura il Premier attribuisce la responsabilità della manovra all’Europa, alla crisi greca, alla sinistra. La colpa è sempre di altri. L’Italia del Cavaliere non esiste.
Così, la manovra, oltre che tardiva e iniqua, sarà inutile: solo un tappabuchi, non stimola la ripresa, chiama ad altri tagli, ancora più dolorosi. Certo che ci vuole il bisturi: ma serve un ottimo chirurgo che sa dove e come incidere.
Qui si resta allo “spot”. Che fa prosperare le tv del Cavaliere ma fa affondare l’Italia.
Il governo Berlusconi è messo proprio male. Nelle stesse condizioni, qualsiasi esecutivo della prima Repubblica sarebbe già caduto. Perché oggi non accade?
Perché non c’è neppure l’opposizione.
Non c’è una opposizione capace di presentarsi come credibile alternativa di governo. C’è una opposizione, Pd in testa, incapace di interpretare i sentimenti di protesta e di insoddisfazione della gente e tradurli in azione di lotta sociale e politica. Una opposizione che non “sfrutta” le contraddizioni e le crepe della maggioranza.
Il “gioco” è tutto dentro il “Palazzo”, un frustrante “stop and go”, al di fuori della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini, ai quali si propinano bugie e aggravi di ogni tipo.
E’ la prima volta in Italia che il Parlamento non ha niente da fare. I deputati (nominati) non solo sono (quasi) tutti fannulloni: sono “disoccupati” perché sono almeno tre mesi che il Governo non c’è, nessun ministro lavora sul programma presentato agli elettori, i parlamentari approvano (o votano contro) i decreti legge imposti dal Premier.
Premier, governo e maggioranza latitano: pende la spada dell’inchiesta inquietante sul G8; pesa come un macigno lo strappo di Fini con conseguenze ancora tutte da definire; incalza la crisi economica che impone austerità e tagli ovunque (perché non si parla più del Ponte sullo Stretto?).
Nessuna delle riforme promesse e sbandierate è sulla linea di partenza. Anzi!
La riforma fiscale non si fa. Il federalismo fiscale farà la stessa fine. Le riforme istituzionali restano nel cassetto. Nessuno sa cosa si farà. C’è solo una certezza: non si farà nulla.

Non passa giorno che scoppia uno scandalo, vero o presunto, che non vengano scoperte “cricche” del malaffare con riferimenti ai politici di ogni colore.
L’ultima “bega” esplosiva riguarda un big, il ministro Scajola, quindi una delle colonne portanti del governo e del premier Berlusconi.
Qui vogliamo andare oltre i fatti (ripetuti, gravissimi, ripugnanti): non doveva essere la seconda Repubblica a dare volto e sostanza alla nuova Italia, con il sistema maggioritario, il bipolarismo, la democrazia leaderistica? I mali del Belpaese non venivano tutti dalla Prima Repubblica “consociativa”, priva dell’alternanza, asfissiata nel sistema elettorale proporzionale e dalle preferenze?
Il maggioritario (voluto da Berlusconi e Occhetto nel 1993-1994) avrebbe cancellato la corruzione, la frammentazione e l’instabilità politica. E’ vero, il Porcellum ha eliminato dal Parlamento molti partiti. Con Veltroni che nel 2007 arrivò al Pd a “vocazione maggioritaria” cancellamdo gli alleati di sinistra e regalando di fatto l’Italia a Berlusconi e a Bossi.
Ma è questa la “stabilità” politica, il “buongoverno”, l’Italia delle riforme? L’instabilità è oramai permanente, la corruzione, le tangenti, la commistione fra politica e affari è tale e quale, se non peggio, dei tempi di Tangentopoli. Addirittura pende la spada di un nuovo voto anticipato, con l’ombra sinistra di … “vita breve” di tre legislature su cinque della Seconda Repubblica.
E c’è chi, Berlusconi in testa ma anche parte del Pd, insiste per passare dal bipolarismo al bipartitismo all’americana.
Il sistema creato dalla Seconda Repubblica è un bluff, retto com’è da strumenti di ingegneria politica più che da progetti politici, da una classe politica inventata, nominata come in un sultanato.
Italia da telenovela. Il finale, se continua così, sarà amaro. Da pianto … greco.

No, non è questa l’America. E il vento di Francia non ha portato spifferi “del sol dell’avvenire” nelle urne del Belpaese.
Che Paese! Tocca il fondo, fanalino di coda in tutti gli indici internazionali che contano e qui la “casta” gioca al teatrino della politica. Prima, durante e dopo il voto, sempre il solito refrain, quello del muso duro, dell’uno contro l’altro, delle balle astronomiche per convincersi e convincere che i “numeri” sono una opinione.
Nessuno, né i “vincitori” né i “vinti” terranno conto del partito più grosso, quello degli astenuti. Il messaggio politico più significativo di questa tornata elettorale non trova sponda politica. Non è vero che è solo un segnale “passeggero”.
Pierferdinando Casini, uno degli sconfitti più sconfitti fra gli sconfitti, una cosa giusta l’ha detta: “L’Italia è il Paese dove oramai tutti sono contro tutti”.
I vari “fans” di questo o quel partito, di questo o quel candidato, stanotte hanno brindato, sventolando bandiere. E’ il ballo del “particulare”: a nessuno (a nessuno) frega niente della propria regione e della propria nazione, in quanto identità, comunità, popolo. Ed è la festa dei “fanatismi” e dei “fanatici”. Dietro le ideologie della prima Repubblica c’erano anche cuore, ideali, valori. Qui cosa c’è?
Adesso la nuova frottola (sempre di Casini) è la “riconciliazione nazionale”. Per fare le … riforme. Per fare dell’Italia un Paese … normale.
Tranquilli, ci pensa Renzo, il figlio di … Bossi.
Serioso, corretto e sempre impegnato a spaccare in quattro il capello, il Partito democratico si “scandalizza” perché Berlusconi chiama i 40 milioni di elettori di domenica e lunedì a un voto pro o contro se stesso.
Sì va alle urne per le regioni e per diverse province e comuni. Il confronto dovrebbe concentrarsi sui candidati, sui programmi, sulle alleanze. Ma non è così.
Perché senza la radicalizzazione il Pdl subirebbe un tracollo, ma anche perché, comunque, i territori dove si vota sono in Italia, in mezzo ai problemi dell’intero Paese.
Perché Bersani e l’opposizione non accettano la sfida di Berlusconi e, approfittando di questo appuntamento elettorale, non chiamano gli italiani a un referendum su Berlusconi?
L’occasione è da cogliere. Il momento è favorevole. L’Italia è nel morso di una crisi durissima, con una perdita del Pil di 5 punti, il peggior risultato degli ultimi 40 anni! Perduti un milione di posti di lavoro, cassa integrazione che si moltiplica in termini algebrici, il debito pubblico che esonda. Nella tanto vituperata Prima repubblica, dati così avrebbero spazzato via Premier, Governo, leader di partiti.
Tutto questo incide pesantemente a livello territoriale e quindi il voto può (o deve?) essere trasformato (anche) in un referendum sul governo e su Berlusconi.
L’adunata-boomerang di Piazza San Giovanni è pari solo a quelle inscenate nella Corea del Nord di Kim Jong II, nell’Iran di Ahmadinejad e nella Bielorussia di Lukashenko. L’unica differenza è che là, almeno, le piazze sono… piene.
L’arroganza, la volgarità, la ringhiosità di questi giorni dimostra che Berlusconi è in crisi: mena fendenti a vanvera, di fronte al suo elettorato sempre più deluso e smarrito, pronto a dare un segnale di “disaffezione”, disertando le urne.
Cosa aspettano Bersani e gli altri leader dell’opposizione a uscire allo scoperto, accettando la sfida “politica”? E’ l’ora di battere un colpo adesso, che il ferro è caldo. Anzi, rovente.