L’antico adagio “chi non sa fare insegna” (forse) non si addice a Massimo D’Alema, chiamato a Londra per spiegare le sconfitte della sinistra italiana ed europea.
Il neo presidente del Copasir è stato infatti invitato (lunedì prossimo) dalla Italian society per una conferenza pubblica alla London School of Economics and Politica Science.
Gli inglesi, noti “bacchettatori” degli italiani, stavolta ritengono di avvalersi dell’ex premier (l’unico ex Pci a capo del governo italiano) per analizzare la debacle subita alle ultime elezioni europee dai partiti di sinistra.
Magari “baffino” potrebbe cogliere la “ghiotta” occasione del palcoscenico internazionale, spiegando anche il ko personale subito recentemente nella propria terra pugliese, sull’affaire primarie.
Il Pd non si smentisce e si divide anche su questa “opportunità”: c’è chi ritiene valida la scelta del “saggio” D’Alema e chi, invece, si augura che gli inglesi se lo tengano stretto (il baffino) e non lo … rilascino. Almeno fino al 30 marzo.
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Mentre l’Idv di Antonio Di Pietro celebra dopo dodici anni il suo primo congresso in cerca di “democrazia”, il Pd è in uno stato di congresso “permanente”, sempre alla ricerca di identità, progetto, leadership.
Più che sui contenuti, ci si arrovella sui contenitori. Goffredo Bettini, già deus ex machina di Walter Veltroni, torna a gettare il suo “peso” per accusare il partito di “fare solo accordi di potere e di aver santificato il correntismo”.
Ma il Pidì è da quando è nato che è via via scivolato dalla deriva correntizia alla deriva personalistica, sprofondando nei club che si formano e si disfano attorno a capi, capetti, cacicchi di ogni risma. Il tutto “santificato” da primarie, plebiscitarie quanto bluff.
La diatriba interna è sempre sul sesso degli angeli, sul partito liquido o sul partito di tessere e apparati. In effetti il Pd è impegnato a guardarsi l’ombelico: è fuori della dura e complessa realtà del Paese, sballottato in un gioco delle alleanze in mano a Di Pietro, a Casini,a Vendola e persino alla Bonino, nel cono d’ombra ingombrante di Marco Pannella.
L’ex eminenza grigia di Veltroni, Bettini, sulla scia del sindaco di Torino Chiamparino, rilancia la nascita di un “nuovo cantiere politico, un nuovo Ulivo, da Vendola alla Bonino”. E’ la solita, stantia politica da salotto. Manca solo il thè con i pasticcini.
Intanto Di Pietro “sogna” la fusione dell’Idv con il Pd. Ma la somma fra “perdenti”, (nel senso di rimanere ancorati all’antiberlusconismo tout court e quindi condannati all’opposizione) produce solamente sconfitte. E sconfitti.
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I primi cento giorni Pierluigi Bersani li ha superati senza infamia e senza lode. I prossimi cinquanta, o poco più, saranno decisivi per il segretario del Pd e per lo stesso partito.
I fatti, cioè l’andazzo di un partito in balia dei sussulti autodistruttivi interni e degli altalenanti eventi esterni, dimostrano che il Partito democratico era e resta una “amalgama mal riuscita” e che le primarie (oltre tre milioni di militanti ed elettori votarono per Bersani) erano e restano un bluff.
Cento giorni sono passati invano: il partito “pesante” è una chimera (nel territorio dominano i cacicchi e al centro le antiche divisioni correntizie si consumano in vecchie e nuove lotte fratricide) e la strategia delle “larghe” alleanze per un nuovo Ulivo fa acqua da tutte le parti (da una parte con l’Udc da “terzo forno”, e dall’altra con Idv e Radicali che giocano al gatto col topo).
I ko in Puglia e a Bologna non sono incidenti di percorso, bensì l’iceberg dello stato di salute del Pd. In ognuna delle tredici regioni chiamate al voto di marzo il pidì è una “gruviera”, va “a rimorchio”, sempre sotto il tiro di “amici” e “avversari”.
E non c’è capo o capetto, a Roma o fuori, che non esprima dissenso, infischiandone della linea del partito e della sua leadership.
Chi temeva un Bersani “autoritario” e “sbaracca tutto” si è dovuto ricredere: il segretario si è distinto per il suo minimalismo e per una ordinaria amministrazione che lascia il caos che c’era già.
Al Pd servono invece idee nuove e scatti da grimpeur. Ma servono adesso. Fra due mesi può essere troppo tardi. Sia per Bersani che per il Pd.
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Intervistato dal Corriere della Sera, Lucio Dalla ha proposto di candidare Romano Prodi alle prossime elezioni amministrative, organizzate in tempi record, per trovare il sostituto di Flavio Delbono. Sindaco di Bologna fino a qualche giorno fa.
Ad oggi né il Partito Democratico locale (e nazionale) né l’ex Presidente del Consiglio hanno smentito la proposta del cantautore. Questo, se uno ci pensa bene, è probabilmente peggio della stessa provocazione.
Inutile chiedere, appena possibile, il pensionamento di Silvio Berlusconi se per ogni occasione utile si rispolverano esponenti politici che hanno fatto il loro tempo tanto da non essere più credibili per gli stessi cittadini che partecipano alla vita politica del paese.
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Le “giravolte” sono la costante della politica italiana. Ma sono quasi sempre l’effetto di qualcosa o qualcuno che le ha generate.
Adesso Pierferdinando Casini, anticipando il cambio di “linea” politica, rifà lo slogan e l’Udc si riposiziona: “contare” al Sud e “contarsi” al Nord.
In poche parole, sganciarsi da Bersani e riavvicinarsi a Berlusconi, cioè prendere il potere (alleati del Pdl) nel mezzogiorno e prendere più voti possibile sopra il Po, (correndo per lo più da soli) in funzione anti-Lega, strizzando l’occhio al Cavaliere.
La “svolta” è soprattutto il frutto di un Pd (partito “fallito”, dice il sindaco democrat di Torino Chiamparino!…) che non “tiene”, spinto verso un inseguimento miope della società civile e di un populismo privatistico, prigioniero di gruppi e gruppetti, stretto nella morsa suicida fra casta, cacicchi e primarie.
E’ il risultato del trionfo di Vendola nelle primarie pugliesi e dell’accordo Pd-Idv.
Ma è anche lo sbocco di un Casini abile tattico (“Non possiamo immolarci un giorno sull’altare del vendolismo e un altro su quello del dipeitrismo”) ma strategicamente con il fiato corto.
Continua a leggere: Ore 12 - Casini, "figliol prodigo" del pragmatico Berlusconi?
La sinistra, Pd in testa, è in balia degli umori del momento. E’ sempre così, quando la crisi morde e non si sa che pesci pigliare.
Adesso, dopo l’exploit pugliese di Nichi Vendola, (quasi) tutti a puntare sulle primarie, ritenute lo strumento di maggior legittimazione democratica e l’arma vincente, quanto meno nella scelta del “migliore” candidato interno. Ma è proprio così?
Anche il “bipolarismo”, tanto osannato quale panacea dei mali della politica, sta mostrando la corda (è in crisi anche dove impera da sempre, a cominciare dalla Gran Bretagna).
E per vincere le elezioni e per poi governare ci vogliono le “coalizioni” (non certo a marmellata come quelle di Prodi …), di norma guidate dal leader del partito più forte della coalizione stessa.
Fu così anche nella Prima repubblica dal 1945 al 1981 con il premier sempre targato Dc. Quando a Palazzo Chigi l’inquilino cambio “marca”, prima con un premier repubblicano (Giovanni Spadolini), poi con due socialisti (Bettino Craxi con la famosa “alternanza” e Giuliano Amato), non fu per la magnanimità dello Scudo crociato ma perché la Dc andò in crisi e quello era l’unico modo – stante la conventio ad excludendum verso il Pci - per rimanere al potere e dare un governo all’Italia.
Diventando premier il leader di un partito “minore” saltava però il rapporto fra consenso, potere e responsabilità su cui reggono le democrazie rappresentative. Idem nella Seconda repubblica, almeno nel centro sinistra: vedi i governi diretti da Romano Prodi. Che centra con oggi?
Continua a leggere: Ore 12 - "Piccoli" leader crescono. Ma non è tutto oro quello che luccica

Thefrontpage è un sito interessante. Curato da Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino (entrambi ex collaboratori di Massimo D’Alema), nei giorni scorsi si è distinto per la difesa ad oltranza della politica dalemiana in Puglia. Cioè della decisione di sostenere alle primarie Francesco Boccia.
Decisione a dir poco funesta. Infatti Vendola ha vinto con largo margine. Per Boccia è stata una catastrofe. Come ha scritto Marco Travaglio sul Fatto:
“C’è un che di pervicacemente odioso nel comportamento degli elettori pugliesi del Pd. Alle primarie di cinque anni fa D’Alema ordina di votare Boccia e loro votano Vendola al 51%. Ora D’Alema riordina di votare Boccia e loro rivotano Vendola, ma al 75%. Percentuale che a Gallipoli, casa D’Alema, sale all’80 […]”
Continua a leggere: Elezioni regionali 2010: le primarie in puglia viste da thefrontpage
Il neo trionfatore delle primarie pugliesi, Nichi Vendola, un partito ce l’ha e se lo tiene stretto. Così come la candidata alla presidenza della regione Lazio Emma Bonino, un partito ce l’ha e non lo cambierà di certo.
Sia Vendola che la Bonino sono adesso i “vessilliferi” del Pd, il quale alle Regionali farà convergere sui dei ex … “compagni-nemici” i voti del proprio elettorato. Quindi Nichi e Emma si troveranno a correre nello stesso Team e si trovano “coperti” sotto lo stesso ombrello marcato pidì.
Quando “la polvere si poserà” (Bersani dixit), non sarà poi così facile far convergere gli elettori del Pd sui due … nuovi leader. Perché?
Sentite cosa scriveva anni fa (1999) Nichi Vendola della … “coequiper” Emma Bonino: “Emma è un uomo di rara furbizia e di rocambolesco cinismo”. “Si veste come un monaco tibetano, ma ragiona come un funzionario della Cia”. “Lui, il Bonino, ama la guerra, condita con ironiche citazioni di Ghandi”. “Gli piacciono le stragi ornamentali e le carneficine umanitarie”. E’ un sacerdote dell’idilio atomico”. “E’ un terrorista dell’Uck o della Casa Bianca, travestito da carmelitano scalzo con il paracadute”. “Una vipera con la faccia di colombella, il soldato Emma Bonino. Con l’elmetto in testa, con la tessera della Nato in tasca, con il cuore nel portafoglio”.
Oggi Nichi e Emma, uniti dallo stesso cordone ombelicale del Pd, scendono in campo in Puglia e nel Lazio, per combattere la stessa battaglia. Forse.
Continua a leggere: Quando il compagno Nichi "sparava" sulla compagna Emma
La profezia di Indro Montanelli “Vinca il nemico purchè perda il concorrente” si addice al Partito democratico, avvitato nelle sue primarie-a-elastico, o primarie-barzelletta-scontate, o primarie-faida e comunque sempre primarie-boomerang.
Le primarie in Puglia sono l’iceberg di una situazione che va ben oltre i confini regionali. E’ questo il Pd. Un partito che non si sa cos’è ma che si… “ritrova” solo quando deve dilaniare se stesso.
Stavolta l’occasione è data da Vendola, l’”antipartito” (!?) di un partito frullato e fantasma, che abbatte Boccia, braccio destra di Enrico Letta e sponsorizzato da Massimo D’Alema, espressione degli apparati (!?)… scomparsi.
Quindi un candidato che si basa sul 2% del proprio partito (ora Sinistra-ecologica e libertà) e straccia l’avversario che si basa sul 30% del proprio (Pd). Chiaro?
E si grida allo scandalo! Come se nel 2008, persino in Emilia Romagna, i candidati “ufficiali” del Pd, non avessero preso mazzate in continuazione, alle primarie e, gli scampati, alle elezioni!
Evidentemente, i nodi da sciogliere sono tanti. Il primo riguarda l’identità e la natura di un partito, diviso, continuamente alla ricerca di se stesso e della bussola. Ma c’è anche una questione che riguarda la selezione e la scelta degli uomini, candidati delle primarie o esponenti delle istituzioni: vengono (quasi) sistematicamente bocciati perché sono… quello che sono, cioè non credibili, per non dire impresentabili.
Continua a leggere: Ore 12 - Il Pd nel gorgo delle primarie "boomerang"
Nichi Vendola: boom. Voto + 8. Oltre 200 mila pugliesi lo scelgono nelle primarie per dare l’alt alla destra in Puglia. Dura lezione per Massimo D’Alema. E per il Pd.
Renato Brunetta: sboom. Voto – 8. Il mini ministro sforna l’ennesima idea bluff: “Ai giovani soldi dalle pensioni”. Bocciato trasversalmente. Anche Palazzo Chigi dici “no”.