Angelino Alfano: mascherato. Voto 4- In un colloquio con Angela Merkel Alfano ha promesso che il “nuovo” Pdl sceglierà il candidato premier alle prossime elezioni con le primarie. Cav permettendo.
Gianni Alemanno: smascherato. Voto 4- Sparatoria a Roma: 64enne ucciso davanti al garage. Il 38° omicidio nella capitale dal 2011. E le “squadracce nere” scorrazzano impunite. C’era una volta in Italia.
Di là, nel Pdl, parla e comanda uno solo. Di qua, nel Pd, parlano in troppi e ognuno rema per proprio conto. Il troppo stroppia, ovunque. Il Pdl, partito del padre-padrone, può morire di cesarismo. Berlusconi, rais o sultano fa lo stesso, ha dimostrato di saper vincere le elezioni ma di non sapere governare. Bersani, democratico riformista, ha dimostrato doti di buon “amministratore” ma non è stato ancora capace di affermare la sua leadership.
Il Pd, partito dall’amalgama non riuscita, rischia di rimanere impantanato nella ricerca di identità e negli eccessi di personalismi di capi e capetti dediti a coltivare l’arte della divisione. Tutti giurano di non volere le correnti ma in molti non fanno altro che allevare gruppi e gruppetti in una gara al logoramento del capo di turno, mai riconosciuto anche se legittimato da moltitudini di militanti in fila davanti ai gazebo delle primarie.
Quindi nel Pd non c’è un capo carismatico, ma non c’è neppure un segretario riconosciuto dalla maggioranza del partito. Da ciò deriva la difficoltà di formulare e attuare una linea politica condivisa. Così la normale dialettica politica interna si trasforma in cannibalismo, caos permanente, disorientamento e sfiducia della base, alleanze ad uso e consumo dei rapporti di forza interni.
Emanuele Macaluso, per decenni ai vertici del Pci con Togliatti, Longo e Berlinguer, propone: “Bersani dovrebbe riunire la Direzione e esporre, senza se e senza ma, qual è la strategia del Pd per affrontare questa fase della crisi, quali sono i problemi che vuole affrontare e quale sistema di alleanza prefigura per un governo di alternativa. Dopo chiedere un voto, verificare se c’è una maggioranza e, su quella base, operare. Le minoranze si definiranno anch’esse, non per età, ma per idee e progetti politici”.
Invece Pier Luigi Bersani cade nella trappola tesa da Matteo Renzi. Per dimostrare di non temere il giovane”rottamatore”, il segretario del Pd rinuncia ad appellarsi allo statuto del partito per essere l’unico pd in pista per la premiership: “Io mi candido. Renzi? Mi sfidi pure”. Acida e provocatoria la replica di Matteo Renzi dalla Leopolda: “Pure il segretario del Ps francese Martine Aubry ha corso alle primarie. E ha perso”.
Fra qualche mese, quando si commenterà il perché della ennesima sconfitta elettorale del Pd e della coalizione di centro-sinistra bisognerà ripartire da qui. E’ l’insostenibile leggerezza del Pd e del centrosinistra la carta vincente di Berlusconi. Quando si dice la vocazione all’autolesionismo.
Non è la Rivoluzione d’Ottobre. E’ solamente l’ottobre surriscaldato del Partito democratico o, meglio, di bellicose componenti interne che tengono sui carboni ardenti il segretario Bersani e inquietano la base stanca delle manfrine dei capi.
In pratica si tratta di tre kermesse organizzate dai tre “discoli” Renzi, Civati, Orlando. Di fatto sono tre meeting per dare organizzazione e visibilità a tre correnti all’interno di un Pd che non trova mai pace e si impegna sempre sull’unica cosa che gli riesce meglio: farsi del male.
Si comincia il 16 ottobre con i 30-40enni chiamati a L’Aquila dal ligure Andrea Orlando per “Rifare l’Italia, rinnovare il Pd”. Seguirà il 22 e 23 ottobre a Bologna l’incontro di Pippo Civati e Debora Serracchiani incentrato sul rapporto partito-movimenti-società civile. Chiuderà il “rottamatore” Matteo Renzi con una tre giorni a fine mese alla stazione Leopolda di Firenze .
“Ogni giorno – dice l’indaffarato sindaco di Firenze – sui media o in rete ci sono nuovi sostenitori del ricambio totale. Ma adesso noi sentiamo il bisogno di fare il salto di qualità. Non basta la rivendicazione anagrafica e non basta dire che gli altri hanno fallito: è il momento di tirare fuori le idee”.
C’è voglia di confronto, ed è bene. Pare però che ci si voglia confrontare indossando la giubba e i “gradi” del Pd, ma senza i “proprietari” del partito che sono gli iscritti e senza il segretario scelto dalle primarie. Il nodo è il rapporto tra elaborazione e decisione, che in politica è sempre mutevole. Se nell’applicazione della linea del partito si esprime il grado di adesione e di convinzione di Renzi, Civati, Orlando, non c’è da stare allegri.
Dopo i convegni “aperti”, poi chi decide nel Pd? Prevarrà il senso di unità e appartenenza al partito Democratico o le ambizioni di chi è in cerca di nuovi posti e di rivincite personali? L’impressione è che nel Pd Bersani e (pochi) altri tirano la carretta e altri (come Renzi & C) passano il tempo a lucidarsi i bottoni in attesa del “big bang”.
Silvio Berlusconi: discesa libera. Voto 3 Il premier vuole la stretta sulle intercettazioni ma il Colle dice no alla legge bavaglio. E intanto nei sondaggi crolla la fiducia.
Vittorio Sgarbi: discesa in campo. Voto 4 Il critico si candida alle primarie del Pdl: “Il dopo Silvio sono io”. Primarie (vere) e leader (con lo stampino) cercasi. Telenovela.
Il Partito Democratico torna a vacillare, dalla periferia al centro, sotto l’urto della questione Penati.
Nel Pd c’è chi si rifugia dietro lo slogan logorato e fasullo “Il Paese ha bisogno di un partito unito”, dimenticando una semplice verità: il Paese ha bisogno di un partito (e di partiti) vero, democratico, trasparente, fuori dalla tenaglia della commistione politica-affari.
Chi dice che nel Pd non c’è una “questione morale”, ma soli insignificanti casi personali, mente sapendo di mentire o vive sulla Luna. E chi dice che gli altri (Pdl in primis) sono peggiori, dice il vero ma ripete la vecchia litania dei tempi del Pci che in Urss non c’era libertà ma che in America i negri stavano peggio, per cui si stava con l’Urss.
Anche per il Pd la questione vera è la sua “classe dirigente”: chi sono, da dove vengono, cosa hanno fatto e fanno i dirigenti di questo partito (e delle istituzioni), chi paga le loro campagne elettorali e le varie primarie: in altre parole la selezione e la formazione della classe dirigente a tutti i livelli. Ha il Pd gli anticorpi per evitare la “degenerazione”?
Continua a leggere: Ore 12 - La patata bollente Penati e il "caos morale" del Pd
Le province spariscono e riappaiono. I tagli alla politica appaiono e poi spariscono. Magie e trucchi dei partiti più grandi. Bindi-bi-Bondi-bi-bu!
Brunetta si sposa in notturna per evitare contestazioni. Ed evita bene anche i lanci di riso alla fine della cerimonia, visto che gli invitati tirano normalmente ad altezza d’uomo. Tremonti evita di andare al matrimonio del collega “cretino” e dopotutto ha altro a cui pensare. Deve garantire sui titoli di Stato e proteggere Gotham City dai Joker della speculazione internazionale. Bot-man
Altro che Cav-allo vincente. Il premier sembra ormai un ronzino decotto. Ma nessuno dei suoi ha ancora il coraggio di dirglielo in faccia. Biada a come parli
La Santanchè, testuale, a Repubblica sulle primarie del Pdl: “Non so chi, non faccio nomi. Ma lo zoccolo duro di Berlusconi sono sempre state le donne e dopo di lui non potrà che esserci una donna”. Le zoccole dure
Dopo il tete-a-tete fuori programma alla Camera con il premier, Antonio Di Pietro è lanciatissimo. Attacca tutti. O meglio, attacca molto meno di prima Berlusconi e molto più di prima gli “alleati” di sinistra.
Alla Camera ha tirato le orecchie a Bersani, con tanto di applausi dai banchi del Pdl. Adesso, parlando delle primarie, tocca a Vendola.
Il leader dell’Idv è perentorio: “No alle primarie per candidati alla Vendola”. Poi torna a strattonare Bersani: “ Il Partito Democratico deve individuare prima il programma e la coalizione e poi scegliere il candidato che la guiderà. In questo caso parteciperemo con un nostro candidato, altrimenti facciamo le primarie per candidati alla Vendola, e questo non aiuta”.
Perla finale: “Agli alleati - chiosa Di Pietro - dico di uscire dalla supponenza e dalla saccenza e di lavorare per il bene del paese. Agli alleati con la puzza sotto il naso - conclude - io dico di pulirsi il naso e respirare meglio”.
Sì, sono i risultati del meeting con il Cavaliere. A quando il … salto della quaglia?
Chi vince (forse) ha sempre ragione.
E’ così anche per il “compagno” Piero Fassino trionfatore delle primarie del Pd dove 53 mila torinesi hanno fatto la fila ai gazebo, indicandolo come candidato sindaco alle prossime amministrative di maggio?
Indubbiamente l’ex segretario dei Ds è persona onesta, seria, preparata, uno che lavora per la “ditta” e antepone gli interessi generali a quelli personali. A 60 anni suonati, in politica fin da ragazzo, “rivoluzionario di professione” nel Pci, Fassino apre a una riflessione che è una lezione politica.
Sì, il refrain stantio e inutile della “rottamazione” come linea politica, è una fregnaccia. Fa il pari con quella (berlusconiana) dell’antipolitica, utile solo a fare la propria politica, che è sempre quella dei propri interessi. Il Cav, abile e furbo, ha concorso a smantellare gli altri partiti “democratici”, facendo poi il suo partito personale-padronale.
Rottamare uno come Fassino, che sa, che sgobba, che fa battaglia politica per le idee e non per le poltrone, sa solo di snobismo, di chi studia a tavolino cosa dire per farsi vedere davanti alla tv, sgomitare nella logica “mors tua vita mea”.
La rottamazione “automatica” ricalca la scelta di Nerone che voleva tagliare la testa a chi superava i 50 anni. La rottamazione a prescindere é una grande minchiata, anche perché di giovani “eroi” con spirito di sacrificio ed altruismo, votati alla politica come “servizio”, se ne vedono pochi.
E’ davvero l’età che determina capacità innovative? Bisogna aprire le porte ai giovani, ma il nuovismo a tutti i costi è il rovescio della medaglia della politica spettacolo, dell’immortale gattopardismo “cambiare tutto per non cambiare niente”.
Continua a leggere: Ore 12 - La lezione (ai "rottamatori" e non solo) del compagno Fassino.
Silvio Berlusconi: caserma. Voto 4-. Il partito del predellino scende in piazza il 13 febbraio contro i giudici. Ultima parata prima del ko finale o test dell’Italia modello Bokassa?
Pierluigi Bersani: casamatta. Voto 4-. Il segretario del Pd commissaria il partito napoletano dopo il caos primarie. A quando il commissariamento nazionale del partito groviera?

Pochissimi giorni fa ci siamo occupati delle primarie del Pd a Bologna e a Napoli, in previsione delle elezioni amministrative del 2011. Bene, mentre a Bologna la vittoria del “candidato Pd” non ha suscitato polemiche (anche se parlare di candidato del Pd alle primarie del Pd sembra un controsenso tutto italiano), a Napoli il trionfo del bassoliniano Andrea Cozzolino ha dato il via a pesantissime accuse di brogli.
Qui trovate un articolo del Fatto che riassume la vicenda. Cito il caso di un seggio, davvero meraviglioso:
“A Miano, nel seggio di via Ianfolla, Cozzolino raccoglie 1067 preferenze, 867 in più di Ranieri. Un record: con il seggio aperto 13 ore, si calcola che ogni votante sarebbe riuscito a far registrare la sua preferenza in un solo minuto.”
Il punto però, al di là dei numeri (più di 44.000 votanti a Napoli contro i soli 28.000 di Bologna - Bologna, una delle capitali della “zona rossa”, superata da Napoli è di per sé un risultato sospetto), è un altro. Ma prima, serve ripercorrere in poche righe la storia delle primarie in Italia.
Continua a leggere: Primarie Pd e sospetti brogli: come distruggere una grande intuizione