In fondo per il Cav questa vita di palazzo è come una prigione. Lui stesso a volte dice di sentirsi in carcere. Ma perché non molla tutto e si ritira su qualche atollo, in una villa piena di ragazze e vasche idromassaggio? Figa per la vittoria
Secondo WikiLeaks Berlusconi sarebbe malato, sfiancato, imbolsito dai festini. E ad ammetterlo sarebbero stati persino uomini a lui vicinissimi. La mammoLetta
L’ambasciatore americano a Roma, David Thorne, dice inoltre che il Cav si addormenta troppo spesso in occasioni pubbliche (le telecamere lo hanno testimoniato) e persino al telefono. Ci vorrebbero dosi massicce di caffè. Depresso, what else?
Il Pd si prepara a rinunciare alle primarie, si prepara a divorziare dal suo elettorato e si consegnerà mani e piedi legati al leader venuto da sinistra. Sarà una resa, una disfatta. Sul ponte s-Vendola bandiera bianca
A questa corda … “salvifica” delle primarie, prima o poi il Pd ci resta impiccato. Errare umanum est ma perseverare …
Anche da Milano le primarie dimostrano una impostazione populista (con deriva a sinistra) del partito di Bersani che sa tanto di autolesionismo. Il fine di un partito politico non è un demagogico esercizio di democrazia, ma l’affermazione di un progetto capace di creare partecipazione e consenso e arrivare a governare.
La bassa partecipazione ai gazebo e soprattutto gli strascichi derivanti dal risultato che premia Pisapia, ottimo, ma non il candidato del partito e né tanto meno il candidato in grado di togliere voti al corpaccione del centrodestra, senza i quali si ringhia contro la Moratti e Berlusconi, ma da … “fuori”, impongono la riflessione.
Domanda. Se le primarie sono del Pd, perchè sono fatte per una coalizione e un programma inesistenti? Perchè il Pd, che nelle primarie ci mette la faccia e tutto il resto, fa il portatore d’acqua, deve sempre giocare di rimessa, col risultato prima di perdere “dentro”nei gazebo, poi buscarle “fuori”, nelle elezioni vere?
A Milano vince ancora il modello Vendola. Cui prodest? E’ questa la strada per fare un Pd forte e vincente, costruire una coalizione di governo per quella città e per il Paese?
Lo schema, sbagliato quanto perdente, è l’esaltazione dell’antipolitica, tradotto in una paradossale semplificazione: Pisapia il nuovo, Boeri il vecchio. La società civile che sconfigge la nomenclatura dei partiti. La teoria dei vasi comunicanti elettorali con il voto che passa da destra a sinistra in funzione del leader di turno. Quindi, basta con i partiti, considerati solo zavorra. O, come anche ieri a Milano, solo “utili idioti”.
Bene. Anzi male. Molto bravi a farsi male, da soli. Importante che alla fine vincano. Gli altri.
Dario Franceschini: amarcord. Voto 8+. Il presidente dei deputati del Pd ricorda che per l’art. 94 della Costituzione il “premier è obbligato a venire alla Camera” perché c’è una mozione di sfiducia già depositata. Berlusconi, espedienti da colpo di stato? Fortuna che Giorgio c’è.
Pier Luigi Bersani: amaro. Voto 4. Pisapia vince le primarie di Milano battendo il Pd e il suo candidato Boeri. I 100 mila votanti sperati restano un miraggio. Doppia doccia gelata per il segretario del Pidì. Gongola Vendola. E anche il Cavaliere ritrova mezzo sorriso.

Già, che fine hanno fatto le primarie? Erano state una delle più grandi innovazioni dell’Unione. Ricordate? Era il 2005, e Prodi, allora candidato premier di DS, Margherita e altri piccoli partiti, per legittimare il ruolo di capo del centrosinistra impose le primarie. Risultato: fino ai primi mesi del 2008 tutto il centrosinistra, da Rifondazione a Mastella, sostenne (con alti e bassi, voti di fiducia mancati e finanziarie mostre) il Professore.
Oggi, le primarie sembrano essere, come sempre del resto, l’unica ancora di salvezza del PD, l’unico modo per dare legittimità ad un leader, sia esso Vendola, Bersani, di Pietro.
Sergio Chiamparino ha detto che
“Il punto non è Bersani. È possibile che alla fine il candidato più forte risulti lui. Ma, ripeto, servono primarie aperte, così che tutte le istanze possano venire a galla. Solo così costruiremo una coalizione che non sia solo la somma dei partiti che la compongono.”
Continua a leggere: Bersani e Vendola: che fine hanno fatto le primarie?
Se non fossero le austere pagine del Corriere della sera a riportare la notizia si potrebbe pensare ad una delle ironiche freddure di Spinoza: il Pd sarebbe pronto a mettere in lista, sotto il proprio simbolo tricolore, 10 deputati di Prc e Pdci (compresi i segretari nazionali Ferrero e Diliberto) in modo da farli eleggere in Parlamento.
Gli stessi, se eletti, non entrerebbero nell’eventuale Governo di centrosinistra (tanto con queste genialate nemmeno nel 2095 ce ne sarà uno…) ma si impegnerebbero a sostenere Bersani nelle eventuali primarie a cui parteciperebbe anche Nichi Vendola.
Dai tempi della desistenza forse questo è il tentativo più goffo e impresentabile di garantire una presenza parlamentare alla sinistra (che ancora si rifiuta di riunirsi in un solo soggetto), reso ancora più penoso dalla postilla con la quale viene specificato che i deputati comunisti non parteciperebbero ad un Governo riformista: quindi sotto le bandiere dei riformisti per essere eletti alla Camera sì, nei posti di comando per far vedere di cosa si è effettivamente capaci, oltre le chiacchere, no. Berlusconi leggendo la rassegna stampa avrà ordinato altre 10 casse di champagne.
Bossi jr: pupa e pupazzo. Voto 5+. Guadagna punti il figlio del Senatur che esce con la pupa Elena Morali. E’ subito colpo di fulmine e la ragazza dice del “secchione”: “E’ tenero”. Appesi a una trota tenera. Celodurismo da solleone.
Pier Luigi Bersani: pupi e pupazzi. Voto 5- Sondaggi primarie fra Vendola e Bersani. Il governatore prevarebbe col 51% contro il 49%. Ma il segretario risulta più “competente” e “affidabile”. Altro giro, altri … casini per il Pd lessato.
Non c’è pace nella sinistra italiana, non c’è pace nel Pd.
Tutto serve per darsi “botte” fra amici e compagni, per guadagnare la leadership di una parte. La vecchia storia di “accontentarsi” di essere i primi degli ultimi. Comunque alla testa dei … perdenti. Vincere le primarie e poi perdere le elezioni.
La auto candidatura di Nichi Vendola ha riaperto il “fuoco amico”, anche perchè ha il sapore di una fuga intempestiva. C’è un governo in carica, c’è soprattutto nel centro sinistra il vuoto politico: non c’è un programma né una coalizione.
Né Vendola, né Bersani, né nessun altro, tracciano un nuovo perimetro del centro sinistra, con un progetto alternativo credibile, con le alleanze.
Vendola è una figura valida, ma la sindrome minoritaria è il male da cui deve guarire. Nichi fa battere il cuore della sinistra, agitare bandiere rosse, rianimare il confronto. Non è poco, nell’era berlusconiana.
Ma così si rischia di muovere i nostalgici, di finire come finì nel ’94 la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. In tal modo, ancora una volta, si aprirebbe una partita interna alla sinistra.
Cioè una partita persa in partenza perché non si parla all’Italia di mezzo, non si portano via i voti dei delusi di Berlusconi, si lascia la destra al governo.
Bersani e il Pd “ufficiale” non vogliono Vendola il … “rompiscatole”. Ma né Bersani e né il Pd sanno cosa vogliono e dove vogliono andare.
Arieccoli, quelli dell’opposizione autolesionista. Premier, governo, maggioranza con l’acqua alla gola? Che fa il principale partito d’opposizione?
Mobilita la piazza, “sbaracca” il Parlamento, tesse alleanze sociali e politiche per preparare l’alternativa credibile e fattibile a Berlusconi? Macchè!
Il Pd è già … oltre, pensa a nuove primarie di partito e di coalizione, pensa a un nuovo ribaltone interno.
Addirittura un gruppo di deputati piddini prende posizione pro-Vendola.
Già, Nichi l’autocandidato (furbo o improvvido?) alla leadership della nuova sinistra-centro, bollato da Bersani perché (la autocandidatura del governatore) è “fuori contesto”.
«Aprire una discussione sulle primarie - ha detto Bersani - non è utile, al momento. Oggi dobbiamo parlare delle difficoltà del governo, dobbiamo incalzarlo; le difficoltà sono dall’altra parte». Giusto.
Ma chi l’ascolta (dentro e fuori il Pd), il segretario “assente”, l’ex ministro delle “lenzuolate” promesse e non realizzate all’epoca del governo Prodi?
E’ la solita minestra riscaldata: nella sinistra o sinistra-centro, invece di pescare nel mare mosso del Pdl, cercano di rubarsi i voti l’un l’altro.
Questi capi della sinistra, se non ci fossero, Berlusconi dovrebbe inventarseli …

Ad una settimana dal disastroso forum digitale del Partito Democratico, esemplificativo di questo flop sono state le recensioni di Vittorio Zambardino e Alessandro Gilioli, Matteo Renzi ha deciso di prendere le distanze dall’ignoranza telematica di Pier Luigi Bersani realizzando per la città di Firenze, di cui è sindaco, un progetto con l’IBM.
La collaborazione con l’azienda è stata realizzata per migliorare la promozione dei beni culturali della città per la quale lo stesso Renzi, all’inizio del proprio mandato, aveva creato un comitato congiunto per l’innovazione.
“È importante che una realtà come il Comune di Firenze – ha dichiarato Matteo Renzi – non viva soltanto dei ricordi del proprio passato, ma abbia la forza di innovare. Con l’accordo firmato applichiamo il cambiamento a questioni concrete come il traffico, i beni culturali, la gestione dei documenti pubblici. Per Firenze è una grande opportunità: vuol dire guardare al domani con gli occhi rivolti verso il futuro e non con la testa girata verso il passato”.
Continua a leggere: Firenze: l’IBM lavorerà con Matteo Renzi

Pochi giorni fa ci eravamo occupati delle primarie per la Camera dei Rappresentanti negli Stati Uniti. Ieri sono arrivati alcuni importanti verdetti: in California, per i Repubblicani, due donne provenienti dal mondo degli affari, Carly Fiorina (ex Hewlett-Packard) e Meg Whitman (ex eBay), hanno vinto le primarie per il Senato (l’altra camera elettiva USA, che si rinnova di un terzo dei suoi componenti ogni due anni) e il Governatorato della California.
Il New York Times pubblica anche una mappa interattiva sui probabili esiti della competizione del 2 Novembre: per la Camera, i democratici avrebbero 164 seggi sicuri e altri 64 “leaning” (tendenti” verso di loro, in cui è probabile una vittoria democratica), i repubblicani invece avrebbero 157 seggi sicuri e altri 20 leaning. 30 sarebbero i seggi incerti. Facendo due conti, ai democratici andrebbero 228 seggi, ai repubblicani 177. La maggioranza è di 218 seggi.
Invece, per quanto riguarda il Senato, sempre grazie al NY Times, ai democratici andrebbero 55 seggi (48 sicuri più 7 leaning), ai repubblicani 43. 6 in seggi incerti. Maggioranza: 51 seggi. La differenza così rilevante tra il numero di deputati e quello di senatori si spiega facilmente: ogni Stato americano elegge un numero di deputati proporzionale alla sua popolazione (la California ha varie decine di deputati, il North Dakota uno), ma elegge sempre e comunque due senatori. California e North Dakota eleggono entrambi due senatori a testa. Questo fu previsto nella Costituzione per garantire i piccoli Stati. Insomma, un altro “balance” della democrazia americana.
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