Fino al 20 gennaio la Sicilia rischia la paralisi a causa dell’“Operazione Vespri Siciliani”, indetta dal Movimento dei Forconi (qui la loro pagina Facebook): è un’associazione che raccoglie pescatori, imprenditori agricoli, artigiani e pastori. La protesta, a cui si sono uniti anche gli autotrasportatori dell’Aias, in un solo giorno ha causato sei chilometri di coda sulla Palermo-Sciacca e sta mettendo a rischio la fornitura di verdura, ortaggi e altri prodotti tipici siciliani.
L’obiettivo dei manifestanti è scuotere il governo di Mario Monti, che finora non ha ascoltato la protesta dei lavoratori, come anticipava Ecoblog: “Siamo stufi - spiega il leader del movimento, Mariano Ferro - di lavorare in una terra che potrebbe essere ricca e che invece continua a farci soffrire. Il governo, nessun governo, ci ha mai ascoltato. Speriamo che questa manifestazione porti un po’ di attenzione nei nostri confronti”. Le ultime misure prese dal governo tecnico rischiano, secondo i manifestanti, di strangolare l’agricoltura e la zootecnia.
La durissima stangata bis del Governo solleva il vento della protesta anche nei ranghi della maggioranza, specie nel territorio. C’è, però, anche stavolta il rischio del gioco delle tre carte e dell’inciucio.
Nel padovano, il leghista Franco Zorzo, sindaco di Tombolo non si nasconde e attacca la manovra che “umilia letteralmente i sindaci, la storia locale dei comuni del Nord, le tradizioni culturali e religiose. Questa manovra sembra preparata da persone che non hanno mai amministrato un Comune e che hanno vissuto solo nei dorati palazzi romani con i loro privilegi ed i loro sprechi, anche chi era stato mandato per demolire questo sistema alla fine forse ne è stato inglobato”.
Molti, specie fra gli amministratori leghisti e anche del Pdl, condividono questa critica. Ai vertici del governo e della maggioranza si avanza con il basso profilo, aperti, almeno a parole, alle opposizioni e certi di non porre la fiducia. I timori di un boomerang non sono infondati.
L’opposizione sta valutando il da frasi, ma non pare unita in una proposta che non allontana il rischio di inciuci.
L’Udc assicura “un confronto serio e non pregiudiziale”, pur giudicando le misure anticrisi messe in campo dal governo “insufficienti” e anche preoccupanti, come nel caso dei servizi “brutalmente colpiti dai tagli agli enti locali”.
Incalza Bersani: “Forte preoccupazione, il carico è per i ceti popolari e medi, è inadeguata e iniqua. La riscriveremo noi”.
La Cgil non pare avere dubbi e si mobiliterà contro la manovra bis, giudicata “assolutamente iniqua” come la manovra di luglio. Lo ha detto il segretario generale Susanna Camusso in un’intervista a Sky-tg24. “Abbiamo presentato la nostra proposta - ha affermato la Camusso - e sicuramente continueremo a presentarla alle commissioni parlamentari. Mi pare evidente che, per cambiare il segno di iniquità che c’è, ricorreremo alla mobilitazione”. Vedremo. Di certo, per ora, c’è solo la scure sul groppone degli italiani.
Oggi a Roma e in altre 29 piazze d’Italia i giovani manifestano per dire “no” alla precarietà gridando lo slogan: “Il nostro tempo è adesso”. Giovani stanchi di essere presi in giro, ma soprattutto decisi a passare dalla rassegnazione alla protesta. La situazione è tristemente nota: precarietà che tiene su un piano inclinato una intera generazione, privandola di ogni certezza.
Un problema mondiale, ma che in Italia assume le caratteristiche di uno tsunami. I governi di centro destra e di centro sinistra pari sono. Berlusconi non ha mosso un dito, ma chi non ricorda Massimo D’Alema quando teorizzava la “giusta” fine del “posto sicuro” e il “bello” del precariato?
Gli unici non precari, in questo Paese della malapolitica, sono proprio i politici. Per gli altri, soprattutto i giovani, la precarietà è diventata la norma nella vita e nei rapporti di lavoro: stage di sfruttamento per il primo impiego, contratti regolari sempre rinviati, futuro negato a chi non ha uno stipendio regolare e decoroso, non può accedere ad affitti e mutui, impossibilitato anche a metter su famiglia.
Nell’appello dei giovani, fra l’altro si dice: “Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente. Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo”.
L’appello prosegue: ” Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli”.
In effetti certe questioni sono meno complesse di quel che appaiono o di come vengono presentate. Siccome si ripeteranno presto, torniamo sui fattacci di martedì scorso a Roma, fino alla scarcerazione dei fermati.
Primo. La magistratura non può essere valutata a seconda delle convenienze politiche: buona e democratica se tocca Berlusconi, cattiva e fascista se mette dentro i giovani facinorosi che incendiano una città. Insomma: le sentenze vanno rispettate, sempre. Il garantismo astratto è dannoso: chi viola il codice penale deve andare in galera.
Secondo. Il diritto a protestare e a manifestare non si tocca, sancito anche dalla Costituzione.
Terzo. La violenza non è mai ammessa, per nessun motivo, va rifiutata e perseguita con il massimo rigore.
Quarto. Chi organizza un corteo deve essere in grado di garantirne uno svolgimento pacifico, con servizio d’ordine capace di non ammettere interferenze di infiltrati e violenti. Alle forze dell’ordine spetta garantire l’ordine pubblico.
Quinto. La polizia italiana non è la Gestapo di Hitler o la Gpw di Stalin, ma un corpo democratico dello Stato democratico. Se ci sono atti fuori da regole e leggi costituite, i responsabili vanno identificati e puniti, a tutti i livelli.
Sesto. La non politica del movimento. Questi e altri movimenti insistono nel definirsi “non politici” per non farsi strumentalizzare. Uno sciopero, una manifestazione, un corteo sono sempre atti politici con conseguenze politiche. Prendersi le proprie responsabilità ed essere capaci di “sporcarsi” le mani con la politica e cercare alleanze sociali.
Conclusione. Il limite di fondo sta nella politica, (governo in primis) - strumentalizza i fatti - latitante nel non affrontare e risolvere i problemi che portano alle preteste e incapace di essere presente nella lotta. In qualsiasi lotta, non solo quella degli studenti.
Sbaglia chi fa. Ma anche gli assenti hanno sempre torto. Dice il saggio.
Sbaglia il Pd di Bersani che ha scelto la piazza (ma non avrebbe sbagliato ugualmente, “disertandola”?) e sbagliano l’Udc di Casini e l’Api di Rutelli a “distinguersi”, stando fuori.
Dissentire è un diritto, e farlo scendendo in piazza è un’espressione importante della democrazia partecipata. Non si vive di solo tv. Il nodo è un altro.
Oggi, ovunque, in piazza e fuori dalla piazza, c’è l’assenza della “politica”.
A dominare è la propaganda, rozza, di basso profilo. La piazza non si misura solo nel numero dei partecipanti e nel colore dei loro capelli (per lo più bianchi). Si misura nella qualità di “proposta politica”, nella capacità del “messaggio” che dai partecipanti (sempre una minoranza) giunge nelle case degli italiani (la vera maggioranza del Paese).
Qual è il messaggio delle piazze di ieri? E’ un messaggio “minoritario”, “solo” di protesta, e solo di una protesta “dovuta” di una “parte”, di una parte dell’opposizione. E non è un bisticcio di parole.
Non solo il Pd di Bersani ha dimostrato ieri poca consistenza organizzativa (ben altre manifestazioni di massa si sono viste in passato, a cominciare da quella imponente di Veltroni ai Fori Imperiali) ma ha ribadito la propria inadeguatezza politica, con divisioni interne segnate dai mugugni degli ex Popolari.
Mancando di una “sua” strategia, il Pd si è dovuto accodare al popolo viola (comunque ammirevole), alle bandiere di Di Pietro (comunque solo impegnato a portar via voti al Pd), ai residui gruppi della residua sinistra (comunque fuori gioco, Vendola compreso).
Così è solo la riproposizione di una cordata (sfilacciata) legata dall’antiberlusconismo, una minestra riscaldata, l’antipasto di nuove sconfitte.
Continua a leggere: Limiti e pregi della piazza (e dintorni). E l'Italia va Ko
Emma Bonino: ok. Voto + 9. La “pasionaria” radicale in sciopero della fame e della sete contro la mancanza di legalità nella raccolta delle firme per le regionali. Protesta sacrosanta e coerenza personale.
Massimo D’Alema: ko. Voto – 9. Red Tv chiude e 14 giornalisti, a casa. Ennesimo flop per “baffino”, peggio di Attila. Dove mette le mani (partito, giornali, radio, tv, primarie), non cresce più un filo d’erba.
Gianfranco Fini: disco rosso. Voto + 8. Il Premier rastrella ogni briciola per raccattare consensi e strumentalizza persino la triste vicenda di Eluana. Protesta il presidente della Camera: “Avrei sperato che tutti tacessero”. Irato Berlusconi. A quando la resa dei conti?
Berlusconi & Frattini: frittata. Voto – 9. Premier e ministro degli Esteri nella bufera dopo l’assalto alla ambasciata italiana dei miliziani basiji. Chi ferma l’Hitler di Teheran? La diplomazia pop di Frattini e la politica estera della pacca sulle spalle di Berlusconi è alla frutta.
Stefania Prestigiacomo: caccia stop. Voto + 8. Il ministro dell’Ambiente definisce “inaccettabili” le nuove regole estensive sulla caccia volute dal Governo e approvate dalla commissione del Senato. Ambiente e fauna ko. A Lega e alleati interessano più il business e le urne.
Sandro Bondi: magistrati stop. Voto – 8. Il coordinatore del Pdl definisce “Profonda e oltraggiosa lesione dell’ordine democratico e costituzionale” la protesta decisa dall’Anm per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, e minaccia “sanzioni”. Can che abbaia … può mordere.
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Umberto Bossi
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L’opposizione, la sinistra in particolare, cerca di battere un colpo. Ma quale opposizione, quale sinistra?
Neppure di fronte a un premier logorato, “anatra zoppa”, trovano una linea comune. Il fronte non berlusconiano vive di riflesso gli alti e bassi del premier: non comprende la realtà del Paese perché non la vive. C’è una saldatura tra crisi politica (drammatica) e crisi sociale (drammatica).
Ma la sinistra non è neppure capace di mettersi attorno a un tavolo e tracciare una linea di convergenza, almeno una strategia a breve. La “grande manifestazione di popolo” di cui parla Dario Franceschini è legittima, ma rischia di arrivare a tempo scaduto, un minestrone riscaldato.
In mancanza di un progetto politico di governo, la protesta di piazza rischia di alimentare divisioni fra i partiti promotori, di diventare solo un rito che non coinvolge gli italiani e lascia tutto come prima.
Nella frantumata costellazione della sinistra senza identità, ognuno pensa a se stesso, cioè alla propria sopravvivenza. Ci si attarda ancora su dispute nominalistiche e si grida al regime che non c’è, come dimostra la bocciatura della Consulta di una legge scudo fondamentale per il capo del Governo, presunto “dittatore”.
E non si tesse quel filo politico cui far aggrappare l’”altra Italia” che c’è ma non trova la sponda politica: né di un partito, né, tanto meno, di una coalizione credibile e vincente.
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